La vita che vorrei

Non è difficile volare. Basta volersi bene

 

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Meno venti

Post n°99 pubblicato il 19 Settembre 2012 da ilmondocheiovorrei

Erano quaranta, venerdi scorso. E il cuore mi stava scoppiando, mentre ero a letto, solo come un cane abbandonato. Devo smettere, me lo impone il cuore: troppe volte corre veloce come Bolt. Ora sono a quota venti. Oggi meno: 15. Mi frega soprattutto la mattina, ma sto cominciando a controllarmi, senza ingollarmi di caramelle. Come? Non fumo, ma salvo il gesto, il rito. Tengo la sigaretta in bocca, ne annuso il tabacco, ma non l'accendo. Se resisti una decina di minuti, poi non ti viene più in mente di accenderla. E la riponi nel pacchetto.

 
 
 

regalo di Natale

Post n°98 pubblicato il 26 Settembre 2011 da ilmondocheiovorrei

Era nato il 24 dicembre, perciò lo chiamarono Natale. La notte di qualche giorno fa, su un piazzale di una città d’Italia, Natale è intervenuto nell'unico modo che riteneva possibile: offrendo il proprio corpo di sessantenne barbone alle spranghe dei teppisti, affinchè le ragazze potessero scappare.

Non è vero che non avesse niente da perdere. Aveva la vita. Una vita che lo aveva sconfitto, con troppi mestieri cominciati e falliti, e quel vuoto intorno che un po' alla volta penetra dentro. Chi ha conosciuto i barboni miti, sa che non hanno più voglia di proteggersi nemmeno da se stessi. Ma persino nel più demoralizzato dei cuori esiste una valvola che, anche quando ci si è arresi al proprio destino, resta sensibile al richiamo del prossimo. Si chiama umanità. Molti l'hanno dimenticata, forse perchè non ha i soldi per pagarsi la pubblicità. Però ogni tanto trova ancora qualcuno, come Natale, che gliela fa gratis, a prezzo della vita.

 
 
 

La macchina perfetta della censura

Post n°97 pubblicato il 28 Aprile 2011 da ilmondocheiovorrei

Non possiede la chiave della sua casa di Shanghai, il mio amico. Gentili sorveglianti, giorno e notte, aprono e chiudono l'ingresso della vecchia dimora cinese, dove vive e lavora. Controllano tutto, per la sua sicurezza. Se vuole andare a dormire, o incontrare qualcuno, deve prima suonare il loro campanello. Le conversazioni telefoniche sono registrate e una voce cinese spesso suggerisce cautele che non è in grado di comprendere. La posta elettronica viene filtrata da un esercito di ingegneri del governo. Identificano le persone che lo contattano e, come gesto di riguardo, glielo comunicano.

Internet, in Cina, è sottoposto a verifiche automatiche ossessive. Spesso degenerano nella comicità, innescata dagli equivoci di caratteri linguistici consonanti. "Carota" è un termine bloccato: il primo ideogramma coincide con il nome del presidente Hu Jintao. Quando ingenuamente si cerca una parola proibita, o ci si attardo su un argomento vietato, lo schermo del pc si svuota e una scritta segnala l'errore tecnico commesso. Se i peccati sono più gravi, ancorché inconsapevoli, si viene educati.

Per qualche settimana, dopo l'uscita di un articolo "non armonizzato", è venuta a trovarmi la polizia, mi ha raccontato l'amico. Ragazzi sorridenti controllano visti, documenti e permesso di lavoro. Non è un "caso" quello del mio amico. Queste attenzioni gratificano tutti i quattrocento corrispondenti stranieri che lavorano in Cina. Per i giornalisti cinesi le cure sono più attente. Un Paese con un miliardo e trecento milioni di abitanti, guidato da un potere che non viene eletto dal popolo, non può permettersi di precipitare nel caos dell'informazione indipendente. I cronisti, prima di mettere piede in un giornale, o in una televisione, conoscono lo stretto confine di Stato tra lecito e illecito. Per cancellare il mio amico, ammesso che una simile frivolezza interessi a qualcuno, basta interrompere la corrente elettrica. Loro perdono il posto di lavoro e iniziano il pellegrinaggio in tribunale, anticamera della cella.

Il mio amico di Shanghai è felice di non possedere la chiave della sua casa. E' nelle mani sicure di vecchi militari che suonano il flauto. Quando esce, si accendono di entusiasmo e chiedono al tassista se per caso lo stiano per portare all'aeroporto internazionale, per la partenza con un biglietto di sola andata. E' una doppia paranoia, alimentata dalla paura, quella che si confronta in Cina: i cinesi pensano che i giornalisti stranieri siano spie di potenze nemiche, noi restiamo convinti di non poter mai credere in loro.

