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GITA A MONTEVECCHIO

Post n°96 pubblicato il 17 Ottobre 2011 da ninolutec
 
Tag: Gite

 

 

 

 

PARTE PRIMA

 

 

 

 

 

 

 

 

E, finalmente, siamo andati anche a visitare la miniera di Montevecchio. Giornata splendida e strada con poche curve, ma sufficienti per mettere seriamente a repentaglio lo stomaco di quei pochi malcapitati sofferenti di mal d’auto, alla faccia di  pastigliette e cerottini vari.  Qualche incomprensione con la guida sella  società IGEA ci ha costretto ad un supplementare andar su è giù tra il sito della miniera e l’abitato di Gennas, dove si trova la Palazzina della Direzione, che avremmo visitato nel pomeriggio. La prima parte della nostra visita, i meno bassi ripiegati come ginepri al soffio possente del maestrale,  si è svolta all’interno del Pozzo Sant’Antonio, con una lunga passeggiata all’interno della Galleria Anglosarda, che, con un veloce ascensore, abbiamo raggiunto, al livello di -25. La nostra mattinata si è poi conclusa con la visita degli alloggi degli operai. Quindi via per “Sa Tanca”, l’agriturismo dove ci saremmo intrattenuti a consumare il nostro pranzo. Nonostante le aspettative l’aspetto architettonico della struttura lasciava piuttosto a desiderare e anche il paesaggio circostante non era quello immaginato in base anche alle informazioni pubblicate nel post precedente di questo blog. Per quanto, invece, riguarda l’aspetto più propriamente enogastronomico, e devo essere sincero, si sono alternate luci ed ombre. Purtroppo l’agriturismo in Sardegna deve ancora imparare a mettere a punto tantissime cose, prima di dimostrarsi in grado di offrire ai propri ospiti un servizio di eccellenza, al livello del costo non certo trascurabile di 30 euro. Per dirla tutta, gli antipasti erano sicuramente apprezzabili, in particolare le polpettine di melanzane e gli involtini di verdure in crosta di pasta sfoglia, delicatissimi nella loro pur sapida leggerezza. Meno bene i primi. “Malloreddus” senza infamia e senza lode. Un bel ragù li avrebbe sicuramente esaltati, ma, purtroppo, ci si è dovuti accontentare di un normalissimo sugo. Sui ravioli di ricotta è meglio stendere un velo pietoso. Non posso dire nulla degli altri tavoli, ma nel mio sono arrivati degli ectoplasmi senza consistenza e senza sapore. La pasta era troppo sottile e, soprattutto, “scotta al punto giusto”. Immangiabile. Il ripieno, già povero di per sé senza spinaci o bietole e senza uova,  era diventato un composto acquoso che fuorusciva pietosamente dalla sfoglia fin dal primo avvicinarsi  di una forchetta. E i secondi? Lo stufato di capra ha riscosso molti consenti, ma andava servito prima dell’arrosto. L’ arrosto in un agriturismo va preparato durante la mattinata in modo da essere presentato ai tavoli caldo, o perlomeno tiepido, con la sua cotenna bella croccante. Nel nostro caso il maialetto era stato riscaldato e, naturalmente, la cotenna risultava penosamente elastica e molliccia. E soprattutto, parlo del mio vassoio di servizio, tantissime cotenne e poca carne! Era sufficiente che due persone si servissero, senza esagerare, la loro porzione per fare sopravvivere nel vassoio solo scarne costolette, mezze testine rinsecchite e, ripeto, tantissime cotenne al caucciù. Dei dolcetti è meglio non parlarne. Una pallina all’alkermes flaccida e da consumare senza l’opportuno cucchiaino, non presentato,  e qualche raviolo fritto, bello gonfio, ma semivuoto, non rappresentano certo il meglio che un agriturismo sardo dovrebbe essere capace di offrire. Il caffè era accettabile, ma il mirto poco aromatico, perchè la base è stata troppo diluita con lo sciroppo di zucchero, durante la preparazione del liquore. Rapporto prezzo-qualità insufficiente. C'è da dire che io stesso ho suggerito questo agriturismo, indicandolo come una scelta soddisfacente, anche dopo avere sentito personalmente i proprietari. Purtroppo nella nostra bella isola non vi sono ancora certezze per quanto riguarda questo settore e quando si sceglie un agriturismo è prudente essere pronti a tutto, perchè le sorprese (spesso più brutte che belle) sono sempre in agguato! Speriamo che vada meglio la prossima volta.

