
mer 11 mar 2009
PANAS
di CLAUDIA ZEDDA
Delle volte accade che la terra prenda vita e le società passate ritrovino voce, e ci parlino. Racconti antichi, raccolti da chi sa ascoltare, che vengono assimilati e riproposti. Il racconto è firmato Tiziano Pillitu, regista, e prende forma di pellicola, ancor più gradevole se si tengono in considerazione i pochi mezzi a disposizione. Tutta arte e passione quella che viene proiettata alla fine di un lavoro lungo mesi, che si condensa in un ora e mezza di immagini, suoni e parole, sogni dimenticati e speranze ritrovate. La pellicola ruota intorno alla figura mitica delle panas, donne morte di parto, donne impure che la tradizione sarda vuole scontino una atroce pena; quella di lavare per sette anni i panni insanguinati dei propri figli mai conosciuti. Anime buone, cui è concesso tornare solo a notte fonda, e quando la luna è piena e alta nel cielo, cantando strazianti ninnananne. Anime innocue capaci però d’uccidere o ferire se disturbate, perché è scritto che se la pena fosse interrotta dovrebbe essere ripresa da principio, per altri sette anni. Espressione della loro rabbia il lancio dei panni che lavano e schizzi d’acqua, che impregnandosi d’ira prenderebbero la consistenza di fuoco. Nei paesi sardi si diceva delle donne che portavano il viso macchiato che avessero disturbato una pana.
Una donna che muore mettendo al mondo due gemelli dà inizio ad una storia che immerge l’osservatore in un mondo dimenticato, addormentato, che si ridesta per mostrarsi in tutto il suo splendore e in tutta la sua semplice crudeltà. Quella concreta che esisteva quando la società sapeva scindere fra bene e male, entrambi accettati in quanto facenti parte della medesima vita. Scenari selvaggi, misteri non svelati vissuti da un paese sardo e dai suoi abitanti sul finire dell’ottocento. Temi tradizionali noti e meno conosciuti, presenza de sa accabadora, il ballo tondo, il tema ricorrente dello scontro fra carabinieri e banditi, l’amore come filo conduttore, sono gli elementi che danzano intorno alle sonorità tradizionali. Un sorriso desta la semplice naturalezza degli attori non professionisti, provenienti da differenti paesi della piccola Sardegna, che interrompendo per breve tempo la propria quotidianità, rivivono una storia come tante, raccontata come poche volte accade, che ci dimostra come il fascino del passato, sommato alla tecnica nuova e la passione mai tramontata, possa far ancora sognare.
Panas di Pillitu segue la precedente e indimenticabile opera di Marco Antonio Pani, datata 2005. Un corto ermetico, da interpretare, che lascia col fiato sospeso per i venti minuti e più nei quali scivola come vento caldo, mentre osserva distaccato i miti sardi di fine novecento, che stentano a morire. Meravigliose le panas che lavano e cantano, incantevoli spettri di donna, abbracciati dal mistero notturno.
Lecita la confusione vista l’omonimia dei titoli, che scemerà solo quando avrete assaporato entrambe le pellicole che profumano di Sardegna.
Tags: Folklore, Panas, Sardegna, Tiziano Pillitu, Tradizione
Claudia Zedda
Laureata presso l’Università di Cagliari nel corso di Lettere Moderne con indirizzo socio antropologico, ha di recente pubblicato il suo primo libro dal titolo “Creature Fantastiche in Sardegna” e da anni si occupa di scrittura creativa. Collabora con alcuni quotidiani locali, tra i quali l’Unione Sarda, diverse riviste on line (mediterraneaonline.eu, ziogeek.com, ecc...). Insegna presso una scuola privata: informatica, letteratura e materie umanistiche in genere.