Creato da shaijlyah il 26/11/2009

e fu... Neapolis...

l'antro di una citta' spesso dimenticata...perdendosi nell'immenso tra immagini, fantasie, miti, leggende e misteri...

 

LA SEDIA DELLA FERTILITA’ NELLA CASA DELLA SANTARELLA.

Post n°12 pubblicato il 14 Aprile 2010 da shaijlyah
 

Siamo nei Quartieri Spagnoli di Napoli, Vico Tre Re a Toledo, qui si chiama la casa della "Santarella", Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Gesù, la vergine delle stigmate, nata il 25 marzo 1715, a cui si rivolgono le donne sterili e quelle che abbisognano di un aiuto per la gravidanza.

 

 

E' l'unica santa napoletana canonizzata e proprio a lei è dedicato questo piccolissimo santuario, Nella casa al piano di sopra, si custodisce la sua sedia, considerata miracolosa.
Ella ricevette le stigmate, e, di venerdì, specialmente nei venerdì di Quaresima, sentiva nel suo corpo i dolori della Passione. Per tutto il corso della sua vita, la santa soffrì molto a causa di malattie, ed alla sofferenza fisica si sommò il dolore psicologico provocato dalle persecuzioni di suo padre, delle sorelle e di altre persone. Perfino i suoi confessori, per mettere alla prova la sua santità, la tormentarono con la severità dei loro ordini. Oltre a queste sofferenze fisiche e mentali, ella si autoimpose penitenze volontarie.
Fuori dal santuario, qualche volta, di mattina, la fila è lunga, sopratutto di donne. La notizia dei suoi prodigi ha superato i confini nazionali: qualcuna tiene tra le braccia il figlio del miracolo, tutti con lo stesso nome; altre aspettano il turno per sedersi qualche minuto sulla sedia e chiedere la grazie. Non dura molto, ci si siede per qualche istante, una donna racconta una storia, fa una preghiera, benedice con l'immagine santa. Si dice che confluiscono al corpo tutte le speranze. La scienza si ferma: notizie di gravidanze in casi impossibili ci sono, e sono riconosciute.

 

 
 
 

" ‘O topo se tène ‘o turco"...LEGGENDA METROPOLITANA?

Post n°11 pubblicato il 12 Aprile 2010 da shaijlyah
 

 

Solitamente, le scritte e i graffiti che si trovano sui muri dei palazzi vengono cancellati in breve tempo, ma esisteva una scritta, in una strada non principale di Napoli, che suscitava sgomento e ilarità.
La frase recitava così: “‘O topo se tène ‘o turco” (in Napoletano con “tenersi qualcuno” si intende portarsi a letto qualcuno o quantomeno tenere una persona sotto il proprio controllo totale).


Questa scritta era riportata in altre due zone di Napoli, sui muri di altri due palazzi. Quindi in tutto erano tre scritte uguali, in tre zone diverse della città, e la cosa bella è che era uguale anche il modo della scrittura.
Aprendo una cartina della città, i tre punti, uniti, formavano un perfetto triangolo, piuttosto esteso, che copriva una vasta area di Napoli.
All'interno dell'area interessata moltissime persone avevano sentito parlare dei due personaggi, (Il Topo e Il Turco), e ricordavano perfettamente della considerazione di cui godevano i due personaggi.
I due loschi figuri erano vissuti ed avevano operato verso gli anni '20-'30 ed erano conosciuti come "Santoni" in grado di operare nel campo della Magia Nera.
Molti anziani abitanti della zona nel triangolo ricordavano che diversi parenti di entrambi i santoni erano morti di morte violenta ma soprattutto strana, (esempio, moriva uno zio del Topo per soffocamento da acino di uva? Dopo poco moriva un parente del Turco per indigestione da singolo alimento... moriva una sorella del Topo per impiccagione nell'androne del palazzo? Dopo poco moriva il fratello del Turco per essere "caduto" su un'inferriata appuntita del proprio palazzo...e così via).
Entrambe le case dei due Santoni sono attualmente due catapecchie abbandonate ma non abbattute, quella del Topo è effettivamente uno stranissimo luogo dove anche a mezzogiorno è possibile vedere decine di topi entrare e uscire indisturbati, mentre quella del Turco contiene, anche all'esterno, simboli dell'Oriente come mezzelune e altri simboli cabalistici.

