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A sud di nessun nord...

 

In the death car

 

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BERLINO IN FIAMME

Post n°158 pubblicato il 15 Novembre 2010 da chinasky2006
 

L’esercito nemico ha accerchiato una Berlino devastata e senza più difese. Nel bunker del terzo Reich un Fuhrer ormai malato, appare nervoso per la delicata situazione, ma deciso, fiducioso nel trionfo finale. Invecchiato, bolso, rugoso e col tremore procuratogli dalla malattia. Ordina una riunione d’emergenza. Elabora la raffinatissima e feroce opera di accerchiamento del nemico. Urla, sbraita, impartisce severissime e certosine direttive ai sottoposti. I generali si guardano sbigottiti e rassegnati. Non vogliono e possono dirgli in faccia la realtà. La Germania è in fiamme e senza soldati, e lui soltanto un povero pazzo. Qualcuno ha gia in tasca il cianuro per una fine decorosa, e si procura delle taniche di benzina per far sparire i corpi dopo il suicidi di massa. Altri organizzano una fuga. Alcuni la resa incondizionata. Ma il vecchio pazzo comanda la furiosa controffensiva della grande Germania. Malato ed in preda a maniacali idee di grandezza di un regno che non c’è più. Vittima dell’atroce morbo che vince le menti malate di ogni folle dittatore: la completa disconnessone dal mondo. Talmente abituati e forgiati nella menzogna populista della dittatura, da dimenticare essi stessi la realtà.
Corsi e ricorsi storici. La storia si ripete ciclicamente, con inquietante frequenza.
E’ atterrato sabato mattina, proveniente dalla Corea, il megapresidentissimo dell’Italia. Silvio l’irrefrenabile copulatore che si dibatte tra giudici ed inguaribile satirismo, appare un poco affaticato. Ha l’espressione stanca, occhiaie marcate, ed un foulard annodato attorno al collo. Ma da vero uomo d’acciaio, regala un sorriso ed un saluto alla telecamera e a due inservienti aeroportuali che passavano di lì per caso. La situazione è difficile, ma non ancora disperata per l’uomo dei miracoli. Il governo con la più grande maggioranza della storia, si ritrova senza più i numeri per governare. Travolto immobilismo, incapacità, scandali, decreti su misura, dossieraggi inverecondi, tangenti ed escort minorenni. Il nord è allagato, il sud ricoperto da quella mondezza un anno fa nascosta sotto i tappeti. L’Aquila è ancora un cumulo di macerie con migliaia di persone senza un tetto, malgrado le telecamere di regime inquadrino sempre l’unico palazzo non crollato e due ottuagenarie massaie che acclamano il salvatore della patria. Pompei crolla, e con lei l’arte che trasuda dal nostro paese, tra l’indifferenza di gente inetta ed incurante. Muore la cultura, il paese va in brandelli. E il premier atterra sul suolo italico ostentando la solita sicurezza di pastrafrolla. Qualcuno gli comunica che sarebbe il caso rimanesse a Roma, data la delicata situazione del paese. Lui fa la faccia dello sgomento, e a malincuore disdice l’allegra festa tricolore già organizzata nei minimi dettagli da Lele Mora, con bagasce dai diciotto ai diciannove anni. Stavolta con rigoroso controllo delle carte d’identità.
Il clima è tesissimo. Negli studios del "grande fratello" si organizza un’immediata riunione d’emergenza dell’esecutivo. In un angolo ecco la Santanquì accompagnata dagli infermieri specializzati. Continua a torcere il labbro come in fase di ictus imminente. Accanto a lei la povera Nunzia De Girolamo non sa più cosa inventarsi. Forse non sa nemmeno perché esiste. Entrambe le dame, da giorni, si spendono in imbarazzanti difese dell’indifendibile. Condannate a metterci la faccia, perché pare la loro funzioni di più. Sul tavolo ecco che balza il bizzoso Brunetta. Batte i piedi, si agita, smoccola livido di rabbia: “Merde! Merde! Merde!”. E’ ancora scosso, il ministro tornellista, dallo scandalo puttane. E’ emerso anche il suo nome. E vaglielo a spiegare ai giudici (inesistenti) che il giovane Premier lo aveva chiamato solo per confermare ad una sua viziosa amichetta la veridicità di ciò che si dice attorno ai nani.
