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Piemonte

Post n°4533 pubblicato il 05 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Piemonte


Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da' ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:

ma da i silenzi de l'effuso azzurro
esce nel sole l'aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scendono pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l'arco d'Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fosca intorno è l'ombra
di re Arduino:

Biella tra 'I monte e il verdeggiar de' piani
lieta guardante l'ubere convalle,
ch'armi ed aratri e a l'opera fumanti
camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l'esultante di castella e vigne
suol d'Aleramo;

e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.

Fiera di strage gotica e de l'ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
novo d'Alfieri.

Venne quel grande, come il grande augello
ond'ebbe nome, e a l'umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
-Italia, Italia-

egli gridava a' dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti.
-Italia, Italia-rispondeano l'urne
d'Arquà e Ravenna:

e sotto il volo scricchiolaron l'ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d'ira e di ferro.

- Italia, Italia!-E il popolo de' morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore

trasse la spada. Oh anno de' portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante

suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond'io,
vate d'Italia a la stagion più bella,
in grige chiome

oggi ti canto, o re de' miei verd'anni,
re per tant'anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio

al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo 'I nerbo e l'impeto d'Aosta
sparve il nemico.

Languido il tuon de l'ultimo cannone
dietro la fuga austrïaca moría:
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:

a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.

Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d'Italia!

Arse di gloria, rossa nel tramonto.
I'ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa

che s'apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l'arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l'ombra
del Trocadero.

E lo aspettava la brumal Novara
e a' tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de' castagni
villa del Douro,

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!

Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro

biondo che dal Gianicolo spronava
contro l'oltraggio gallico: d'intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
I'italo sangue.

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l'ombra d'un sorriso. Allora
venne da l'alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l'aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.

E tutti insieme a Dio scortaron l'alma
di Carl'Alberto. Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, o Signore,

anch'egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l'Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe 'I fumante sangue
da tutt'i campi,

per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe 'I martirio, Dio,
che è ne l'ora,

a quella polve eroïca fremente,
a questa luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l'Italia
a gl'italiani.

Giosuè Carducci
da Rime e ritmi

 
 
 

Jaufré Rudel

Post n°4532 pubblicato il 02 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Jaufré Rudel

Dal Libano trema e rosseggia
su 'l mare la fresca mattina:
da Cipri avanzando veleggia
la nave crociata latina.
        A poppa di febbre anelante
sta il prence di Blaia, Rudello,
e cerca co 'l guardo natante
di Tripoli in alto il castello.

In vista a la spiaggia asiana
risuona la nota canzone:
"Amore di terra lontana,
per voi tutto il cuore mi duol".
        Il volo di un grigio alcione
prosegue la dolce querela,  
e sovra la candida vela
s'affligge di nuvoli il sol.

La nave ammaina, posando
nel placido porto. Discende
soletto e pensoso Bertrando, 
la via per al colle egli prende.
        Velato di funebre benda
lo scudo di Blaia ha con sè:
affretta al castel: - Melisenda
contessa di Tripoli ov'è?

Io vengo messaggio d'amore,  
io vengo messaggio di morte:
messaggio vengo io del signore
di Blaia, Giaufredo Rudel.   
        Notizie di voi gli fur porte,
v'amò vi cantò non veduta:
ei viene e si muor. Vi saluta,
Signora, il poeta fedel. -


La dama guardò lo scudiero
a lungo, pensosa in sembianti:
poi surse, adombrò d'un vel nero
la faccia con gli occhi stellanti:
        - Scudier, - disse rapida - andiamo.
Ov'è che Giaufredo si muore?
Il primo al fedele rechiamo
e l'ultimo motto d'amore. -

Giacea sotto un bel padiglione
Giaufredo al conspetto del mare:
in nota gentil di canzone
levava il supremo desir.
        - Signor che volesti creare
per me questo amore lontano,
deh fa che a la dolce sua mano
commetta l'estremo respir! -