Conclusione

Seppur sono esistiti ed hanno "combattuto" tra loro queste due persone, essendo ormai morti entrambi da un bel pò di tempo (intorno agli anni '50). Chi caspita continua a scrivere e rinnovare le scritte nei tre punti della città che delimitarono il loro campo di battaglia?
Dopo 6 mesi ci fu detto che Il Topo e Il Turco al 99% erano i "soprannomi" dei più potenti maghi di magia nera di cui si ha traccia a Napoli.
Ovviamente, pare che nella lotta tra i due figuri... abbia vinto Il Topo.

 

 

 
 
 

‘O MUNACIELLO: A CHI ARRICCHISCE E A CHI APPEZZENTISCE!

Post n°10 pubblicato il 03 Marzo 2010 da shaijlyah
 

 

Credenze fasulle o realtà? La superstizione è la forza dei poveri e forse la saggezza di generazioni che si materializza e si fa personaggio, intervenendo là dove la giustizia del mondo maggiormente tace.
Nelle campagne del sud, dominate un tempo dalle angherie dei caporali, dall'ignoranza e dalla miseria, era frequente, nei discorsi di tutti, fare riferimento ad un personaggio simpatico e burlesco, che aiutava e scherniva a seconda delle circostanze: 'O munaciello ( piccolo monaco).
Il personaggio esoterico più noto, più temuto, ma anche più amato dal popolo napoletano. Spiritello simpatico, bizzarro e piuttosto imprevedibile. 'O Munaciello. Ma qual è la sua storia? Chi era davvero "'o munaciello"? Com'è nata la sua leggenda? Una prima ipotesi attribuisce al munaciello il ruolo di gestore degli antichi pozzi d'acqua. Riusciva ad avere facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli che servivano a calare il secchio. I dispetti probabilmente li faceva dato che i proprietari del pozzo non provvedevano a pagarlo per i suoi servizi. Ma non è che una delle due ipotesi relative a tale personaggio. La seguente è quella più accreditata.

 

 

Una storia d'amore. Ma anche una storia di tristezza, di dolore, di sofferenza. La storia del munaciello. La nascita di questa leggenda è legata a un amore osteggiato. Napoli, 1445. Sotto il regno di Alfonso V Il Magnanimo di Aragona (1385 - 1458). Due giovani, Stefano Mariconda, un umile garzone di bottega, e Caterinella Trezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, s'incontrano e s'innamorano.
I due amanti, a causa dell'opposizione delle rispettive famiglie, erano soliti incontrarsi durante la notte su un terrazzo appartato e buio del quartiere Mercanti. Per raggiungere quel terrazzo, Stefano era costretto ad attraversare strade solitarie e pericolose.
Ma una notte, mentre cercava di raggiungere l'amata, il buon Stefano fu ucciso. Udita la notizia, Caterinella, pazza di dolore, scappò di casa e chiese ospitalità presso un monastero. Pochi mesi dopo, la giovane diede alla luce un bimbo deforme. Con il trascorrere degli anni, il piccolo divenne simile a un nano e, poiché la mamma era solita fargli indossare un piccolo saio cucito dalle suore del monastero, il popolino cominciò a chiamarlo "lu munaciello".
Il bambino era deriso da tutti, soprattutto dai parenti materni. Mai alcun sorriso toccò le sue labbra, ma solo tanta tristezza, tanta malinconia. Ben presto si diffuse l'idea che il munaciello avesse in sé qualcosa di magico, di sovrannaturale. Quando lo si incontrava, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro.
Si diffuse soprattutto una particolare credenza: se il munaciello portava il cappuccio rosso, dono della madre, buone notizie erano in arrivo; se il cappuccio stesso era nero, tremende sciagure erano in agguato. Al munaciello vennero attribuite tutte le disgrazie di quegli anni e contro di lui si commisero persino le cattiverie più atroci. Fino a quando, una notte, il munaciello scomparve, forse ucciso da un membro della famiglia Trezza. Ma la storia non si conclude con la sua morte. Il munaciello, ancora oggi, si aggirerebbe lì dov'è vissuto, lì dove ha sofferto, allo scopo di vendicarsi delle angherie subite. Molti giurano di averlo visto e di aver subito i suoi scherzi e i suoi dispetti. I napoletani gli attribuiscono piccoli incidenti domestici, nonché i propri vizi e le proprie debolezze. Uno spiritello bizzarro, un piccolo diavolo che s'insedia nelle case dei napoletani, temuto e rispettato.

Ma com e' 'o Munaciello oggi...come lo vedono i napoletani...come lo vivono...?