 
 
 

Ma che bella gente

Post n°96 pubblicato il 23 Marzo 2011 da ilmondocheiovorrei

Dopo tante frequentazioni d'osteria con anziani compagni ancora vitali e battaglieri ma ormai fuori, anche per ragioni d'età, dalla vita politica, ho accettato, sia pure di malavoglia, un invito a cena in uno di questi circoli intellettual-popolari frequentati dalla nuova sinistra militante. Mi ci ha portato un amico. Mi ha sempre detto: mi farebbe piacere che uno come te, che faceva casino fin dai tempi dell'asilo, ci venisse, sai dobbiamo fare qualcosa. Vabbeh, ci vado, vediamo un po' come sono questi nuovi militanti. Non l'avessi mai fatto, ora finalmente ho capito perchè si perde sempre. Sinceramente, questi quaranta-cinquantenni di sinistra, esponenti di spicco della generazione di giovani più liberata, nevrotica e viziata della storia umana, mi fanno un po' ridere: risentono di una formazione superficiale e retoricamente seriosa: più emozioni che cultura, più esperienze che studi, più melassa che ironia. A tavola sembrano tutti principini, manca solo il maggiordomo, però sai, mi dice uno, noi siamo dalla parte della gente che soffre. Un altro mi fa: da quando sono bambino ho in camera il poster del Che, la Marilyn dei compagni. Bravo, gli dico. A proposito sai cosa disse il Che a un agghiacciato Pietro Ingrao, che tu immagino ben conosci? Disse che "se un venezuelano mi chiedesse oggi un consiglio, io gli risponderei così: quello che dovete fare è cominciare a sparare alla testa e ammazzare tutti gli imperialisti dai quindici anni in su". Mi hanno guardato male. Beh, dico, ma se dobbiamo incazzarci, dobbiamo farlo fino in fondo, no? No, evidentemente. Un altro mi ha citato il sessantotto e la sua replica, il settantasette. Capisco, gli rispondo: quei movimenti hanno prodotto diverse mode, ma soprattutto parecchi organigrammi aziendali e, insieme a una ventata di freschezza, guasti indelebili, ben visibili in molti trop manager: lo spirito di cordata e di branco, che nel rapporto con gli altri li porta a privilegiare l'appartenenza all'intelligenza; l'arroganza nei confronti dei deboli e il servilismo verso i potenti. Mi guardano male. Si parla di statisti e uno tira in ballo un leader del calibro di Tony Blair. Ah sì, commento, quel socialista thatcheriano che mena i figli, detesta le barbe e i barboni, ha iscritto Dio al suo partito al posto dei sindacalisti ed è favorevole a un nuovo taglio delle pensioni ma soprattutto dei suoi capelli. Mi guardano storto. Vabbeh, per sdrammatizzare la butto sul tempo libero. C'è chi va in ferie a Cuba e lo capisco: se un italiano adesca signorine a pagamento in Albania è un maiale. Se fa la stessa cosa a Cuba, un timido che si è sbloccato. Un altro mi parla degli States, la meta ideale per fare il pieno di nuove illusioni, prima di tutte quella di piacere agli americani. Ma lo sai, gli dico, che all'epoca il New York Times non ha dedicato una sola riga allo storico viaggio di D'Alema benché mister Max, che da ragazzo scriveva "Yankee go home" sui muri con lo spray, al termine di un lungo training autogeno avesse acconsentito a passare mezza giornata con ben due giornalisti di quel prestigioso quotidiano. No, risponde, non lo sapevo. E il mare? Tutti, o quasi, a Sabaudia, la Malibu della sinistra: ha chilometri di dune e decine di ville edificate in riva al mare con generosità. Qui tra l'altro D'Alema e Veltroni passarono l'unica vacanza unitaria della loro vita. Un ossessivo e un isterico nella stessa casa, la famosa casa comune della sinistra: chissà che divertimento. Uno a fare il sugo e l'altro lo zapping. La spesa invece la faceva qualcun altro, come sempre. Ma volete mettere, dico, un bel campeggio in Liguria? No. Meglio qualche buona lettura. Le bonazze di sinistra over 40 stravedono per Baricco e fanno bene perché in tv Barocco Baricco è un vero fuoriclasse, un affabulatore che incatena lo spettatore al video anche se legge la bolletta della luce. Ecco, domando, se anche i romanzi si limitasse a leggerli, facendoseli scrivere da qualcun altro?  No, Baricco non si discute. Come non si discutono i bei film della cinematografia italiana di sinistra, caratterizzata da soggetti esili, trame noiose e dialoghi improbabili. Quella che racconta storie minimaliste origliate su qualche terrazza o tinello romano-milanese, che di solito cominciano con il primo piano di una caffettiera che bolle in un cucinino triste. Poi c'è Nanni Moretti. Ah si, dico, il regista di culto, molto colto, molto bello, molto intelligente, ma soprattutto molto consapevole del fatto di essere Nanni Moretti. Un mestiere non semplice. Bisogna sempre dire cose molto acute e con un tono molto saccente: lui ci riesce per circa dieci minuti a film. La restante ora e mezza è talvolta molto noiosa. E' mezzanotte, la cena è finita. Prima dei saluti, mi giunge spontanea, dopo una sonora scoreggia (e che cazzo, quando ci vuole ci vuole), una domanda: scusate, ma qualcuno di voi ci ha mai parlato con la gente che fa fatica a tirare a fine mese? Faccio questa domanda perchè mi risulta che molti dei presenti saranno probabilmente candidati alle prossime elezioni politiche, se mai ci saranno. Sì certo, mi rispondono, troveranno tutto nel nostro programma. Ah grazie, mandatemene una copia: sarà perfetta, come carta igienica. Usciamo: si avvicina un arzillo vecchietto, chiede qualche euro. Che palle, risponde uno. Alla fine offro io, così mi tiro su: ho mangiato male, sentito una mare di cazzate e nessuna delle bonazze mi ha filato. Se questi sono i volti nuovi, siamo rovinati. Volevo andare a dormire presto e invece alle 2.30 di notte sono ancora in piedi e in coma. Serata di me ... a e mi dispiace tanto per quelli più giovani di me che ci credono sempre. Come ci credevo io, quando ero giovane come loro. Ma se mi tornano a sbattere i globuli, mi sa tanto che in piazza ci vado ancora, come ai bei tempi. A proposito, caro Che, prima di sistemare gli imperialisti, che ne dici di cominciare da questi qui?

