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Michela Murgia -Accabadora

Post n°16 pubblicato il 09 Giugno 2015 da belatrix61

Fino agli anni '50 in Sardegna si praticava l'eutanasia. Era compito di sa femmina accabadora procurare la morte a persone in agonia. Dal termine sardo accabai di derivazione spagnola acabar che vuol dire terminare,finire. S'accabadora era una donna che, chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva ad ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze. Un atto pietoso nei confronti del moribondo e un atto necessario per la sopravvivenza dei familiari ( specialmente in contesti sociali meno abbienti) incapaci di gestire il dramma della malattia con l'impossibilità di avere l'assistenza di un medico spesso a molti giorni di distanza dal paese. Era qualcosa che tutti sapevano, ma di cui nessuno parlava... Sa femmina accabadora vestita di nero arrivava di notte a casa del moribondo e dopo aver fatto uscire i familiari che l'avevano chiamata restava nella stanza del malato e col viso coperto usava per lo più un cuscino per soffocarlo provocandone la morte. Ad onor di cronaca c'era un  altro strumento che s'accabadora poteva usare "su  mazzolu" un arnese contundente di legno che la donna assestava con un colpo diretto sulla fronte. Questa figura, espressione di un fenomeno socio-culturale e storico nei piccoli paesi rurali della Sardegna e' legata al rapporto che i sardi avevano con la morte. Nella cultura della comunita' sarda, non e' mai esistito una vera paura di fronte agli ultimi istanti della vita dell'uomo. Si puo' anzi dire che i sardi avessero una propria e personale gestione della morte, considerata il naturale ciclo della vita.
A questo argomento la scrittrice sarda Michela Murgia ha dedicato un bel libro, pubblicato nel 2009, molto ben scritto "Accabadora". La protagonista Maria  da bambina viene adottata da Tzia Bonaria una donna misteriosa e rispettata dalla comunità che le darà con amore molti insegnamenti sulla vita. Ma solo dopo anni Maria scoprirà la verità sulla sua madre adottiva:è un accabadora, e il loro rapporto si incrina fino alla rottura definitiva.Dopo quasi due anni di lontananza dalla Sardegna Maria riceve una lettera di invito a ritornare nell’isola a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute di Tzia Bonaria. Maria torna al paese e lascia Torino decidendo di accudire, come aveva promesso, la donna. L’anziana sopravvive tra dolori lancinanti davvero insopportabili. Solo allora Maria rivaluta le sue convinzioni in merito al tema ostico dell’eutanasia.

Per fortuna, nel momento fatidico della decisione presa, l’anziana donna si spegne in modo naturale, evitando così a Maria di ricorrere al gesto estremo. 

 

Il problema dell'eutanasia è più che mai attuale. Abbiamo il diritto di decidere se voler mettere fine alla vita? O forse la domanda più giusta sarebbe: è giusto voler mettere fine a una vita che non è più vita? Se cristianamente dobbiamo accettare le sofferenze, credo però che vorrei  decidere di poter mettere fine a un accanimento terapeutico, sia che si tratti di cure mediche, sia che si tratti di macchine artificiali...

 

 

 
 
 
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