
E’ una nottata di convulsi e febbrili lavori governativi, nell’umile eremo di Arcore. Un irrefrenabile rutilar di balli, le barzellette, canti, e le goliardiche danze sodomite in semicerchio. Una di quelle sobrie festicciole che animano le serate del Premier. Allietano lo spirito violentato da sedici ore di lavoro. “Sono la persona che lavora di più al mondo!”, tuona all’uditorio. E giù un applauso scrosciante, accompagnato da una grassa risata collettiva. Una dozzina di bagasce senza mutande e con grosse tette siliconate comincia ad inscenare un balletto molto sexy, innanzi alla poltrona dell’imperatore che sorride applaude e dona loro un paterno sguardo denso di senile depravazione. Quelle dimenano le chiappe, gli baciano la guancia con devozione e si dannano l’anima per convincere l’adorato sultano a chiamarle come prescelte per passare la nottata con lui, nel lettone.
Il Premierissimo che lavora più di un minatore sale sul palco improvvisato ed inizia uno show spumeggiante, da consumato istrione. Ammicca, gigioneggia, è fiero di esser un anfitrione impareggiabile. Inizia ad intonare un delicato motivetto esistenzialista francese di Aznavour, poi un paio di stornelli napoletani accompagnato dal fido Apicella, prima del gran finale a sorpresa: Le barzellette. Da quelle sui culattoni, agli esponenti politici della sinistra che hanno il cazzo piccolo, fino all'attesissimo must di Rosy Bindi che è racchia. Estatici applausi del godereccio consesso. Eccola la vera Italia, quella che lavora e produce, ricca di cultura e buon gusto. Il fare. Si riassume tutta in quell’omino ottuagenario circondato da faccendieri, mignottoni e mignottine minorenni, e si lancia in battute da guitto. Gli intellettuali tristi, i cassintegrati, senza tetto e senza lavoro stanno nelle loro fredde e tristi stanze a contare le mosche. Vinti dall’invidia e da quella demagogia da due lire, inevitabilmente sconfitta dal meraviglioso partito dell’Amore. E infatti iniziano un divertentissimo trenino sodomita di scuola berbera, tra risate e schiamazzi. Divertiti dileggi verso il povero capotreno, che si immola alle battute gustose più disparate: “Ma sarà di sinistra lei?”.
Ogni tanto si odono tipici coretti delle libertà, dall’ormai celeberrimo “Chi non salta comunista è!” a “Chi non salta pagherà le tasse eh…” cantato a squarciagola, per concludere col classicheggiante “Per fortuna che Silvio c’è!”, intonato da tutti, con grande fervore. Sono tutti lì, dalla Santanquì con l'atroce labbro leporino, il ripugnante eloquio denso di imbarazzante nulla livoroso, lo sguardo da pazza e l’indefessa e ventennale carriera da vuveur dei salotti pecorecci della destra. Un drappello di politici rampanti, cocainomani, papponi, avventori e malavitosi semplici. Ed ovviamente la gnocca. Tanta, giovane, rigorosamente senza cervello e disposta a vendersi anche a fette. Mai nessuno ha amato le donne come il vecchio despota. Le considera come affare piacevolissimo. Un distensivo. Quasi una “cura terapeutica per il cervello”, come ello ha dichiarato con disarmante candore. Molti vecchi, ormai impotenti come panda narcolettici, si crescono un cane. Altri un gatto. Lui, l’illuminato e giovane settantaquattrenne Presidente del consiglio si distende con la fica. Meglio se giovanissima e con grosse labbra da fellatio acrobatica. Può pagare, avere tutto. La Santanquì, da sempre feroce femminista, plaude per l'epocale rivalutazione della donna come animale da compagnia che allevia i pensieri dell’uomo sfinito dopo una giornata assai stressante.
Comincia ormai ad albeggiare in quella nottata di maggio, quando i ciliegi non sono ancora maturi, che accade l’irreparabile. Pipino congeda gli ospiti e soprattutto le scosciate animatrici. Una ad una le chiama nella sua stanza del commiato addobbata da palme tropicali che costeggiano un ruscello artificiale. Le bacia in fronte, regala loro monili, farfalline, prestigiose chincaglierie in oro zecchino e qualche migliaio di euro per potersi comperare vestiti alla moda e la cocaina di quella pura. Con le fortunate prescelte si trasferisce nella stanza delle meditazioni notturne delle libertà: Il lettone presidenziale. Laido, nudo bruco e con la fronte cinta da una corona da imperatore romano, si accompagna a sei fortunate aspiranti soubrette frementi, scelte tra tutte quante per allietare le tormentate ore notturne del Messia. Mostra alle fortunate il magnifico comizio della sua “discesa” in campo. Un documentario trionfante sui suoi successi. “Sono potentissimo fanciulle, praticamente invincibile!”. E quelle ridono divertite. Si prepara per loro una sfolgorante carriera politica tra le rampanti donne della casa delle libertà. Qualcuna, con un po’ di costanza, diverrà anche una ministra di quelle femministe, che si batteranno per i diritti e la dignità della donna.
