Libera Università della Terza Età Carbonia (CI) - Notizie associative e varia umanità - Un contenitore culturale di iniziative, laboratori, incontri sulla letteratura, la narrativa, la poesia, il cinema, la storia,.
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Da Mosca a San Pietroburgo (1) Da Mosca a San Pietroburgo (2)
Da Mosca a San Pietroburgo (3) Da Mosca a San Pietroburgo (4)
Allo spirito del Crepuscolarismo si ricollega una nuova corrente poetica, che trova le sue espressionì principali in Ungaretti ed in Montale e che originariamente si muove in opposizione al dannunzianesimo ed anche in contrasto con gli atteggiamenti più sentimentali e spirituali del Pascoli. Tale poesia in particolare trae ispirazione da quelli che erano stati i motivi più originali e più fecondi del Decadentismo, ossia dal simbolismo francese (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, Valery), dal Surrealismo (che equivale ad un nuovo linguaggio che si riferisce non a dati razionali ma ad intuiziomi) e soprattutto appare animata da una esigenza di totale allontanamento dalla letteratura tradizionale. La sua prima aspirazione è la ricerca di un nuovo linguaggio e di nuovi temi e soprattutto di una nuova dimensione spirituale ed artistica. Gli autori che sostennero un tale programma ebbero in primo luogo una profonda consapevolezza della condizione umana e diffusero un messaggio spesso amaro e drammatico. Essi trattarono infatti la solitudine dell'uomo, il male del vivere, descrissero il venir meno delle speranze, il mistero e aderirono ad una sorta di autobiografismo che si configurava nella ricerca della propria interiorità e nella confessione dei propri stati d'animo.
La casa dei doganieri di Eugenio Montale
Tu non ricordi la casa dei doganieri sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: desolata t'attende dalla sera in cui v'entró lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostó irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura e il suono del tuo riso non é più lieto: la bussola va impazzita all'avventura. e il calcolo dei dadi più non torna Tu non ricordi; altro tempo frastorna la tua memoria; un filo s'addipana. Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana la casa e in cima al tetto la banderuola affumicata gira senza pietá. Ne tengo un capo; ma tu resti sola né qui respiri nell' oscuritá.
Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende rara la luce della petroliera! Il varco é qui? (Ripullula il frangente ancora sulla balza che scoscende ...). Tu non ricordi la casa di questa mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
COMMENTO
La ricerca del "varco" Uno dei temi fondamentali di questa lirica è quello della ricerca del "varco", inteso come superamento della solitudine esistenziale alla ricerca di una vita autentica, ma che rimane una possibilità irrealizzata. L'affermazione iniziale "Tu non ricordi" ritorna ossessiva e angosciosa al v. 10 e nel penultimo verso, diventando il motivo conduttore che sottolinea la vanità di quel sogno del passato e l'inutile attesa del futuro, a testimonianza del proprio "male di vivere". L'inquietudine e il disorientamento esistenziale sono resi attraverso tutta una serie di oggettivazioni: la bussola... impazzita, cioè la difficoltà di trovare la strada giusta, il calcolo dei dadi che non torna, cioè la perdita di ogni punto di riferimento, la casa che s'allontana, simbolo di una sicurezza irraggiungibile. La fedeltà a quel ricordo appare inutile, eppure Montale vi si aggrappa con un'intensità tale da lasciarsi tentare da una speranza: Il varco è qui? L'approdo ad una vita serena era forse in quella casa, in quell'amore e accanto a quella donna? Quell'amore poteva essere per entrambi la salvezza dal male del mondo? La luce all'orizzonte sembra un segno di speranza, ma l'onda sempre uguale continua ad infrangersi sulla scogliera e gli ricorda che il tempo corrode ogni cosa (la banderuola affumicata gira senza pietà) e che non è possibile rivivere i momenti perduti. Il poeta può solo proclamare la propria solitudine ed il proprio smarrimento dinanzi agli eventi.
Al motivo del ricordo si accompagna quello della casa, dove il poeta e la donna trascorsero momenti felici (il tuo riso), ma ora è desolata e abbandonata: il poeta umanizza l'oggetto-casa, attribuendogli lo squallore e la desolazione che sono nel proprio animo. La casa è vuota e sferzata dal libeccio, simbolo del tempo che spazza via ogni cosa, e la sua posizione a strapiombo evoca un senso di opprimente precarietà.
