Il prima ed il dopo
Questo blog è un contenitore nel quale finiranno tutte le cose che ho scritto fino ad oggi e quelle che scriverò in futuro. Si riempirà compatibilmente con la mia vena creativa, con il mio tempo, con i miei umori. Parte di ciò che leggerete sarà magari terribile, perchè fa parte di un passato nel quale il mio modo di scrivere e di pensare erano totalmente differenti da ciò che sono oggi. Ma è giusto che anche quegli scritti abbiano il loro posto qui dentro...
SCRITTO DA ME
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Estella, della vita, della morte (2)
Post n°44 pubblicato il 27 Agosto 2008 da wildbillhickok
Mama Anna le rispose freddamente senza smettere di lavare i panni a cui sembrava dedicare più attenzione di qualsiasi altra cosa: - Estella, l’amore è un lusso dedicato a coloro che non hanno bisogno di guadagnarsi da vivere. Lascia queste sciocchezze a chi se le può permettere, e va a stirarti i capelli che si stanno increspando di nuovo –
Davanti allo specchio, spazzola in mano, Estella pensò a quanto facesse male la saggezza; ed una lacrima le disegnò di lucido il viso.
Alla vigilia del suo diciottesimo compleanno, parecchi uomini dopo regalati alle speranze della madre senza che questi si trasformassero in un futuro sicuro, Estella sentiva di essere ad un passo dai desideri di mama Anna e di parecchie decine di sue amiche. Parecchio vicina a tutto, tranne che ai suoi desideri; quelli riposavano in un cassetto della sua stanza, sotto magliette scollate e paillettes luccicanti; impressi su fogli di carta ingiallita; scritti con una matita per gli occhi, una delle tante che aveva, ma di un colore rosso che non utilizzava mai. Strano che l’unica nota di passione della sua vita, pensò, fosse affidafa al colore di ciò che scriveva; e dire che Estella di passione ne aveva regalata a tanti, facendo creder loro che i gemiti, le grida, i sospiri venissero dal cuore e non dal suo programma di coercizione installatole dalla madre in tenera età.
Alla fine il cacao si mescolò al latte e lei lo bevve di fretta, quasi a voler eliminare qualsiasi traccia che in qualche modo potesse dimostrare che quell’unione era possibile. Poi guardò le uova strapazzate, se le mise davanti e, come sempre, cominciò a salarle copiosamente; più e più volte, fino a renderle quasi immangiabili. Le piacevano così, le piaceva quasi tutto così, sapido all’inverosimile, tanto forte da darle una scossa ad ogni boccone.
Il sale che le mancava nella vita, Estella lo riversava in ciò che mangiava.
Prima di riuscire a mettere in bocca la prima forchettata, però, la ragazza si trovò davanti un cofanetto di velluto blu che non lasciava spazio all’immaginazione nemmeno un po’. Alzò lo sguardo e fu costretta a confrontarsi con il sorriso spavaldo dell’uomo che ormai frequentava da due settimane e le pagava il soggiorno in hotel 4 stelle con vista sull’oceano.
Quello che fece gelare il sangue nelle vene di Estella non fu quel sorriso, non fu il fatto che quell’uomo avesse trent’anni più di lei, né il pensiero delle notti spese ad accovacciarsi sul suo stomaco gonfio. Quello che le fece gelare il sangue fu il marchio Tiffany sulla confezione.
Estella conosceva bene tutti i negozi dell’isola che avessero a che fare, anche lontanamente, con le donne e gli accessori per esaltare la loro femminilità. Li conosceva bene, molto bene, ed era strasicura che lì non esistesse né un negozio di Tiffany, né qualcuno che potesse vendere oggetti simili.
Per la prima volta dai suoi 13 anni, Estella si sentì vittima, e non artefice, di un piano architettato prima ancora di conoscere il soggetto cui era destinato.
Quell’anello era per lei. Per lei o per qualsiasi altra donna si fosse trovata ad occupare il suo posto in quelle due settimane.
Avere un oggetto senza possederlo davvero era esattamente come stare con un uomo senza amarlo veramente. Era niente e nient’altro che suggellare ufficialmente ciò che lei aveva sempre accettato ma mai condiviso. Se sua madre avesse conosciuto il suo pensiero in quel momento le avrebbe detto: “Poche storie Estella, la felicità la vendono al supermercato ed ha la forma ed il colore di tutto ciò che noi non ci siamo mai potuti permettere”. Era vero, terribilmente vero, ed Estella si trovò a fingere un sorriso stupito mentre apriva il cofanetto di velluto e vi trovava dentro ciò che dalle sue parti le avrebbe permesso di comperare una bella villetta a due piani con piscina.
Quando si sorride lo si fa perché si è felici oppure, a volte, per vergogna, ed Estella si vergognava in quel momento. Si vergognava maledettamente per ciò che stava facendo.
Così cercò dentro di se la forza per reagire in modo diverso da quello che l’uomo che aveva davanti si aspettava. Cercò nei suoi desideri, rovistò negli anni passati, cercò tra i ricordi e trovò un documentario di qualche anno prima dedicato ai diamanti, alla loro forma, al loro colore, alla loro semplicità fatta di puro, purissimo carbonio. Ed il carbonio brucia.
Prese l’anello con le dita e lo avvicinò alla candela che illuminava la tavola della sala da buffet ad ogni pasto.
A contatto con la fiamma il diamante si trasformò in una nuvola di fumo scuro, e prima che il commensale si accorgesse di ciò che era successo lei stava già correndo per le strade di Sousa, lontana dall’hotel e da casa.
Estella era libera, come le bollicine nella bottiglia in quella calda mattina di agosto. E rideva.
La libertà e preziosa, preziosissima.
Ma si paga.
Estella morì sola all’alba del suo 45esimo compleanno, stroncata da un blando infarto che in qualsiasi paese moderno le avrebbero curato senza che nemmeno se ne accorgesse.
La libertà è preziosa, preziosissima.
La salute costosa, costosissima in un paese come il suo.
Se Estella lo avesse saputo, se avesse avuto la capacità di leggere nel futuro oppure la saggezza di sua madre, forse quel giorno di 27 anni prima avrebbe scelto diversamente.
Ma questo lei non lo seppe mai, come non seppe mai che “Morire di felicità” poteva voler dire tante cose. |


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