Purtroppo il pranzo è stato turbato da un episodio che, quando si parte in gruppo per trascorrere una giornata serena, non dovrebbe mai accadere. Anna, una delle nostre care compagne di viaggio, è scivolata mentre usciva dall’autobus, urtando con la schiena per tutti gli scalini dell’uscita e battendo violentemente il capo. Per cautela è stato fatto intervenire il 118 e la poverina, scioccata e dolorante, è stata accompagnata all’ ospedale di San Gavino, dove, fortunatamente, l’avremmo recuperata nel tardo pomeriggio, al nostro ritorno,  tranquillizzata dagli esami effettuati, anche se ancora, naturalmente, piuttosto dolorante.

Dopo il pranzo ci siamo recati nella vicina Gennas per la visita del Palazzo Sanna o
Palazzina della Direzione.
Nonostante i restauri già effettuati molto c’è ancora da fare per restituire la struttura all’antico splendore. Da sottolineare la povertà di illuminazione degli ambienti visitati, pare per i ritardi  attribuiti mancata sostituzione della vecchia linea da parte dell’ENEL. Solite, incomprensibili lungaggini burocratiche che sicuramente non giovano all’immagine del nostro turismo.

 

 

BREVE CRONISTORIA DELLE MINIERE DI
MONTEVECCHIO E DEI SUOI PROTAGONISTI
DAL 1840 al 1933


Chiedete a un sardo chi era Giovanni Antonio Sanna. Difficile trovare qualcuno che ne sappia qualcosa. Forse neppure a Sassari, dove pure era nato nel 1819: una città di cui fu per quasi tutto l’Ottocento sicuramente l’uomo più ricco e più invidiato. Delle quattro figlie che ebbe, tre sposarono altrettanti uomini che, grazie anche alle forti entrature politiche del suocero, deputato del Parlamento subalpino e poi di quello italiano, non meno che del potere che gli veniva dalla sua ricchezza e dalle entrature nel mondo finanziario italiano, diventarono anch’essi deputati di Sassari.Non basta. Negli anni intorno alla metà del secolo G. A. Sanna fu certamente l’uomo più ricco della Sardegna e tra i cinque uomini più ricchi d’Italia.
La sua ricchezza veniva soprattutto dalla miniera di Montevecchio, di cui – sviluppando una concessione cinquantennale strappata a Carlo Alberto, impegnato in quel 1848 nella prima guerra d’indipendenza – diventò il padrone, seppure in mezzo ad epiche battaglie giudiziarie, che durarono praticamente tutta la sua vita. Prima con il genero Franceschino Guerrazzi, nipote di quell’iracondo e prepotente Francesco Domenico, dittatore di Toscana nel 1848, e poi con i generi. Con i generi, del resto, Sanna fu particolarmente sfortunato: gli altri tre – Giammaria Solinas, Giuseppe Giordano Apostoli, Alberto Castaldi) si batterono con mille mezzi e mezzucci per portar via la ricca dote alle figlie e poi si accapigliarono per l’eredità della miniera. Il pamphlet scritto dalla figlia Ignazia nel pieno di una di queste tormente capitalistico-matrimoniali disegna una sorta di saga dei Buddenbrook da fare rabbrividire. La storia finì nel 1933 quando la miniera, amministrata da un erede dei Castaldi, dovette dichiarare fallimento, finendo nelle mani della Montecatini, «la potente holding chimico-mineraria guidata dall’ingegner Donegani», come scrive il sassarese Paolo Fadda, nella biografia di G.A. Sanna pubblicata dall'editore Delfino. Sanna Morì a Roma nel 1875. Non aveva ancora settant’anni, ma la misteriosa morte della figlia Enedina e i dispiaceri dei conflitti con i generi per Montevecchio gli avevano indotto una malattia che molto somiglia all’Alzheimer e che lo ridusse poco più che un povero uomo nelle mani di chi gli stava vicino: in particolare una coppia di signore, madre e figlia, che sono le ultime donne fra la colorita folla di amiche che popolò la sua esistenza.Mazziniano di ferro, deputato della Sinistra repubblicana, amico intimo di Giorgio