Non si fa in tempo a somatizzare un abominio, che eccone spuntare un altro. Sovrapporsi in tutta la sua cruda ed imbarazzante pochezza. L’ennesima istantanea di un regime pateticamente maldestro ai suoi sgoccioli nauseabondi. Il governo dei sepolcri imbiancati tira a campare. Qualche altro giorno di agonia assistita. E intanto inizia una invereconda campagna acquisti. Un voto di fiducia in cambio di 500mila euro e tre candidature sicure. Magari anche l’abbonamento mensile a qualche centro massaggi, per ritemprare le meningi. La moralità della “politica del fare”. Sembra tutto normale a chi s’indigna quotidianamente vedendo un rom maleodorante chiedere la questua. Il partito della libertà. Ce la mettono proprio tutta a riempire questi ultimi giorni di imbarazzo. Ci si chiede cosa le loro menti possano ancora partorire per farci vergognare. D’essere italiani. O essere uomini. Domandarci con un filo di rassegnazione cosa abbiamo fatto di male per non essere berlusconiani. Riuscire a non provare quella vergogna e pudore, cui loro sembrano ormai essere immuni.
Alla tv c’è il solito salotto di Santoro. Vedo mezz’ora. Giusto il tempo di osservare il faccione di Sandro Bondi, e provare umana pietà per lui. L’incaricato del riconteggio delle schede. L’uomo che voleva lasciarsi morire di fame se solo avessero provato a limare l’impero del suo Messia. Mentre Pannella iniziava l’ennesimo sciopero della fame per la libertà del Tibet. Bondi, il fine poeta esistenzialista. Quello che è al centro delle polemiche per il crollo di Pompei. Un pezzo di arte e cultura italiana sgretolatosi, in una tragica metafora che racchiude tutto. E perché mai? Cosa c’entra qual buffo signore pelato vagamente somigliante ad una medusa impalpabile, informe? Un organismo unicellulare privo d’intelletto e pensiero proprio, può avere a che fare con il crollo di Pompei? Sandro Bondi è il ministro della cultura. Cosa pensare di un governo che nomina Sandro Bondi come ministro della cultura? Che il limite della deriva è stato ampiamente valicato. Come se “Dj Francesco” fosse candidato al premio Tenco o al Festival di Cannes nominassero Martufello e Pippo Franco presidenti di giuria. Ah già mirava ad essere ello stesso, il ministro poeta, presidente unico di ogni rassegna cinematografica svolta sul suolo italico. Nel ventennio nessuno si era mai spinto a tanto. Vi era un minimo di decoro.
Spengo. Meglio berci su. Cosa mai potranno dire di nuovo? Niente. Sparare sulla croce rossa e su un essere capace del vuoto più assordante. Ispirano un’orrenda pietà quegli occhietti indifesi e morti. Si gira attorno al problema senza avere il coraggio di dire le cose come stanno. La cultura in Italia è sottoposta al più feroce attacco di regime mai visto nella storia. Una guerra campale, di distruzione. Genocidio palese. Come nemmeno nei regimi più feroci. Un premio Nobel a caso diceva che per comprendere lo stato di salute di una Nazione, occorre guardare i suoi investimenti sulla ricerca, nella scuola e nella cultura. In Italia proprio in questi campi ci sono stati i tagli più efferati, senza eguali nel mondo civile. Applicando a noi le parole di quel Nobel bolscevico, stanno riducendo l’Italia ad un cadavere cui espiantare gli organi. Cosa attendersi da un manipolo di generaletti pecorecci? Una frase simile: “La cultura non si mangia”. Superfluo anche intavolare un discorso. Sforzarsi di controbattere. Parole nette, che dipingono con chiarezza lo stato del paese. Gli intenti più ripugnanti. Provano a stuprare anche ciò che da anni è il nostro vanto nel mondo, che produce ricchezza e turismo da ogni parte del globo. Ecco taglieggi nei fondi per i musei, teatri, cinema ed ogni forma d’arte. Per queste strane e misteriose attività di libera espressione, il governo stanzia circa 1,5 miliardi euro l’anno. La Francia di Sarkozy, uomo di destra contestatissimo dagli intellettuali Francesi, 8 miliardi. Giusto per dare una proporzione dell’omicidio evidente, anche agli accecati.