Ai giorni nostri i napoletani lo descrivono come una sorta di nano mostruoso dalle scarpe con fibbie argentate, munito di chierica e berretto. Il munaciello, appunto. Essere dalla doppia personalità che s'intrufola nelle case altrui: se i padroni di casa hanno la fortuna di essere presi in simpatia, il munaciello diviene portatore di buona sorte e prosperità; in caso contrario, meglio evitarlo, a causa dei suoi guai e dei suoi tremendi dispetti.
Può lasciare monete d'oro sul luogo della propria apparizione quasi a ripagare qualcuno, a patto che il fortunato di turno non riveli mai ad anima viva la reale provenienza della fonte dei suoi guadagni; perché in tal caso ogni fortuna cesserebbe di colpo e il malcapitato, anziché monete d'oro, rischierebbe di ritrovarsi escrementi di capra.
In genere i destinatari dei suoi doni sono avvenenti fanciulle ripagate dello spavento nell'incontrarlo, oppure ignare vittime di determinate confidenze "palpatorie" che il malandrino spiritello sarebbe solito concedersi. Molti però anche i casi di persone comuni beneficiarie dei doni del munaciello. La gente, ancora oggi, non ha perso affatto la speranza di rivederlo. E di riavere i suoi favori. Il popolino che vive nell'attesa di vedere d'incanto risollevata la propria miseria con un nobile dono, un gentile omaggio, un cospicuo atto di bontà.
I vecchi che vivono di ricordi lo aspettano ancora nel buio tetro e solitario dei vicoli napoletani. E se una nonna, una vecchia zia, dovessero smarrire per caso un paio d'occhiali o qualche altro oggetto per casa, non esiterebbero, a distanza di tanto tempo, ad attribuirgli ancora la colpa. Sempre lui, 'O Munaciello. Per un ultimo dispetto. O magari per un ultimo barlume di felicità.

 

 
 
 

NATALE E DELIZIE A NAPOLI: LA STORIA DEGLI STRUFFOLI

Post n°9 pubblicato il 19 Dicembre 2009 da shaijlyah
 

 

A fa 'e struffoli è nu sfizio. 

Cumminciamm dall'inizio: 

faje na pasta sopraffina, 

e po' tagliala a palline, 

cu na bona nfarinata. 

Dopp'a frje. Già t'e stancate? 

Chest è a parte chiù importante!

 Mò ce vo': miele abbondante

 e na granda cucuzzata

 (a cocozza nzuccherata).

 N'è fernuto ancora, aspiette!

 S'anna mettere 'e cunfiette:

 aggrazziate, piccerille,

 culurate: 'e diavulille...

 Ma qua nfierno, è Paraviso!

 Iamme, falle nu' surriso!

 Comme dice? "Mamma mia,

 stanne troppi ccalurie

 so' pesante, fanno male?"

 Si va buò,ma è Natale!