SILLOGE DI NINO DEJOSSO
Non chiedermi le rondini Risa profumate di luce E fonti di colori S'intessono Nei tuoi sguardi Ai volubili venti Di questa infaticata "animula" Tenti le mille vie Sul filo Che intride la mia vita E Non chiedermi sorprese di sole O larghe lingue di nebbia Che Nel languore di questa attesa Trafitta Fanno intuire l'arrivo della notte Non chiedermi Amore mio Nemmeno le onde I marini capricci delle onde E La direzione del vento Verso il rollio di isole lontane Agli indefiniti margini Dell'orizzonte Questa è ormai la mia rotta Dove si stringe il cuore.
Ultima impressione di silenzio E Tremori di luce inattesa, In questi cortili senza dubbio, In questi Mille occhi invisibili, Che crescono Quando cade la notte. E Lo sciabordare lieve dell'acqua Racconta storie d'uomini Mosse, lungo il canale, da una sottile bava di vento.
Già le falci vanno ridendo sul fiume e sanno di oro vivo con un ritmo di tristezza sognatrice che il tempo sfugge. Ti aprirò la porta allo sbocciare d'un fiore quando il vento spira e sulla riva si gonfiano le onde e pensieri di giustizia sono alti e liberi dopo la buia notte.
Occhi di luce in un silenzio di pinne striate suono di voce su voce e i mille odori di ombre familiari sospinte da nodi di vento nel seno di quella paura che attraversa di scintille e accompagna di limiti meridiani cavalli di terre perdute usignoli di cieli perduti uomini di sonnolento anelito perduti.
Girotondo sulle soglie dei giorni perduti lievi pose di aria fuggitiva che si porta il vetro vivo dei tetti e spighe di papaveri. Ogni cosa che tu cantavi rinasce di carezze e dolce è l'ora che le viene a ritrovare nell'oblio sommesso di questo acquarello dimenticato.
Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d'Egitto, nel quartiere periferico di Moharrem Bey, l'8 febbraio 1888 (ma venne denunciato all'anagrafe come nato il 10 febbraio, e festeggiò sempre il suo compleanno in quest'ultima data) da genitori lucchesi. Il padre, operaio allo scavo del Canale di Suez, morì due anni dopo la nascita del poeta in un incidente sul lavoro, nel 1890. La madre, Maria Lunardini, mandò avanti la gestione di un forno di proprietà, con il quale garantì gli studi al figlio, che si poté iscrivere in una delle più prestigiose scuole di Alessandria, la Svizzera École Suisse Jacot.L'amore per la poesia nacque durante questo periodo scolastico e si intensificò grazie alle amicizie che egli strinse nella città egiziana, così ricca di antiche tradizioni come di nuovi stimoli, derivanti dalla presenza di persone provenienti da tanti paesi del mondo; Ungaretti stesso ebbe una balia originaria del Sudan, una domestica croata ed una badante argentina.In questi anni, attraverso la rivista Mercure de France, il giovane si avvicinò alla letteratura francese e, grazie all'abbonamento a La Voce, alla letteratura italiana: inizia così a leggere le opere, tra gli altri, di Rimbaud, Mallarmé, Leopardi, Nietzsche, Baudelaire, quest'ultimo grazie all'amico Moammed Sceab.Ebbe anche uno scambio di lettere con Giuseppe Prezzolini. Nel 1906 conobbe Enrico Pea, da poco tempo emigrato in Egitto, con il quale condivise l'esperienza della "Baracca Rossa", un deposito di marmi e legname dipinto di rosso che divenne sede di incontri per anarchici e socialisti. Nel 1912 Ungaretti, dopo un breve periodo trascorso al Cairo, lasciò l'Egitto e si recò a Parigi. Nel tragitto vide per la prima volta l'Italia ed il suo paesaggio montano. A Parigi frequentò per due anni le lezioni del filosofo Bergson, del filologo Bédier e di Strowschi, alla Sorbonne e al Collège de France.Venuto a contatto con un ambiente artistico internazionale, conobbe Apollinaire, con il quale strinse una solida amicizia, e analoga amicizia strinse anche con Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Aldo Palazzeschi, Picasso, De Chirico, Modigliani e Braque. Invitati da Papini, Soffici e Palazzeschi iniziarono la loro collaborazione alla rivista Lacerba.Nel 1913 morì l'amico d'infanzia Sceab, suicida nell'albergo di rue des Carmes che condivideva con Ungaretti. Nel 1916, all'interno de Il porto sepolto, verrà pubblicata la poesia a lui dedicata, In memoria.In