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INVIDIA

Post n°132 pubblicato il 08 Ottobre 2010 da deontologiaetica

L'INVIDIA E' ANTICA COME IL MONDO: SAGGI E ANTOLOGIE NE RACCONTANO LA STORIA, DALLA BIBBIA ALLA PSICOANALISI E ALLA PUBBLICITA'
Il PECCATO SENZA PIACERE!



Nella Bibbia è scritto che fu a causa dell'invidia del diavolo che la morte si palesò. Invidioso della benevolenza che godevano presso Dio creature palesemente inferiori a lui, Satana tentò Adamo ed Eva. Molti personaggi biblici cadono vittime dell'invidia: Caino, autore del primo omicidio, Esaù, Saul; per invidia fu venduto Giuseppe e per invidia gli ebrei cedettero Gesù a Pilato. Inclusa nei setti peccati capitali, cos'è esattamente l'invidia? Il dispiacere o la scontentezza per la superiorità o per la felicità altrui. L'invidia è connessa alla maldicenza, all'avidità; come avevano compreso i Padri della Chiesa, discende dalla superbia, che dei sette peccati è il primo. Chi ha analizzato con maggior profondità questo sentimento sono stati proprio loro: Gregorio, Cipriano, Tommaso; poi gli scrittori e i filosofi - Hobbes e Kierkegaard - e naturalmente gli psicoanalisti: Freud, Melanie Klein. A fare il punto sull'invidia, grande motore individuale e collettivo, è un recente libro curato da Enzo Funari, L'invidia. L'invidia è prima di tutto un atto visivo: in-videre, guardare di mal occhio. L'invidioso è uno che non può vedere bene. Dante, che non la considera un peccato grave, colloca gli invidiosi nel Purgatorio; li descrive come uomini che avanzano in gruppo sorreggendosi l'un l'altro, per via delle palpebre chiuse e cucite col fil di ferro. Tra tutti i peccati capitali è l'unico che causa soprattutto sofferenza: non procura piacere e gioia, come la lussuria o la gola, ma dolore e infelicità. Secondo la dottrina cristiana, spiegano due studiose del pensiero medievale, Carla Casagrande e Silvia Vecchio, l'invidioso sperimenta il peccato senza il piacere. Il suo è un tarlo interiore che lo rode, una ruggine interna, una putrefazione del pensiero. La causa sta nel rovesciamento che produce: provare dolore per il bene degli altri. San Tommaso scrive: l'invidioso vede nel bene degli altri un male per se stesso. Aristotele afferma che l'invidia riguarda le persone tra loro vicine; solo se è possibile stabilire un paragone, si prova infatti invidia. Non s'invidiano i lontani e gli sconosciuti. In questo senso, come ha confermato la psicoanalisi, l'invidia non è generata dal bene dell'altro in senso generale, ma solo da quel bene che si pensa possa ledere l'eccellenza dell'invidioso. I Padri sono concordi nello stabilire che l'invidioso non è altro che un superbo deluso nella sua volontà di eccellere, un arrogante frustrato dalla gloria altrui, un orgoglioso che si vuole superiore agli altri. E tuttavia l'invidia confina con l'ammirazione. Kierkegaard scrive che l'invidia è un'infelice affermazione di sè, mentre l'ammirazione è un felice atto di resa. Lo psicoanalista Leslie H. Faber sostiene che «più è acuta l'invidia, tanto più l'invidioso è costretto a calarsi drammaticamente nella parte dell'ammiratore». L'ammirazione sincera, in effetti, si tiene in disparte, rispetta le distanze, si alimenta nel silenzio. Quando ammiriamo troppo, e con troppe lodi, si palesa il desiderio di possedere le qualità che hanno suscitato l'invidia. Tutti sono capaci di percepire l'invidia degli altri, quasi nessuno riconosce di essere invidioso. Ma cosa produce in noi l'invidia? Un'esperienza di scissione, non solo perchè ci aliena dai nostri simili, ma perchè ci separa da noi stessi. Parenti prossimi dell'invidia sono l'odio, la gelosia, l'amore. Ma come distinguere l'invidia dalla sua sorella la gelosia? L'invidia è un sentimento a due attori, la gelosia a tre. Scrive Farber: la gelosia è un dramma monotematico e romantico, nel quale recitano tre attori. L'invidia è statica più che drammatica; adatta, afferma lo psicoanalista, le proprie manifestazioni più alle circostanze che all'intreccio; la gelosia, al contrario, riunisce in modo ossessivo sulla scena parti sempre più vaste della realtà, spingendo il dramma verso la temuta e sicura rovina, come documentano innumerevoli romanzi e film, oltre la nostra stessa esperienza di vita. La parola gelosia deriva dal greco zelos che significa emulazione, zelo, e denota un sentimento d'intensità come il fervore, la devozione. Per quanto la gelosia non figuri tra i setti vizi capitali, è probabilmente