Intanto co 'l fido Bertrando
veniva la donna invocata;
e l'ultima nota ascoltando
pietosa ristè su l'entrata:
        Ma presto, con mano tremante
il velo gettando, scoprì
la faccia; ed al misero amante
- Giaufredo, - ella disse, - son qui. -

Voltossi, levossi co 'l petto
su i folti tappeti il signore,
e fiso al bellissimo aspetto
con lungo sospiro guardò.
        - Son questi i begli occhi che amore
pensando promisemi un giorno?
E' questa la fronte ove intorno
il vago mio sogno volò? -

Sì come a la notte di maggio
la luna da i nuvoli fuora
diffonde il suo candido raggio
su'l mondo che vegeta e odora,
        tal quella serena bellezza
apparve al rapito amatore,
un'alta divina dolcezza
stillando al morente nel cuore.

- Contessa, che è mai la vita?
E' l'ombra d'un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
il vero immortale è l'amor.
        Aprite le braccia al dolente.
Vi aspetto al novissimo bando.
Ed or, Melisenda, accomando
a un bacio lo spirto che muor -

La donna su 'l pallido amante
chinossi recandolo al seno,
tre volte la bocca tremante
co 'l bacio d'amore baciò.
        E il sole dal cielo sereno
calando ridente ne l'onda
l'effusa di lei chioma biona
su 'l morto poeta irraggiò.

Giosuè Carducci (da Rime e ritmi)

 
 
 