Francia Ungaretti filtrò le precedenti esperienze, perfezionando le sue conoscenze letterarie e il suo stile poetico. Dopo qualche pubblicazione su Lacerba, decise di partire volontario per la Grande Guerra. Morì a Milano nella notte tra il 1º e il 2 giugno 1970. Per Giuseppe Ungaretti "L'esperienza poetica è esplorazione di un personale continente d'inferno, e l'atto poetico, nel compiersi, provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà...Poesia è scoperta della condizione umana nella sua essenza, quella di essere un uomo d'oggi, ma anche un uomo favoloso, come un uomo dei tempi della cacciata dall'Eden; nel suo gesto d'uomo, il vero poeta sa che è prefigurato il gesto degli avi ignoti, nel seguito di secoli impossibile a risalire, oltre le origini del suo buio."Da "Vita di un uomo."
GIUSEPPE UNGARETTI I FIUMI 16 agosto 1916 Mi tengo a quest'albero mutilato Abbandonato in questa dolina Che ha il languore Di un circo Prima o dopo lo spettacolo E guardo Il passaggio quieto Delle nuvole sulla luna Stamani mi sono disteso In un'urna d'acqua E come una reliquia Ho riposato L'Isonzo scorrendo Mi levigava Come un suo sasso Ho tirato su Le mie quattro ossa E me ne sono andato Come un acrobata Sull'acqua Mi sono accoccolato Vicino ai miei panni Sudici di guerra E come un beduino Mi sono chinato a ricevere Il sole Questo è l'Isonzo E qui meglio Mi sono riconosciuto Una docile fibra Dell'universo Il mio supplizio È quando Non mi credo In armonia Ma quelle occulte Mani Che m'intridono Mi regalano La rara Felicità Ho ripassato Le epoche Della mia vita Questi sono I miei fiumi Questo è il Serchio Al quale hanno attinto Duemil'anni forse Di gente mia campagnola E mio padre e mia madre. Questo è il Nilo Che mi ha visto Nascere e crescere E ardere d'inconsapevolezza Nelle distese pianure Questa è la Senna E in quel suo torbido Mi sono rimescolato E mi sono conosciuto Questi sono i miei fiumi Contati nell'Isonzo Questa è la mia nostalgia Che in ognuno Mi traspare Ora ch'è notte Che la mia vita mi pare Una corolla Di tenebre
Il tema di questa poesia è duplice. «Il primo tema è il recupero del passato attraverso la memoria e il secondo tema è il ristabilimento di un rapporto di armonia con il creato, che l'esperienza della guerra sembra aver infranto. Bagnandosi nelle acque dell'Isonzo, il poeta ha la sensazione di essere in piena sintonia con l'universo e con sé stesso. Ciò l'induce a ripensare a tutti i fiumi che ha conosciuto, simbolo delle diverse tappe della sua vita: il Serchio, legato alle vicende dei suoi avi, il Nilo, che lo ha visto crescere negli anni della fervida giovinezza egiziana, La Senna, che ha accompagnato la sua maturazione durante il periodo parigino» Nella prima parte della poesia il poeta descrive sè stesso immerso nella sua condizione esterna, ambientale, presso una dolina, [una formazione tipica del paesaggio carsico, una cavità di forma approssimativamente circolare che si è creata ad opera dell'acqua che scorre o precipita sulla roccia calcarea]. Quindi descrive il suo stato d'animo di reduce dalla guerra. Disteso nel letto del fiume Isonzo si sente come una reliquia, un frammento superstite - e pertanto maggiormente prezioso - di un resto mortale, si sente come uno dei sassi levigati su cui cammina con movenze d'acrobata, sotto il sole, il cui calore benefico riceve con la stessa familiarità di un beduino. Ora affidato alle "mani" amorevoli dell'Isonzo il poeta si riconosce parte dell'universo, cosciente che il suo rammarico è frutto sempre di una disarmonia con il creato. Le acque del fiume lo lavano e lo purificano e gli danno una rara innocente felicità. Ungaretti rammenta i fiumi che hanno accompagnato la sua vita. Il Serchio, fiume della toscana, dove ha attinto l'acqua la sua stirpe. Il Nilo, che lo ha visto nascere e crescere adolescente. La Senna, il fiume di Parigi, dove il poeta ha conosciuto se stesso. Il ricordo di questi fiumi affolla la memoria nostalgica dell'uomo, ora che la sua vita è oscura e che sembra una collana di tenebre, perché le tenebre della notte evocano l'immagine di una vita piena di incognite, racchiusa in un cerchio oscuro di timori e di presagi di morte.
