Mi piacerebbe lanciare un nuovo “stile”, oltre il biologico, o l’organico, che dir si voglia: la bassa produttività. La produttività sembra essere l’ossessione dei coltivatori, parla anche col più recentemente neofito dell’orticoltura e lo troverai già prodigo di consigli; fai così, fai cosà, vedrai quanti pomodori! Quanti peperoni, quante zucchine! Io me li guardo di traverso e poi li gelo. Voglio delle piante che producano pochi pomodori, pochi peperoni e, perdio! Poche zucchine, che di zucchine proprio non se ne può più.
La ricerca esasperata della produttività, anche tra i più ecologistici dei coltivatori, naturalmente ha un senso, o almeno lo aveva. In passato si era sempre sull’orlo della penuria e della carestia e non si buttava via niente. Ma oggi sembrerebbe che i problemi di penuria che ancora esistono qua e là per il mondo siano più un problema di distribuzione che carenza generale. Certamente non è bene che il mondo si faccia sorprendere da qualche evento, magari climatico, che danneggi i raccolti su scala globale, con le scorte d’emergenza ridotte, quindi nulla in contrario che i produttori di grano o di riso, per citarne due essenziali, facciano ciò che possono per incrementare le riserve. Ma per molti prodotti il destino della sovrapproduzione è semplicemente l’acquisto da parte di appositi enti e la successiva distruzione. Piange il cuore a vedere le arance e le pesche schiacciate dalle ruspe a tonnellate. Fa impressione lo spettacolo dei campi di cocomero a fine stagione, li avete mai visti? Vengono raccolti solo i cocomeri di un calibro, di una dimensione, precisi, quelli che troveremo nei mercati e sulle bancarelle. Gli altri, quelli più piccoli ma sicuramente non meno buoni, vengono semplicemente lasciati a marcire nei campi. Se l’AIMA, o gli analoghi enti che nei paesi occidentali comprano e distruggono le eccedenze, pagassero per non produrre la spesa sarebbe analoga, ma lo spreco infinitamente minore. Soprattutto poi chi coltiva per se e per gli amici, chi punta ad una produzione di qualità riservata ad un mercato di nicchia, sarebbe bene che si rendesse conto che la sovrapproduzione va a discapito della qualità, esaurisce il terreno rendendo indispensabili concimazioni continue, richiede maggiori sforzi per tenere sotto controllo le infestazioni. Eppure piante rustiche, a bassa resa ma resistenti, non si trovano. Certamente esistono ma sembra non abbiano mercato. Ho paura di essere l’unico imbecille che la pensa così, la speranza in un raccolto mirabolante, anche se del tutto superfluo, sembra essersi radicata nei geni umani. Bisognerebbe sottoporre i coltivatori all’ingegneria genetica prima delle piante, quindi.
Inviato da: stefania.lovati
il 13/09/2005 alle 16:45
Inviato da: Nannim
il 27/07/2005 alle 23:49
Inviato da: cari0la
il 27/07/2005 alle 23:43
Inviato da: Nannim
il 18/07/2005 alle 02:15
Inviato da: Cane_nero
il 18/07/2005 alle 01:26