Le preparazioni natalizie campane sono legate alla rinomata tradizione pasticciera napoletana: roccoco’, susamielli, divino amore, zeppole e struffoli tutto questo ci riconduce al periodo dell’avvento, a lunghe serate in casa, al gioco della tombola.
Il profumo della dolce frittura, che durante la fase della preparazione impregna tutti gli abiti, le finestre chiuse, il vapore acqueo che si forma sui vetri, e l’odore che ci si porta dietro lasciando scie di aromi irresistibili.
In famiglia la nonna ha sempre sostenuto che quando si preparano le fritture natalizie non bisogna ne’ farsi vedere ne’ far sentire l’odore alla gente invidiosa: finirebbero con lo scoppiare!!!
Gli struffoli sono i dolci più napoletani che ci siano a pari merito con la sfogliatella e la celebre pastiera, e certo più del babà- Ma chi ha inventato gli struffoli? Ebbene, non i napoletani, nonostante la loro proverbiale creatività! Pare che nel Golfo di Napoli ce li abbiano portati i Greci, al tempo di Partenope ed e' proprio dal greco che deriverebbe il  nome  "struffolo": precisamente dalla parola  "strongoulos", arrotondato e "pristòs" tagliato: per assonanza, uno "strongoulos pristòs", cioè una pallina rotonda tagliata: vale a dire lo struffolo che nella Magna Grecia diventava "strangolapre(ve)te" nome che si dà anche agli gnocchetti supercompatti, in grado di  "strozzare" gli avidi membri del clero. Poiché la penuria di certezze stimola la fantasia, qualcun altro si è inventato che struffolo derivi da strofinare: il gesto che compie chi lavora la pasta, per arrotolarla  a cilindro prima di tagliarla in palline.
C'è anche chi ritiene erroneamente che lo struffolo si chiami così perché "strofina" il palato: nel senso che  lo solletica, per la sua bontà. E chi pensa addirittura, che la radice di struffoli sia da collegare allo strutto (il tipo di grasso con cui anticamente venivano fatti e in cui venivano fritti) Se non è ancora ben  chiaro da quale etimo - né da quale regione - gli struffoli provengano, è viceversa chiarissimo dove vanno: prima nelle nostre pance, e poi sui fianchi (se ne abbiamo ingurgitati troppi). Ben noto è anche il loro percorso: gli struffoli si sono spinti in tutta l'Italia Centromeridionale.
Due famosi trattati di cucina del 1600, il Latini e il  Nascia, citano come "strufoli - o anche struffoli-  alla romana" dei dolci preparati alla stessa maniera degli struffoli napoletani.   In Umbria e in Abruzzo lo struffolo si chiama cicerchiata, perché le palline di pasta fritta legate col miele hanno la forma di cicerchie.
Quindi, due nomi (struffoli e cicerchiata) per uno stesso dolce. Ma pure  l'opposto: due dolci diversi con lo stesso nome. Struffoli, per l'appunto.
Gli abitanti della Tuscia, regione intorno a Viterbo, chiamano ancora oggi struffoli  quelle frittelle di pasta soffice e leggera che altrove vengono definite "castagnole", e si mangiano a Carnevale.
Gli struffoli si trovano pure a  Palermo, con qualche piccola ma non sostanziale variante, una delle quali consiste nella perdita di una f ("strufoli"): le Sicilie erano due, ma lo struffolo rimaneva unico.
Nella preparazione degli struffoli molto è lasciato al naso (hanno un bell'aroma),  ma nulla è lasciato al caso. Ciascuna pallina di pasta fritta è  un capolavoro di ingegneria domestica, selezionato in centinaia d'anni di sperimentazione nelle cucine di ogni tipo.
Perché il vero struffolo dev'essere piccolo? Perché così aumenta la superficie di pasta che entra in contatto  col miele, e il sapore ne guadagna. E questo avviene soltanto se si confezionano delle palline di pasta di piccole dimensioni. 
Il miglior rapporto pasta/miele migliora i rapporti familiari, almeno durante le festività natalizie. Gli struffoli migliorano la qualità della vita.  Lo fanno adesso, e  figuriamoci quanto lo facevano  prima: fino a pochi anni fa la vita media era molto più breve, e in media, molto  più grama. Si mangiava poco e male, fuorché a Natale e alle feste comandate.
Gli struffoli, come tutti gli evergreen, nella loro sostanziale immutabilità presentano molte varianti: regionali, familiari  e personali. In questo sono un po' come le polpette: anche se gli ingredienti sono esattamente gli stessi, mangerete tanti struffoli diversi quanti sono le case in cui vi verranno offerti.  
Vi accorgerete che ciascuno ritiene che i "propri" struffoli siano quelli autentici: quelli della tradizione, tramandati da una nonna, una mamma o - ancora meglio! - da una zia monaca. Quest'ultima, quando c'è, è una garanzia: a Napoli un tempo gli struffoli venivano proprio preparati nei conventi, dalle suore dei vari ordini, e recati in dono a Natale alle famiglie nobili che si erano distinte per atti di carità.
Come accade a tutte le ricette ormai abbondantemente codificate, che sembrano non presentare punti oscuri, gli struffoli sono insidiosi: nascondono infatti molti segreti, spesso custoditi gelosamente.  
Uno di questi sta nel miele: che dev'essere abbondante. Senza di lui,  un dolce non può definirsi veramente tale. Come simbolo della Dolcezza, il miele è un Mito: i messaggeri degli Dei, mangiano miele nel cielo mattutino, e la Bibbia racconta come  Sansone estraesse dall'interno del leone da lui ucciso un favo d'api e di miele. La cosa lo mise di buon umore, tanto da spingerlo a formulare  un indovinello: "dal divoratore è uscito il cibo, dal forte è uscito il dolce" (Giudici, 14). Morale: dalla morte nasce la vita. A proposito di nascita, il  corpicino del Bambino Gesù  viene definito "roccia che dà miele".
Non è quindi un caso che gli struffoli siano un dolce tipicamente natalizio.
Ecco un'altra regola aurea: negli struffoli non esistono elementi accessori. Tutto è importante. Dai canditi ai diavolilli.
Nella ricetta degli struffoli trovano posto arancia e cedro candito, ma la parte del leone (come nella pastiera e nella sfogliatella) la fa la zucca candita: la famosa "cucuzzata".