SILLOGE DI NINO DEJOSSO
Molte cose della mia vita sanno librarsi nell'aria sospese con i ragni nude fugaci a narrare i lenti anni trascorsi furtive come dita di foglie nel loro profumo dimenticato. E scarabei di verde età su muri calcinati quando l'ora si fa più turchina in perdute cicale d'allegrezza.
Nasce di sera Il dono delle tue parole, Verde amica Di ansie dimenticate Di pietà senza voci, Nella memoria di lacrime Che la gioia rivela. E Risale dal tempo di sabbie lisce, Nella mente, Anche questo ricordo. M'eri vicina come ora E Il lamento d'uccelli Sospinge La vita delle piante, La corona del girasole Certezza per noi di nuove foglie Da lontanissimi inverni.
Scoperto intreccio a un raccontarsi di erbe timorose, incredule, in gocce di spighe. Inconsapevoli e assorti al gioco nuovo della luna consumandosi d'alba tra le case di grano, come di foglie svelate o di vene disciolte e ti ritrovo, impossibile in questo nostro bozzolo d'aria.
Era una notte contraddittoria inesplicabile senza un sussulto e nelle sue labbra necrotiche sembrava spirassero gli ultimi inganni stravolti nei loro deliri nei loro misteri impossibili privi di fiato senza più ferite. Ci si guardava intorno come in una regione inesplorata ma dove s'intuivano le vendette e la melma della desolazione esalava il suo riflesso sulfureo e i nostri quattro stracci di vita scivolavano muti trascinandosi nel loro angusto spazio temporale come il rimorso di una rabbia clandestina.
Si consumano le parole senza battere un ciglio in questa esperienza strana del vivere senza più nulla di sacro come frastornati dalle impronte dei morti da milioni di ferite aperte dalla nostra identità perduta. C'è sempre di più la notte in questa indifferenza in questa insofferenza in questa alienazione cieca della violenza.
Pablo Neruda nasce il 12 luglio 1904 a Parral (Cile), non lontano dalla capitale Santiago. Il suo vero nome è Neftali Ricardo Reyes Basalto, e scelse il proprio pseudonimo in onore del poeta cecoslovacco Jan Neruda. Pablo Neruda riceve il Premio Nobel per la Letteratura nel 1971. Muore a Santiago il 23 settembre 1973.