Tutti attorno al tavolo ovale, sbuffano, trepidano. Gasparri ormai è pronto ad ingollare una pillola di cianuro. L’altro colonnello, La Russa, prima del confino vuol vederci chiaro, provare tutte le strade possibili per evitare una crisi che manderebbe in ginocchio il paese. Proprio non sopporta questi giochetti ad opera dei professionisti della politica. Si stringe le meningi con le mani e pensa. “Bisogna votare prima al senato, nel caso possiamo andare alle elezioni solo per la camera…trovatemi un codicillo, qualcosa, porca puttana!”. Poi, sfinito, ma sempre moderato e con a cuore le sorti del paese, conclude: “Ci sarà la guerra civile, piuttosto!”. Un manipolo di leghisti avvinazzati guarda con circospetta distanza. Certo, l’unto ha venduto l’Italia alla Padania, ma occorre sempre pensare alle strategie. Bondi, rattristato, compone un sonetto melanconico: “L’anitroccola che chiocciava smarrita anelando lo svolazzo”. Qualcuno gli fa notare che il Colosseo potrebbe crollare da un momento all’altro, ma ello, tutto preso dall’ispirazione superiore, fa un cenno infastidito della mano, come a scacciare una mosca. Gli avvinazzati padani, tutti attorno a Tremonti gridano in coro: “Con la cultura mica si mangia!”. E ruttano felici. Ma il governo è allo sfascio. Ha le ore contate. Tutto crolla. Macerie attorno alle loro zucche atrocemente vuote. Ghedini ha un principio di esaurimento nervoso. Sta stendendo un ultimo disperato decreto regio per il bene della popolazione: L’immunità assoluta da ogni reato per chi dimostri di avere una prostata di cartongesso, abiti ad Arcore e le cui iniziali siano S.B. E’ un’opera monumentale, ma il tempo stringe.
Finalmente irrompe nella sala dei lavori il Megapresidentissimo, accolto da un tiepido applauso. Ello, tra due ninfette coreane portate in patria come cadeaux e trasportate nel reparto merci, sorride a trentasei denti. Con la faccia da gran sciupafemmine le presenta al consesso: “Che ne dite? Non sono un amoooove? Stasera, pur oberato da doveri istituzionali superiori per il bene della plebe, le manderò storte entrambe! Sciancate se ne tornano in Corea! Parola di premier!”. La Santanquì ha un violento sussulto, una specie di vampata da menopausa incombente: “Che uomo! Che uomo! Lei si che ama le donne mio Duce! Che maschiaccio!”. Emilio Fede balza in piedi, con animo estatico e commosso: “Maestà lei è un conquistatore senza eguali! Si lasci baciare le nocche!”. Minzolini, un poco infastidito, accavalla le gambe e mostra la conturbante giarrettiera de mostra uno sguardo concupiscente. Assieme a ministri e sottosegretari del fare, v’è anche una nutrita schiera di ancelle della libertà di stampa. Belpietro, Sallusti ed un imbavagliato Feltri. Gli sguatteri di regime sono insolitamente silenti. Meditabondi. Qualcuno pensa ad un’isola tropicale. Altri ad aderire ad un foglio rivoluzionario più a sinistra del patito comunista cinese. L’untuoso maggiordomo Vespa s’è già industriato su come affrontare la crisi: una serie di puntate dedicate all’efferato omicidio di un pizzicagnolo vietnamita, scotennato dalla sua amante. Minzolini invece continuerà a condire i suoi tg di stato con immortali servizi sulla sagra del polipo arricciato di Polignano a mare, e la sagra del fungo trifolato di Brugherio. Emilio Fede, più scafato, seguiterà a mandare ininterrottamente le interviste di vecchie bacucche sulle panchine degli ospizi, in adorazione mistica verso il Premier ed il suo prodigioso operato.
“Cosa sono queste facce da funerale? Animo, animo! Siete diventati gay? La sapete quella sul frocio che va alla festa dell’Unità?”. Prova a sollevare gli animi, il grande condottiero.
L’uditorio stavolta è sbigottito. Vaspa serve l’aperitivo agli astanti. Poi prova a sibilare al Sultano che la situazione va evolvendosi in modo inaspettato.
Pipino non comprende. Da un bacetto alle due coreane e comincia a raccontare loro dei suoi successi nel campo dell’editoria. Ha premura di vedere il derby della “madunina”, che simili intoppi gli hanno impedito di gustarsi allo stadio.
“Embè? Perché questo silenzio? Contatemi tutto. Quanti decreti delle libertà avete predisposto in mia assenza? Da i dati mi risulta che il mio consenso è salito a 108%!”.
“Viva Silvio, viva l’Italia!”, gridano in coro. Poi lasciano il Premier alle sue escort asiatiche. C’è un clima da calma prima della tempesta mortale. Il preludio angoscioso della grande tempesta. Qualcuno scappa. Altri pensano al modo migliore di vendersi o accasarsi. Un’ancora o la nuova arca di Noè. Altri ancora provano a scovare l’ipotesi di un’uscita indolore. Un nuovo leader, magari Lele Mora se solo si decidesse a scendere in politica. I più estremisti rispolverano le pillole di cianuro, conservate per ogni evenienza. Dalla stanza del monarca si ode qualche schiamazzo, delle risate gaudenti e poi un malinconico e straziante “Ne me quitte pas”, intonato alle sue ospiti dal despota agonizzante.

 
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