 
 
 

ESOTERISMO E MAGIA NEL PRANZO NATALIZIO

Post n°8 pubblicato il 19 Dicembre 2009 da shaijlyah
 

 

Il pranzo di natale, a Napoli, e’ un pranzo a carattere religioso, momento in cui le famiglie vivono un momento di convivio, sospeso tra presente e passato. Ma in questo periodo il sovrannaturale viene incredibilmente a contatto con la vita reale, ed e’ in questo momento che … ai vivi è consentito di incontrare i morti.
Il banchetto di Natale si basa sulla ritualità della preparazione di alcune pietanze che si ricollegano ad antichissime tradizioni pagane, originariamente legate ai riti propiziatori di fine anno, concomitanti con il solstizio d’inverno del 21 dicembre. In tal epoca la terra è alla massima distanza dal sole e l’angoscia derivante dalla fine del ciclo delle stagioni è sempre stata misticamente avvertita come simbolo di morte, superabile con il desiderio-speranza del ritorno ad una nuova vita, di una rinascita della natura. La straordinarietà del pranzo natalizio si basa sulla ritualità della preparazione e del consumo di alcune pietanze che consentono il superamento di elementi invalicabili, quali come già detto, tempo presente e tempo storico. Inoltre alcuni alimenti posseggono caratteristiche di cibi magici in quanto riferibili alla divinità e al soprannaturale. Altri favoriscono il contatto con i propri defunti.
Ma quali significati e simbologie si nascondono nel pranzo di Natale? Quali sono i cibi tradizionalmente ad uso e consumo dei vivi e quali quelli destinati ai morti?


CIBI PER I VIVI

Innanzi tutto la tradizione ci ricorda che, dodici giorni precedenti l’avvento, si scatenano le forze del Male e che il diavolo, accompagnato da una vastissima schiera di demoni, si aggira per le case per creare scompiglio nelle famiglie e malanimo tra mogli e mariti.
In cucina non saranno mai preparate pietanze a base di carne bovina, quella rossa per intenderci, perché contiene sangue, noto attributo infernale.
Il cenone prevede, pertanto, un menù a base di pesce, le cui carni sono notoriamente libere da spiriti maligni. Meno rigida è la tradizione del consumo di salsicce suine.
I piatti a base di carne sono in ogni caso consentiti, ma nel rispetto di due specifiche regole: che siano preparate dopo la nascita del Bambino (dopo la notte del 24 dicembre) e che provengano da animali che forniscono carni bianche non sanguinolente(polli, conigli e tacchini). La preparazione della minestra maritata, pietanza cucinata con l’uso di diversi tipi di carni e di verdure, costituisce eccezione a tale regola, in quanto connessa all’antica usanza di consumare tutte le scorte alimentari presenti in casa prima della venuta del nuovo anno.
A tavola troverete, quindi, piatti a base di pesce e frutti di mare. Questi ultimi rappresentano una benevola presenza, in quanto si ricollegano all’elemento vitale per eccellenza, l’acqua.
Una nota a parte merita il capitone, una grossa anguilla di mare, la cui preparazione prevede il suo taglio a pezzi. Proprio tale operazione presuppone l’azione simbolica di recidere il tempo nel tentativo di poter fermare il presente e controllare il futuro…per cui anche se assistete impressionati all’orrendo rituale preparatorio (le trance del pesce appena tagliate continuano a muoversi vive) non disdegnate l’assaggio di un suo pezzo: ne và del vostro futuro!

CIBI PER I MORTI

Tutte le pietanze a base di semi sono comunemente elementi di contatto con i defunti. La tradizione in questo senso attinge dalla cultura gastronomica funeraria, ancora in uso in buona parte del Meridione, dove in concomitanza di funerali si preparano minestre a base di lupini.
Ancora la frutta secca (pinoli, mandorle, castagne, noci e nocciole) rappresenta cibo magico e funerario per eccellenza: al loro interno è possibile rinvenire, secondo racconti e fiabe popolari, doni o creature sovrannaturali.
I dolci a base di miele e zucchero mischiati a frutta secca (torroni, paste di mandorla, raffioli, susamielli, ecc.) si ricollegano alla tradizione dei dolci dei morti, preparati in occasione della festività del 1° novembre. L’uso di lasciarli a tavola, a pranzo finito, favorisce la visita notturna dei cari estinti, i quali proprio in tale periodo sono più disponibili ad apparire in sogno e dare ai parenti più prossimi i numeri della Cabala. Infine il dolce natalizio più famoso, gli struffoli: alla pari del capitone ripropongono la simbologia del serpente cosmico tagliato a pezzi, nel tentativo di segmentare il tempo per poterlo poi nuovamente investire.


 
 
 
Successivi »