La morte è un evento eccezionale, si dice, unico per ciascuno di noi, a nulla comparabile. Sotterranea, inesprimibile, sembra diffondersi l'idea, l'atteggiamento, secondo cui se tutto andasse bene, se ognuno (a volte ognuno fuorché noi, la colpa sembra essere sempre di qualcun altro) facesse il suo dovere fino in fondo, se i medici sapessero veramente il loro mestiere, se gli amministratori facessero rispettare la legge, se i fuorilegge non la violassero, se gli industriali non inquinassero e se i datori di lavoro non ci stressassero, la morte non arriverebbe mai. Forse -forse!- in un futuro lontano in cui saremo così sazi della vita da lasciarci andare serenamente. Non è così, naturalmente. Non solo: la morte non è un evento unico. Chi può dire, senza ricorrere al concetto di anima, che un io che ragiona di se oggi sia la stessa persona che, vent'anni fa, portando lo stesso nome, faceva ragionamenti diversi, vestiva e si atteggiava in modo diverso, pesava diversamente, aveva altre cellule ed un ben diverso bilancio ormonale? Non si potrebbe dire, con qualche ragione, che una nuova si è sostituita alla precedente? E questo per cominciare. Poi bisogna rendersi conto che, speculare alla fine, c'è l'inizio. La morte e la nascita sono la stessa cosa: due porte chiuse. La prima ci vieta il futuro, la seconda ci vieta il passato. Ciò sembra meno grave, il passato è un film già visto, ma ci può bastare questa vaga conoscenza, a linee via via sempre più grandi, che ne abbiamo? Come possiamo considerare qualcosa di già vissuto quello che di fatto non abbiamo potuto vivere? Rimpiango il passato in cui non ho potuto vivere quanto il futuro in cui non vivrò, forse di più, perché so quello che mi sono perso.
Inviato da: stefania.lovati
il 13/09/2005 alle 16:45
Inviato da: Nannim
il 27/07/2005 alle 23:49
Inviato da: cari0la
il 27/07/2005 alle 23:43
Inviato da: Nannim
il 18/07/2005 alle 02:15
Inviato da: Cane_nero
il 18/07/2005 alle 01:26