Asproni – che fa memoria di lui in centinaia di pagine del suo «Diario politico» -, editore del quotidiano torinese «Il Diritto» ferreamente anticavurriano, fondatore della Banca Agricola Sarda, collezionista di reperti archeologici e di opere d’arte, amico di artisti (in particolare, fra gli altri, di Giovanni Marghinotti, certo il più stimato pittore dell’Ottocento sardo), ebbe una vita memorabile. Ha fatto bene Paolo Fadda, che ha già fatto belle prove ricostruendo la storia del neonato capitalismo isolano, a dedicargli, come già detto in precedenza,  un’ampia biografia, edita dal sassarese Delfino, «L’uomo di Montevecchio» (250 pagine).Fadda (che oltre tutto è stato anche, negli «anni della Rinascita» e anche un po’ più in là presidente dell’Ente Minerario Sardo) ha potuto vedere archivi di famiglia e di enti, controllare centinaia di lettere e di documenti, come dimostra la ricca appendice iconografica, quasi tutta dedicata a carte mai viste prima dai ricercatori. La biografia scritta da lui pare romanzata soprattutto perché la scrittura più che quella uggiosa dello storico accademico è quella agile del letterato, è sempre convincente e capace di fare rivivere sulla pagina un uomo che non dovette essere facile da capire neppure per quelli che lo conobbero da vicino (amava il lusso, abitava case e ville principesche, non sapeva né voleva resistere all’eterno femminino). Sanna era, a Sassari, padrone di quello che è ora il parco di Monserrato e, al centro della città, di mille ettari di terreno fra piazza d’Italia e San Sebastiano. Lì la pietà della figlia Zely riuscì finalmente, negli anni Trenta del Novecento, a convincere il Comune di Sassari a costruirci il museo che porta in fronte il suo nome.
La scoperta e la coltivazione, in modo continuativo, delle Miniere di Montevecchio avvengono intorno al 1840 ad opera di un pastore di Arbus, certo BATTISTA MARTINO, che al seguito del suo gregge di capre vide per la prima volta affiorare dal terreno queste pietre luccicanti che abbagliavano la vista.
Casualmente un giorno, mentre pascolava, incontrò nei pressi di Montevecchio un prete di Guspini, GIOVANNI ANTONIO PISCHEDDA TERZITTA, originario di Tempio e gli mostrò quanto aveva scoperto; il prete era figlio di un commerciante di pelli e sughero che svolgeva la sua attività nel territorio del Campidano.
Prete Pischedda, che era più incline alle cose terrene che alla salvezza delle anime, incominciò a scavare queste pietre e raccoltane una certa quantità le fece esaminare, avendo la conferma che da quei sassi della montagna avrebbe potuto lucrare un po’ di quattrini.
Eccitato da quel ben di Dio, si recò a Marsiglia per mostrare la “Galanza“ e vedere se era possibile il commercio della stessa ma soprattutto per trovare qualcuno disposto ad investire i suoi capitali per l’estrazione del minerale; infatti, durante il suo soggiorno a Marsiglia incontrò la persona giusta, un giovane commerciante di appena 25 anni, che era esperto di commercio ma anche di affari minerari, questo giovane rispondeva al nome di GIOVANNI ANTONIO SANNA, che non si lasciò sfuggire l’occasione, strinse stretti rapporti col sacerdote, perché aveva visto in Lui, o meglio, su quanto gli proponeva, la possibilità di risolvere i suoi problemi finanziari.
Giovanni Antonio Sanna, era di Sassari, figlio di un avvocato, si era trasferito da qualche anno in Francia in cerca di fortuna, come molti altri sardi e faceva l’agente di Commercio; aveva sposato nel 1840 una giovane spagnola MARIA LLAMBI che due anni dopo le diede la prima figlia IGNAZIA.