D’improvviso, il concitato lavoro notturno è interrotto dall’urlo straziante di Emilio Fede. Con la vestaglia flanellata ed il parrucchino scomposto, il maggiordomo irrompe nella stanza dei lavori.
“Maestà! Maestà! Una notizia terribilissima! Una delle sue ancelle della libertà è stata arrestata!”.
”Viscido maggiordomo, sempre notizie ferali mi porta! Ma che sta diventando di sinistra, forse? Non lo vede che sto lavorando anche di notte per aggiustare la Italia nostra dal malaffare e dai giudici corrotti? Chi sarebbe costei?”.
“Scusi se l’ho disturbata Sire…è Ruby, quella bella marocchina con grandi labbra…”.
“Non mi sovviene, maledetto sguattero, lo sa quante ancelle passano di qui anelanado il mio poderoso e regal pungiglione? Le donne mi amano. Come ce le ha le tette?”.
“E’ sulla quinta! Viene qui il mercoledì ed il venerdì.”.
“Oh, ma chiribbio! Occorre intervenire immediatamente. Faccia qualcosa. Allarmi il quartier generale. Qualche giudice comunista e un pò finocchio potrebbe inventarsi delle storie.”.
Lele Mora giunge nella sala, vestito con una tunica arabeggiante e sventolato da due schiavetti omosessuali filippini che gli alitano due ali di struzzo. E un poco agitato. La gran matrona da anni procura giovani puledre dal fulvo pelo al Governo. E’ una specie di governo ombra, il Lele. Agisce in piena sintonia col premier. Lui propone delle ragazze. Il sultano le ingaggia per allietargli lo spirito e poi le innalza agli altari della politica, facendole bere l’amaro calice. Una coppia simbolo del degrado morale di questo paese sulla via dell’indegnità. Sembra un suino unto di sugna. Gli trilla il telefono in continuazione, con la suoneria “faccetta nera”. Lui risponde, serafico ma preoccupato, s’informa sull’evolversi della situazione. La tapina è una ragazza marocchina di diciassette anni. Ormai lo sappiamo. Una delle tante che la prodiga sacerdotessa, il procacciatore di gnocca delle libertà, fornisce a gettito continuo per le allegre festicciole in villa. Sempre dal lettone, con le sei vezzose aspiranti veline/ministro squittiscono e gli danno teneri baci sulle guance, Pipino l’irrefrenabile si rabbuia. “Ci penso io, inetti!”, tuona col piglio del capo decisionista, piluccando qualche acino d'uva. Mostra pienamente quelle che sono le sue indubbie qualità di statista di levatura mondiale. S’adopera di persona.
Due o tre chiamate da potentissimo capo dell’Italia, per far rilasciare la povera e sventurata extracomunitaria, minorenne, senza permesso di soggiorno, ladra ed anche un po’ puttana. E’ questo il governo che si batte per un’immigrazione sana, fatta di gente straniera che viene in Italia per lavorare. Mica come i delinquenti sulle da prendere a schioppettate preventive prima che attracchino sulle loro barcarole da cenciosi.
Dalla procura tremano come foglie rinsecchite d’autunno, appena sentita la voce tonante del Monarca, che ne intima l’immediato affido descrivendola parente del presidente egiziano Mubarak, in Italia per studiare all’istituto delle Pie Orsoline. Si scusano per l’insolenza d’aver fermata una escort minorenne, senza permesso ed accusata di furto. Si dolgono dello spiacevole malinteso, disponendo l’immediato affidamento. Mica in qualche fatiscente comune buona per rom, lazzaroni comuni, vigliacchi stupratori e puttane di strada che si danno ai miserabili muratori per due lire di pane. Ruby è amica del presidente. La minore ha una marcia in più.
Pipino incarica la sua devota igienista d(o m?)entale Nicole Minetti di occuparsi della triste vicenda. La ex starlette di “Colorado cafè” sa il fatto suo. In un mese di conoscenza con l’unto ha scoperto la luce maestra. Un fulmineo incarico in regione, ed una quasi certa poltrona ministeriale nel prossimo esecutivo. Intanto si guadagna il ruolo, disbrigando le faccende delle puttane di corte. Ma ormai la notte del Messia giovane è turbata. Le sei fanciulle provano a calmarlo con dei bacetti schioccanti e qualche moina. Risolta la questione, parla direttamente con la ragazza marocchina.
“Ma insomma., monellaccia, è il modo di farmi preoccupare? Comunque il tuo Silvio ha aggiustato tutto, contenta? Sono potentissimo! Per te prevedo grandi cose. Appena maggiorenne “Uomini e Donne. Poi se avrai costanza, possiamo pensare ad un ruolo politico…”.
Dall’altra parte, la diciassettenne è raggiante. Fa la voce da maliarda navigata: “Grazie Papi, ihihihi!”.