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CONFERENZA DEL SIGNOR LUCIANO BIANCIARDI

Post n°112 pubblicato il 13 Novembre 2011 da ninolutec
 

 

 

CINEMA
"La poesia e la denuncia sociale e politica
nei film del grande Charlot".
 

-Parte Quarta-

CONSIDERAZIONI FINALI Cliccare per cambiare l'immagine
DI NINO DEJOSSO

La comicità nella pantomima di Charlie Chaplin

 

È insostituibile la funzione che ha la comicità nell’umanità. Attraverso di essa vediamo l’irrazionale in ciò che sembra razionale; il folle in ciò che è sensato; l’insignificante in ciò che sembra pieno d’importanza. Essa ci aiuta anche a sopravvivere preservando il nostro equilibrio mentale. Grazie all’umorismo siamo meno schiacciati dalle vicissitudini della vita. Esso attiva il nostro senso delle  proporzioni e c’insegna che in un eccesso di serietà si annida sempre l’assurdo. I film comici hanno un grande successo anche perché prendono  di mira figure che tradizionalmente rappresentano il potere, la serietà e la grandezza dell’uomo. Persone che sono normalmente piene di dignità e di rispetto vengono ora sbeffeggiate e messe in ridicolo; si pensi, in Charlie Chaplin, ai politici (come nella scena iniziale di City Lights), all’immancabile poliziotto o al direttore del circo. Dice il grande attore-regista: “Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all’odio e al terrore. Dei buoni film costituiscono un linguaggio internazionale, corrispondono al bisogno che la gente ha di humor, di pietà, di compassione. Sono un mezzo per dissipare il sospetto e il timore che hanno invaso il mondo di oggi. Se solo potessimo scambiare tra le nazioni, e in modo intensivo, dei film che non parlino il linguaggio della propaganda aggressiva, ma invece quello della gente semplice, ebbene ciò potrebbe salvare il mondo dal disastro”. Charlie Chaplin nasce come attore di teatro, e con il teatro vive per parecchi anni, tra Gran Bretagna e USA. La pantomima diventa il suo strumento principale per comunicare e per far ridere. Ma ben presto, non appena riesce a prendere confidenza con lo strumento cinematografico, si rende conto delle grandi possibilità che ha non solo di far ridere, ma anche di trasmettere emozioni forti al pubblico che facciano cogliere un messaggio profondo che è insito nel linguaggio della clownerie. Pensando allo stile comico di Chaplin, viene in mente la “Preghiera del Clown” del grande Totò. Ecco il senso del clown: mettere in risalto le debolezze umane per alleviare le sofferenze altrui. E far comprendere che in questo mondo di travagli e di sofferenze,

spesso dovute ai nostri difetti, al nostro cinismo e all’incapacità di dare importanza alle cose vere e importanti, l’autoironia ed il “riderci sopra” possono essere un buon metodo per iniziare a creare un mondo più a misura d’uomo. E per trasmettere questo messaggio, e i molti altri che sono contenuti nei film di Chaplin, l’artista ricorre allo strumento della pantomima. Scriverà nella sua autobiografia del 1964: “Non ho bisogno di leggere libri per sapere che il tema della vita è la lotta e la sofferenza. La pantomima è stata il mio mezzo di comunicazione universale. Con essa, posso dire tutto; passare dalla farsa al pathos, dalla commedia alla tragedia con meno sforzi della parola”. Nei primi anni ‘30 disse Chaplin: “Il silenzio è l’essenza del cinema. Nei miei film non parlo mai. Non credo che la voce possa aggiungere alcunché alle mie commedie. Al contrario, distruggerebbe l’illusione che voglio creare, quella di una piccola immagine simbolica buffa, non un personaggio reale, ma un’idea umoristica, un’astrazione comica. Quale pazzia buttare d’un canto a cuor leggero l’arte della pantomima, la più antica del mondo, e la più espressiva anche! Sono persuaso che, se parlassi davanti ad un microfono, farei la peggiore pazzia della mia vita. Il passaggio meccanico dal cinema muto a quello parlato è inammissibile: l’immagine creata dalla rappresentazione di un film muto non è conciliabile con la parola. Per le parole bisogna creare un’immagine diversa”. Insomma vi è in Chaplin quasi il rifiuto del sonoro, che viene considerato superfluo se non addirittura pericoloso per la pantomima, che da sola è più che sufficiente a trasmettere quelle emozioni che servono a coinvolgere lo spettatore dal punto di vista emotivo ed intellettuale con la storia che è rappresentata nel film.