molto più pungente e devastante dell'invidia e colpisce un campo molto vasto delle relazioni interpersonali; l'interdetto sociale cade più sull'invidia che non sulla gelosia. L'invidioso è disapprovato, il geloso compatito. Questo perchè l'invidia, a differenza della gelosia, è una malattia sociale. Il padre occidentale dell'invidia è stato Gregorio Magno. Fu lui nel VI secolo a dare all'invidia un posto di rilievo nella gerarchia dei vizi. Il suo obiettivo era quello di favorire il perfezionamento spirituale dei monaci. Gregorio si rese conto che, nonostante la separazione dal mondo, anche nei monasteri e nelle comunità dominava l'invidia, causa di tensioni e conflitti continui. L'invidia è presentata come la nemica dell'ordine sociale; contravviene al comandamento evangelico della carità, dell'amore vicendevole. Tra il XII e il XV secolo, la Chiesa svolge delle vere e proprie campagne contro l'invidia, la quale sembra allignare soprattutto in due luoghi: la corte e il mondo intellettuale. La nascita dell'intellettuale moderno, sganciato dalla Chiesa, avviene in un clima di forte competizione culturale ed economica all'interno delle università; questo impone a Tommaso d'Aquino di rivalutare la competizione sociale e di darle uno statuto positivo, fino a legittimare la ricerca dei beni temporali di cui altri già godono. La concorrenza, fondata sull'invidia, si emancipa progressivamente dal suo statuto di peccato. Da allora dovranno trascorrere diversi secoli prima che l'invidia venga di nuovo alla ribalta come problema, ora solo individuale. Freud parla di «invidia del pene» da parte delle bambine in uno scritto del 1905; l'invidia resterà per lui il limite stesso dell'intervento psicoanalitico, come ricorda Paolo Leoni che ripercorre il tema dell'invidia nelle opere del fondatore della psicoanalisi. E' Melanie Klein, autrice di invidia e gratitudine, a sostenere negli anni cinquanta del Novecento che l'invidia in realtà è connessa alla pulsione di morte, a una forza distruttiva innata che non concede scampo. La Klein lega il sentimento dell'invidia al rapporto del bambino con la madre; il neonato, al contatto con il seno materno, dispensatore di nutrimento e piacere, prova insieme un senso di gratificazione e d'invidia. La psicoanalisi stabilisce un rapporto molto stretto tra avidità e invidia, ma anche tra invidia e senso di colpa. Delineando uno scenario ben più infernale di quello descritto dai Padri della Chiesa, Melanie Klein parla dell'invidia come espressione sadico-orale e sadico-anale di impulsi distruttivi che entra in funzione sin dalla nascita. Sviluppando l'intuizione dantesca dell'invidioso che non vede, Farber e Bion la definiscono un boomerang che colpisce l'invidioso: egli non riesce a vedersi e perde la capacità psichica d'amare. Lo scrittore John Berger, in un libro dedicato al guardare (Questioni di sguardi), ha messo bene in luce come la pubblicità renda le persone invidiose di se stesse, di ciò che potranno essere: «Che cosa dunque rende invidiabile quel se-stesso-che-potrebbe-essere? L'invidia altrui. La pubblicità parla delle relazioni sociali, non di oggetti. La sua non è una promessa di piacere, ma di felicità: felicità misurata dall'esterno, col metro del giudizio degli altri. La felicità di essere invidiati è glamour». Nessun termine rende così bene la condizione contemporanea come la parola glamour: fascino, seduzione, magia. Il motore segreto della pubblicità, e della moda, è proprio la fascinazione prodotta dall'invidia: «La spettatrice-compratrice - scrive Berger - deve invidiare se stessa per ciò che diventerà se compra il prodotto. Deve immaginarsi trasformata dal prodotto in oggetto d'invidia per gli altri, un'invidia che quindi giustificherà l'amore che ella prova per se stessa. Per dirla in altre parole: l'immagine pubblicitaria la deruba del suo amore di sè per ciò che lei è, e glielo restituisce al prezzo del prodotto». Neppure i fantasiosi Padri della Chiesa avrebbero previsto che l'invidia sarebbe diventata uno dei motori principali del cambiamento sociale, della trasformazione dell'uomo in oggetto di se stesso. Questo significa che il cerchio dell'invidia si è chiuso? Difficile dirlo.

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Commenti al Post:
qtvr
qtvr il 08/10/10 alle 19:24 via WEB
I Padri della Chiesa no ma Darwin, vista la selezione che l'ambiente impone forse ce lo poteva già dire.
 
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