Il Pischedda si spacciava per concessionario di diverse miniere sarde, invitò il Sanna a partecipare alla sua impresa e gli chiese aiuto per formare una società di capitalisti che fossero disposti a investire in questa iniziativa, infatti di li a poco venne costituita in Marsiglia una prima società italo-francese per la coltivazione e l’estrazione del piombo e ferro nelle miniere di Montevecchio nei territori di Arbus e Guspini in Sardegna.
Il capitale di cui disponeva la società si esaurì molto presto e si rese necessario trovare altri soci e altri denari per l’estrazione del minerale, cosa non facile in quanto la concessione della miniera era limitata nel tempo ed occorreva avere la concessione dal Governo italiano per almeno cinquant’anni.
Incominciò dunque una vera e propria rincorsa all’ottenimento della concessione, che, finalmente dopo mille peripezie venne rilasciata a determinate condizioni e cioè: “Il prete doveva uscire dalla Società, in quanto la condizione di ecclesiastico non era compatibile con tale attività, i capitalisti dovevano essere esclusivamente italiani e il capitale non doveva essere inferiore a lire cinquecentomila”, come gli venne annunciato dal Ministro degli affari generali per la Sardegna Di Villamarina con dispaccio del 15 Ottobre 1846.
Il Sanna non si perse d’animo, liquidò subito la società già costituita in Marsiglia nel 1844, diede al Pischedda, che accettò, un rimborso per le spese sostenute e ricompensò la sua opera con 90 delle 1200 azioni della nuova società, che andò a costituire con capitalisti tutti italiani.
Finalmente il 28 Aprile 1848, il Re Carlo Alberto firmò la concessione in perpetuo a nome di Giovanni Antonio Sanna, che da quel momento divenne il Padrone delle Miniere di Montevecchio per l’estrazione di piombo e ferro ematite nei territori di Arbus e Guspini in Provincia di Iglesias, riservandosi il diritto di maggior azionista della società e ne diventò ispettore generale, con tutti i vantaggi che ciò comportava...
Giovanni Antonio Sanna, una volta ottenuta la concessione, si circondò di esperti minatori, provenienti principalmente dalla Germania e dal Piemonte e assumendo per i lavori più pesanti maestranze dei paesi vicini, incominciò subito a produrre e vendere la Galanza, e ben presto divenne “ricco sfondato“, come gli scrisse in una lettera il suo cognato Francesco Matteo Loriga, che seguiva gli affari di famiglia.
Ma proprio questa sua improvvisa ricchezza scatenò l’invidia di molte persone, a cominciare dagli ex soci, compreso Prete Pischedda che lo accusava di averlo turlupinato e lo costrinse ad una azione giudiziaria che durò moltissimi anni e si protrasse, ad opera degli eredi, anche dopo la morte del sacerdote.
Dal 1849 si ebbe un continuo crescendo della produzione, si acquistarono nuove attrezzature e macchinari, si cominciarono a costruire case per gli operai, Uffici, magazzini per lo stoccaggio del minerale, strade, gallerie, insomma Montevecchio divenne nel giro di pochi anni un piccolo borgo abitato, con moderni servizi e fu considerata la più fiorente industria mineraria d’Italia.
Si trasferì a Guspini anche il fratello del Sanna, FILIPPO, che lo aiutava nei lavori minerari, mentre come contabile aveva fatto venire da Bolotana un suo vecchio amico Notaio, certo PASQUALE ARE, persona eccezionale e di grande confidenza.
Giovanni Antonio, per poter seguire da vicino i lavori della Miniera, e per avere la famiglia vicino si trasferì a Guspini con Marietta, Ignazia ed AMELIA, che era nata anche lei a Marsiglia, mentre poi a Guspini nacque nel 1850 ENEDINA, e a Cagliari l’ultima figlia ZELY nel 1852.
Alla Gerenza ed alla Direzione si alternarono in quel decennio molti personaggi, sfruttando nel migliore dei modi le risorse che la natura aveva nascosto nelle viscere di quella terra, sino ad allora impervia e deserta.

 
 
 
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