 

 Chaplin con gli occhi di bambino e di clown

 

Su Chaplin sono naturalmente stati scritti chilometri di commenti e di interpretazioni. Ma tra i tanti, sono parsi particolarmente curiosi quelli del grandissimo regista russo Sergej Ejzenstejn, che ebbe tra l’altro l’opportunità di conoscere personalmente l’artista durante alcuni suoi soggiorni a Hollywood. Interessante è la lettura che viene data sul come Chaplin vede la realtà che viene poi rappresentata nei suoi film: “La particolarità di Chaplin è questa: nonostante i suoi capelli bianchi, ha conservato uno sguardo di bambino e la capacità di considerare al primo livello il minimo avvenimento. Di qui la sua libertà nei confronti dello sguardo moralizzatore (gli occhi della morale o gli occhi del censore) e la sua capacità di vedere sotto un aspetto comico cose di fronte alle quali altri rabbrividiscono. Questa capacità è chiamata, in un uomo adulto, infantilismo. Pertanto, il comico chapliniano è costruito per principio su un procedimento infantile”. E vedere tutto dal punto di vista del bambino, per il regista russo significa anchegiocare ed essere liberi. Ejzenstejn riporta un saggio del professor Overstritt: “Amare il gioco ed il divertimento significa, in una certa misura, che si è anche liberi. Se un uomo è giocherellone, vuol dire che per un momento scuote il peso delle convenzioni e si sottrae alle constrizioni del quotidiano. La vita non è che un susseguirsi di restrizioni. Nel gioco siamo  liberi! Facciamo quello che ci piace. E, indubbiamente, non potrebbe esserci per l’uomo sogno  più bello di quello di essere libero. Ne consegue  che riconoscere a qualcuno senso dell’umorismo significa riconoscergli al contempo capacità di  giocare, cosa che a sua volta prova che egli ha spirito di libertà e spontaneità creativa”.

Ecco quindi la grandezza di Chaplin: “Vedere gli eventi più terribili, i più penosi, i più tragici con gli occhi di un bambino che ride. Avere la capacità di cogliere le diverse manifestazioni della vita in modo immediato, d’un sol colpo, al di là di qualsiasi valutazione morale o etica, di qualsiasi giudizio, di qualsiasi condanna. Questa immediatezza e questa spontaneità dello sguardo generano una sensazione comica. Un sentimento del comico, che si elabora in concezione”. E questa capacità di vedere con gli occhi di un bambino “appartiene solo a Chaplin, non ha simili. Sempre e in tutto – dal frivolo Charlot a teatro fino alla tragedia del mondo contemporaneo in Tempi moderni”. Chaplin è a ragione considerato uno dei più grandi clown della storia. Ma la figura del clown è decisamente variegata, anche se, per rappresentarla, bisogna partire dalla coppia del Clown Bianco e dell’Augusto. Il Clown Bianco è la figura autoritaria, severa, precisa, in grado di fare e di riuscire in qualunque cosa; il suo classico costume lo vuole vestito di bianco e con il cappello a punta. Associato a lui c’è sempre l’Augusto, che è incapace, pasticcione e stralunato. E’ la figura più classica e tradizionale del clown, con gli abiti stracci, fuori misura e con le scarpe giganti.

Anche se non vi sono costumi e trucchi visivi, tutte le coppie comiche (comprese quelle contemporanee) si rifanno a questo schema e a questa divisione dei compiti.Si pensi tra gli altri a Stanlio e Ollio, che molto bene impersonificano le suddette figure. Ed alla fine è sempre l’Augusto ad averla vinta e a far prevalere il suo approccio alla realtà, con la sua aria scanzonata e con il suo modo di fare impacciato, burlone e che non si connota sicuramente con quei requisiti di “serietà” che la società moderna richiede. Ci si chiederà a questo punto come potesse allora Charlot essere considerato un clown nel termine classico del termine, visto che non ha formato una coppia con nessun altro attore! Ancora una volta ci viene in aiuto una originalissima interpretazione del grande maestro Ejzenstejn: “In tutto il repertorio di Chaplin, il suo vero partner è un altro. Ancora più grande, più forte e più spietato. Chaplin e la realtà recitano a due, in coppia, tutta una serie di numeri da circo. La realtà si assimila al serio Clown Bianco. Essa appare intelligente, logica. Avveduta e lungimirante. E, alla fine, è lei che ne esce sconfitta, beffata, ridicolizzata. Il suo compagno puerile e giocherellone ha la meglio: Chaplin ride, spensierato, senza accorgersi di punirla col suo stesso riso.”

 
 
 
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