 
 
 

Dall'onda la prova dell'amore

Post n°95 pubblicato il 23 Marzo 2011 da ilmondocheiovorrei
Foto di ilmondocheiovorrei

Ha ritrovato in un piccolo anello la forza di sorridere ancora. Potenza di un anellino d'argento bianco con brillanti. Niente di particolarmente pregiato. Se non perchè le è stato donato da un marito che non vedrà più. Mamma di due bimbe, Rio di 2 anni e Ria di 5 mesi, Eriko, 33 anni, è sopravvissuta allo tsunami. E' viva perchè il marito Yoshinari, lo scorso 11 marzo, l'ha chiamata al cellulare subito dopo la grande scossa: "State bene? Tra poco salteranno le linee telefoniche ..." Queste le ultime parole di Yoshinari, autista di una ditta di trasporti, per avvisarla dell'allarme maremoto e della necessità di correre via, prima che fosse troppo tardi. Erika ce l'ha fatta perchè ha caricato le figlie in auto ed è scappata sulla collina anziché verso quel rifugio, poi travolto dall’acqua, previsto dalle esercitazioni della Protezione Civile. Pochi giorni dopo, Eriko ha saputo che il suo uomo era stato travolto dallo tsunami mentre si trovava sul furgone. E’  toccato proprio a Eriko riconoscerne la salma e gli effetti personali, all'obitorio. Un compito dolororissimo, che si è trasformato in una sorpresa: per giunta inaspettata. "A San Valentino" ha raccontato Eriko "dopo aver consegnato la tradizionale scatola di cioccolatini a mio marito, gli avevo chiesto un regalo per il Giorno Bianco". Howaito dee: il "Giorno Bianco", è una tradizione tipica del Giappone che impegna mariti e fidanzati, dopo aver ricevuto dalle amate i doni di San Valentino, a restituirli "tre volte più grandi" un mese dopo, il 14 marzo. "Non mi aspettavo nulla" continua sorridendo Eriko "E' vero, glielo avevo chiesto. Ma gli avevo anche detto: lo so, non sei il genere di marito che fa un regalo alla moglie". Si era sbagliata. "Quando ho esaminato gli effetti personali raccolti vicino al suo corpo, ho notato un pacchettino: lo aveva in tasca e conteneva un anello, un anello per il Giorno Bianco, un anello per me, che mi avrebbe regalato il 14 marzo". Yoshinari non ha fatto in tempo, ma la sua prova d'amore consegnata alla moglie oltre il tempo della vita ha ridato a Eriko forza e speranza, per sè e per le bimbe. E un sorriso, dopo tante lacrime.

 
 
 
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Un blog di: ilmondocheiovorrei
Data di creazione: 06/01/2010
 

 

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