Pompei viene giù. Da tempo era evidente a tutti la necessità di interventi per evitare il disastro, che un pezzo di storia italiana si sbriciolasse. Un gruppo di archeologi. Anche un manipolo di neolaureati disoccupati, di quelli costretti a fare il provino a "uomini e donne", che lavorassero a progetto, poteva servire. E invece ecco i milioni elargiti a vecchi affaristi in congedo, militari ignoranti, papponi semplici, elettori forzisti e qualche mignotta di bocca buona, che non guasta mai. E Pompei crolla malinconicamente sulle loro zucche vuote e facce di cemento.
Perché prendersela solo con Bondi? Impossibile infierire solo sull’utilizzatore finale. L’ultimo anello non evoluto di una catena di orrori e di un disegno ben preciso del governo. Uccidere la cultura. Che non si mangerà dentro una rosetta ma a ben vedere potrebbe anche dar da mangiare, se uno studio (elaborato non da vigliacchi oppositori) ha dimostrato come un euro investito in quel ramo, ne produce cinque. Oltre ad essere sinonimo di libertà per le masse. Perché il potere tende a voler distruggere l’arte, zittire cineasti, scrittori e stampa? Persino una limitazione alla libertà incondizionata di internet, era stata proposta. Secondo l’illuminante modello iraniano. Il regime non ha interesse che la gente studi, apprenda l’arte, conosca le vicende oscure attraverso film che gli raccontino lo stato delle cose, sovvertendo la propaganda delle tv di regime. Non devono capire, rimanere all’oscuro delle grandi manovre. Garantire solo il consenso elettorale. Avviene in Cina e Iran, stanno provando a fare la stessa cosa nell’Italia delle libertà. Con destrezza e nell’alveo di quella particolare democrazia dittatoriale per cui se il “popolo mi da il mandato”, governo secondo la mia costituzione, quell’altra è da cambiare.
Nessuna sorpresa che i genaralacci abbiano provato a boicottare “Draquila”, “Il Divo”, “Gomorra”, coprendosi di ridicolo di fronte alla stampa estera. Il popolo non deve sapere, farsi delle domande, interrogarsi. Ma rimanere nel proprio buio e credere nell’unto semidio carismatico. Un’abisso di “Grandi Fratelli” e spettacoli che le tv propinano loro con deliri propagandistici abominevoli spegnendo la loro ultima scintilla vitale. E’ così che si mantiene un regime. Un tempo, gli intellettuali venivano arrestati, mandati al confino. Bollati come pazzi. Ora, si cerca solo di imbavagliare, impedire la loro libera arte. Il risultato non cambia. Non muta l’intento che è alla base di ogni dittatura.
Poi leggi dai giornali dell’ultima chicca. Ci sarebbe da scrivere a parte, un giorno o l’altro: “Il giornale” raccoglie le firme contro Saviano, uno scrittore. Maroni esige una replica in diretta. Cosa avrà fatto di tanto grave? Ha citato alcune indagini. Detto ciò che tutti sanno: La ‘ndrangheta ha esteso i suoi affari al nord poggiandosi su chi nel nord padano detiene il potere. Anche la lega, insomma. Attentato. Tragedia. Costernazione. Indignazione. Raccolta firme. Inchiesta d’urgenza dei massimi vertici Eri-eiar. Replica immediata a reti unificate. E l’arresto ad orologeria di un boss tenuto a bagno maria da tempo, per le grandi occasioni. Sta tutto lì. E nessuno ha il coraggio di chiamarlo regime.