Blessing Sunday Osuchukwu è un Igbo nigeriano che vive in Italia da molti anni. Per spiegare come si possa rimanere fedeli alle proprie radici lui dice che per stare più vicini alla terra natia "si cercano le stesse abitudini, mangiare, danzare, pensare, non essere visto come un diverso..." Per capire meglio ciò che dice ho letto il suo blog, dove lui afferma che l'allontanamento dal paese d'origine può causare malinconia e confusione. E, tra i tanti pensieri declinati in forma poetica, mi coinvolgono le parole di Crisi d'Identità e realizzo che sulla vita degli immigrati c'è ancora tanto da scoprire:
"Ero africano, figlio di mamma Africa, Generato da Kilimanjaro, Sahara e fiume Niger, Parente di Elefante, Zebra, Leone e Giraffe, Nutrito di manioca, igname, plantano e ananas. Avevo un nome e voleva dire: benedizione del Signore, Avevo una patria che a vicenda ci tolleravamo, Gli affetti non mancavano mai dalla famiglia allargata, Avevo un futuro, incerto, ma comunque c'era. Ora mi trovo al confine di due mondi, senza una patria, Cerco di ragionare da una parte e mi dicono che non vale più, Quando sento urlare Straniero, Extracomunitario, Nero, Ecco qualcuno che mi dice che mi stanno chiamando. Cerco capra affumicata e trovo solo salsiccia stagionata, Cerco di fare la danza della pioggia e da su mi arriva la neve, Mentre cerco di pensare al futuro, mi scade il soggiorno, Cerco di tornare a casa mia e da lì mi dicono di non provarci. Qualcuno mi dica chi sono, dove mi trovo e cosa fare, I miei sogni nel cassetto sono diventati degli incubi nell'armadio, Mi sveglio la mattina con due personalità e non so quale seguire, Gente, mi sento sprovvisto della mia identità!"
Ho un sogno che un giorno i bambini diventeranno bambini in tutte le parti del mondo, Ho un sogno che un giorno i bambini africani avranno la possibilità di giocare e studiare come bambini, Ho un sogno che un giorno loro deporranno le armi perché non ne avranno più bisogno, Ho un sogno che un giorno loro verranno ascoltati, tollerati e che potranno anche decidere cosa fare da grandi. Nel mio sogno vedo che i bambini africani non moriranno più di fame, sete e malattie banali, Nel mio sogno vedo che questi bambini andranno a scuola la mattina anziché andare nei vari cantieri. Nel mio sogno vedo che questi bambini lasceranno le grotte, i tombini e le strade per andare a dormire nelle case. Ho un sogno che un giorno i bambini africani lasceranno i campi profughi, Ho un sogno che un giorno loro non avranno più bisogno di camminare per chilometri in cerca d'acqua sporca da bere, Ho un sogno che un giorno i loro piedi saranno protetti dalle scarpe e i loro corpi coperti dai vestiti. Nel mio sogno vedo che i bambini africani avranno la possibilità di vaccinarsi contro le malattie infantili, Nel mio sogno vedo che i loro destini non saranno più decisi dalle tragedie causate dai grandi, Nel mio sogno vedo che i bambini africani avranno la possibilità di riuscire un giorno a sognare!!!
Un'ironia tagliente ha da sempre caratterizzato il linguaggio delle ballate di De Andrè, che non dimentica la realtà, ma che si lascia affascinare dal mito. I suoi punti di riferimento sono stati Bob Dylan, Leonard Cohen e gli "chansonnier" francesi, Georges Brassens in particolare. Nel 1971 Fabrizio De André pubblicò l'album "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo", liberamente tratto dall'Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Masters. De André scelse nove delle 244 poesie e le trasformò in altrettante canzoni. Le nove poesie scelte toccano fondamentalmente due grandi temi: l'invidia (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore) e la scienza (Un medico, Un chimico, Un ottico). A "Il suonatore Jones" De André affida la conclusione e il messaggio del proprio album: l'unico modo di dare senso ad un'esistenza che rivela la sua precarietà ideale è quello di essere disponibile alla vita, dedicandola alla ricerca di una libertà immateriale, nascosta là dove i pensieri e i gesti non sono protetti da nessun "filo spinato", ma si sviluppano nella condizione della possibilità infinita. Solo in questo modo la vita è lieve e pura, come un ballo in campagna, come un ricordo di giovinezza, una melodia di violino, mentre tutte le attività umane, così come anche i sentimenti, gli ideali, le relazioni, portano dolore e limitazioni, generano le commedie e i drammi su cui è intessuto il teatro di Spoon River. Questo brano musicale conclusivo è dedicato a quanti hanno amato De Andrè, a quanti si riconoscono nella sua musica e nella sua poesia.
Inviato da: Manuela
il 10/02/2015 alle 23:06
Inviato da: giramondo595
il 30/11/2013 alle 10:19
Inviato da: giramondo595
il 18/05/2013 alle 23:30
Inviato da: giramondo595
il 14/04/2013 alle 19:55
Inviato da: giramondo595
il 01/04/2013 alle 23:46