MONDO SICILIA
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PACECO, LA TERRA DELL'ARCOBALENO
Tremolanti sotto la luce abbagliante della primavera siciliana, le piatte distese delle saline s’allungano a vista d’occhio. Nel silenzio delle prime ore dell’alba, l’unico rumore è quello degli uccelli che cantano, bisticciano, cercano cibo a pelo dell’acqua o nella bassa vegetazione che impennacchia i canali dove l’acqua scorre lenta. Sono fenicotteri, aironi, cavalieri d’Italia e tante specie di anatre, che qui, tra le vasche, i bracci e le pozze delle saline trovano l’ambiente ideale per vivere, svernare, nidificare. Un ambiente che da qualche anno è protetto da vincoli severi, per garantire, l’integrità della natura ma anche delle saline nel loro complesso e dei mulini, antiche costruzioni in parte ripristinate. Sono proprio loro il simbolo di questa zona. Per costruirli venivano chiamate schiere di carpentieri ed artigiani di varia specializzazione; per farli funzionare, e fare funzionare le saline c’erano i salinari di Nubia, il borgo dal nome e dall’aspetto africano, annidato ai piedi di un’antica torre d’avvistamento secentesca, a pochi passi da Paceco, in provincia di Trapani, in cui il mestiere si tramandava di padre in figlio e la perizia antica risaliva addirittura ai Fenici, primi colonizzatori della Sicilia occidentale.
Non ci si improvvisava salinari. Bisognava conoscere i tempi della natura, tecniche antiche per “fare un sale buono”; il vento per decidere il momento più opportuno per lasciar libere le pale; saper manovrare le chiuse, per far entrare l’acqua nelle vasche; saper disporre i cumuli di sale ad asciugare e le tegole per proteggerli dalle intemperie. Così, al ritmo cantilenante di canzoni ormai pressocchè dimenticate, la forte gente di Nubia lavorava e lavora ancora nelle saline di Paceco.
E non solo lì. C’è anche un vasto territorio, fecondo di prodotti unici nel loro genere, come l’aglio rosso, dal sapore vigoroso che si raccoglie di notte, per intrecciare più facilmente le lunghe ghirlande da appendere ai balconi, per averne sempre uno spicchio a portata di mano, come il melone d’inverno che a giugno punteggia d’oro i campi, il cartucciaro, un frutto tipico della zona, dalla polpa bianca e succosa. Come le vigne e gli ulivi robusti. Il territorio di Nubia e di Paceco, il comune cui il borgo fa capo, è prodigo di frutti.
Fu proprio questo il motivo che spinse il principe Placido Fardella, nel 1607 a fondare il paesino, che chiamò Paceco in onore della moglie Teresa Pacco Vigliena. L’impianto urbanistico fu disegnato con accuratezza, con una maglia perfettamente ortogonale. Il principe ordinò anche la costruzione di una chiesa per le necessità spirituali della piccola comunità.
Oggi quella chiesa, intitolata al Santissimo Crocifisso, con quattro pale d’altare del millesettecento è il monumento principale del piccolo centro, ma d’altra parte a Paceco non si viene per ammirare monumenti.
Si viene per una passeggiata fra i canali delle saline, per far scorta di meloni, olio, aglio e altri prodotti della terra, per gustare le pietanze, frutto dell’antica sapienza delle massaie, per immergersi nell’atmosfera sonnolenta di un paese che ancora custodisce i propri ritmi antichi, con il caffè sulla piazza e la partita di bocce con gli amici. O magari per assistere a una delle pittoresche feste popolari, come quella di San Giuseppe che nel mese di marzo, anima la frazione di Dattilo.
Senza dimenticare che Paceco può essere un punto di partenza fondamentale per la scoperta di tante località importanti della Sicilia Occidentale, da Erice, che veglia le placide terre dall’alto del suo solitario cocuzzolo, a Marsala, con le sue tante cantine. Da Mozia, colonia punica di enorme rilevanza storica e archeologica a Segesta e Mazzara del Vallo.
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il 25/03/2009 alle 09:20
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