
Così quest’anno non pagherò
l’Ici, grazie al primo vero, concreto, tangibile segno di nuova gestione del
nuovo governo. Non la pagherò, ed è un fatto; sono soldi, veri, che avrò per le
mani, e ci farò quello che mi pare: 231 (duecentotrentuno) euro, tutti
sull’unghia. Non male.
Che ci farò con quei soldi? Ancora ci devo pensare. Come il 90 per cento degli
italiani non sono in condizioni di patire la fame, dunque non comprerò del pane
per alleviarla. Al pari del 70 per cento degli italiani non soffro
nell’indigenza, dunque non ho intenzione di acquistare una maglietta, tre paia
di calze, un pantalone jeans per mio nipote Richi perché li ha già. Similmente
al 50 per cento dei miei connazionali ho un reddito che già mi consente di
trascorrere un lieto e salubre periodo di ferie.
Ragion per cui non sarà necessario che utilizzi il malloppetto per farmi un
weekend da qualche parte non troppo cara. In privilegiatissima compagnia di un
esiguo e aristocratico 15 per cento dei contribuenti del mio Paese, ho un
reddito così elevato che già mi consento di acquistare libri e giornali,
frequentare teatri e cinema, visitare musei e andare a cena in trattoria quasi
settimanalmente, ragion per cui non mi sentirò nella condizione di concedermi
finalmente svaghi che prima mi erano preclusi; magari ci fossero abbastanza
buon cinema e buona musica e buona letteratura e buona cucina da aver voglia di
spenderci di più. Cosicché prenderò questo gentile omaggio del governo e me lo
sputtanerò, per usare un termine già presente nel nuovo dizionario Zanichelli.
Lo sputtanerò al pari di una buona metà dei contribuenti, come mi sento di
azzardare. Forse comprerò l’iPod a Richi, forse un paio di scarpe in più delle
già più che sufficienti, magari una scatola di sigari cubani; roba così, roba
in di più, roba che se non ce l’avessi non cambierebbe di un niente la qualità,
vera, della mia vita.
Comprando futilità, sputtanando denaro aiuterò la ripresa economica? Di certo
aumenterà il fatturato della Apple, della premiata fabbrica di sigari Romeo y
Julieta, della Geox, con conseguente probabilità di aumento della produzione.
Chissà, magari farò del bene con i miei 231 euro all’economia mondiale. Ma per
l’ovvia legge dei vasi comunicanti, i soldini dell’Ici arrivano alle mie tasche
perché se ne vanno via da un’altra parte. So che i miei connazionali sono
letteralmente impazziti di gioia per questa redistribuzione tanto attesa, ma mi
chiedo se sono davvero, come li si fa, così fessi da pensare che il signor
Tremonti abbia passato un paio di notti in bianco per stampare biglietti di
banca da dare in giro. E mi chiedo se sono interessati, anche solo un pochino,
a sapere da dove vengono questi nostri, sacrosantamente nostri soldi che ci
accingiamo a sputtanare. Io lo so da dove li prendono, e ve lo dico. Lo so
perché lo ha detto il signor Sandro Bondi, ministro ai Beni Culturali. Vengono
per lo più da lì, sottratti alla cultura del Paese che si vedrà nei prossimi
anni decurtata del 50 per cento le sue disponibilità di spesa e investimento.
Non so se interessi a qualcuno, ma si dice in giro per il mondo che la cultura
è un bene primario, i beni artistici e culturali un patrimonio essenziale; ci
credono così tanto intorno a noi che i Paesi europei ci hanno lasciati ultimi
laggiù in fondo come investimenti culturali. Ora non è che bisogna andare per
forza dietro alle mode europee e ammalarsi di esterofilia su questioni
secondarie come i beni culturali e artistici, ma sarei curioso di sapere se i
miei connazionali sono dell’idea che far decadere i musei, non aprirne di nuovi
e migliori, sacrificare i fondi delle biblioteche, chiuderle e non aprirle dove
non ce ne sono, fare meno musica, meno teatro, deprimere le esperienze
culturali dei giovani non ce ne può fregare di meno. Che è roba che non
aggiunge niente alla qualità, vera, della nostra vita; che con tutti i problemi
che ci abbiamo chi se ne frega della cultura. Come sarei curioso di sapere se i
miei connazionali contribuenti pensano davvero che il giorno che si troveranno
due, trecento euro in più nel portafogli potranno finalmente sentirsi uomini e
donne realizzati, appagati, consapevoli e produttivi. Non parlo ovviamente di
quelli che con quei soldi compreranno il pane e le calze ai figli; anche se mi
viene in mente mio padre, operaio, che risparmiava sulle sigarette e sulle sue
camicie per comprare a rate i libri che avrebbe fatto leggere ai suoi figli, e
al figlio maschio, nel compimento del suo decimo anno di età, ha regalato la
tessera della biblioteca. Dei libri e della biblioteca il figlio spera di aver
fatto buon uso, adeguato alle aspettative del padre, ma è sicuro che senza quelle
opportunità sarebbe peggiore di quello che è.
È per questa ragione che se lo Stato mi chiedesse domani 231 euro come
contributo personale a un serio piano di sviluppo culturale della nazione,
glieli darei senza battere ciglio, e sono sinceramente curioso di sapere quanti
altri contribuenti farebbero come me, almeno tra quelli che hanno già tutto
l’essenziale, tranne un buon piano nazionale sulla cultura. Forse non così
pochi come ci credono che siamo.
P.S. No, alla fine non sputtanerò la mia Ici ritrovata. Con Richi abbiamo
deciso di investire in dieci capre che una Ong distribuirà alle famiglie di un
villaggio della Sierra Leone. Faremo così per non essere tentati da un iPod o
da una nuova locomotiva del nostro già trafficatissimo plastico ferroviario.
Siamo forse io e lui anime buone, spiriti eletti? Manco per sogno, siamo solo
alla ricerca di un po’ di senso delle proporzioni. E non dico che non ci costi
pesanti sacrifici.
Inviato da: hank.buk
il 11/10/2015 alle 17:27
Inviato da: rugiada_nel_mattino
il 09/10/2015 alle 17:41
Inviato da: rugiada_nel_mattino
il 28/09/2015 alle 10:35
Inviato da: rugiada_nel_mattino
il 23/09/2015 alle 09:18
Inviato da: rugiada.nel.mattino
il 23/06/2015 alle 06:29