Se la donna è bene che studi

Se la donna è bene che studi

Aristofane bizzarro artefice di commedie ne intitola una l'Ecclesiazuse, ovvero le donne al parlamento. Vengono esse in piazza abbigliate da uomo, e con barbe pasticce, e discorrono di farsi dare il governo della città, avendo in sè medesime fiducia di amministrar meglio il pubblico, di quello che si facciano molti uomini. Ordinano, che i denari si mettano in comune, e si facciano leggi, fondamento della loro nuova repubblica. È scherzo questo di Aristofane, ma pare a me che sia uno scherzo non del tutto ridicolo, ma in gran parte serioso, e che abbia voluto per avventura il poeta sotto la maschera del riso accennare, l'usurpazione degli uomini aver fatto si che le donne rimangano escluse dai governi, e dalle faccende politiche, del resto possedere esse da per se spirito e talento e teste, quando che sia, da governare, non che una casa, una città, e come si dice, anche un mondo. Non mancano gli esempi nella storia, e senza che io ne tessa qui un lungo catalogo, voi, virtuosi Accademici, il sapete ottimamente, quante si contino non solo le buone madri di famiglia, e savie matrone, e consorti prudentissime, ma grandi ancora nelle virtù politiche, ed eroiche, e d'animo virile, e magnanimo, Principesse, e Regine. Siccome dalla costa d'Adamo fu tratta, e fabbricata la donna, non poté non trarre alcun seme di quel generoso, e di quel forte, che nel petto dell'uomo s' annida. Mi meraviglio d'Aristotile, che nel principio della Politica dichiara la donna serva, e schiava dell'uomo, come con greca albagia fa il barbaro schiavo per natura del Greco. Oppongo allo Stagirita filosofo, l' Ebreo legislatore, organo dell'eterna verità, il quale dice, che Iddio la fece per aiutorio dell' uomo, a lui somigliante.
Chi non sa il coraggio delle Spartano le quali consegnando lo scudo a' figliuoli, che andavano alla guerra, raccomandavano loro, che sempre il tenessero in braccio nè mai vergognosamente l' abbandonassero con dire quel famoso, e certo motto, o con questo, o in questo, servendo lo scudo ai morti in battaglia di bara? Uno che dalla battaglia fuggisse nel riconoscevano per suo, nè per Ispartano; bramandolo anzi gloriosamente morto, che ignominiosamente salvo, non essendo per altro loro lasciata a grado la vita, che per l'onore, anima della vita. Alla novella del figliuolo caduto coll' armi in mano in servizio della patria, non gittavano esse pure una lagrima, sdegnando di mostrare una minima in quel caso femminil tenerezza: ma piene di baldanza e di gioia dicevano pel paese suo è morto, al paese io lo partorii. Fortunate le mie doglie! O buono, o prode, o fino Spartano, o veramente mio figlio! Donde procedevano, Signori miei amatissimi, queste voci? Questo maschio coraggio in petti donneschi onde nasceva? Dallo studiar che facevano le donne spartane fin da fanciulle, negli esercizi d' agilità, e di forza, i quali aveano col viril sesso comuni. Tanto più l' assuefazione l'educazione e lo studio. E per istudio intendo non quello che si fa su i libri, del quale mancavano gli Spartani mossi alla guerra, ma quello de'costumi, delle instituzioni civili, e delle buone e prudenti massime. Ben so, che Omero introducendo Andromaca col picciol bambino Astianatte in braccio, a dissuader Ettore dal cacciarsi tra nemici con dire, che la sua troppa bravura sarà cagione della sua morte, le fa rispondere francamente da quel valoroso, che vada, ed attenda a' suoi lavori, alle tele, ed alla conocchia (che non si vergognavano di tessere, e di filare ne' buoni antichi tempi le matrone) che a lui sarebbe stata a cuore, come suo proprio affare, la guerra; e ciò per sua riputazione e del paese. Ma questi stessi uffizi, che alle donne appartengono, e che precisamente toccano alle buone madri di famiglia, del sopra intendere a' lavori domestici, facendo lavorare, e lavorando anch'esse; del tirare innanzi la casa; e inoltre dell'allevare le figliuole, e i figliuoli, e del bene, per così dire, creargli, e fargli (negozio importantissimo, e di quella conseguenza, che ognun vede) non possono esse, siccome gli uomini, apparare dai libri de'savi, che ne ragionano, e dalle vite di quelle, che felicemente tutto ciò praticarono? Il libro di Senofonte, intitolato l'Economico, il quale per suo esercizio, e per bene della favorita sua lingua latina, dal greco traslatar volle Cicerone, della qual traduzione affatto perduta se ne conservano tuttavia alcuni preziosi frammenti presso Columella, non é egli pieno d' utilissimi precetti, e di regole santissimo pel buono incamminamento, e per la conservazione, e per l' accrescimento d' una casa? I doveri, che corrono tra padre e figliuolo, tra marito e moglie, ed altre domestiche obbligazioni, e buone osservanze economi che si sono con non minore puntualità, che eleganza, e saviezza descritti. Or come che ad esse donne destinate alla cura della famiglia e per mantenimento ancora, ed illibatezza del proprio decoro, non conviene molto l'andare attorno, e la maggior parte del tempo vengono a star ritirate, ed a guardare la casa, non sarà male il tramezzare i loro lavori con qualche studio che serva loro insieme e di divertimento e di profitto. Una Diotima fa pure la teologhessa nel convito di Platone, e discorre altamente della natura d'amore. Una Aspasia Ateniese sentì, pare a me, le lezioni di Socrate, e fu nell'arte del dire, che colla filosofia si perfeziona, maestra di Pericle, insigne oratore della sua repubblica, il quale possedeva una eloquenza fulminante. Ebbevi una Teano Pittagorica di cui si leggono, presso lo Stobeo, frammenti di filosofia morale; una Ipazia d' Alessandria, fanciulla, figliuola del matematico Teone, che leggeva pubblicamente nella professione del padre, menzionata nell'intitolazione di alcune di quei libri di Teone medesimo sopra l' Almascato di Tolomeo, che nella celebre libreria laurenziana il sereniss. Gran Duca, suo clementissimo Signore, e di questa Accademia protettore benignissimo, unicamente possiede. Delle donne filosofe ne fece un libro latino il Menagio, uomo di rara ed amena dottrina, nel quale per errore mise per Senese la sig.ra Selvaggia Borghini Pisana, onore del nostro secolo, e della più nobil filosofia, e della toscana sublime poesia singolare coltivatrice. Io tralascio le Veroniche Gambare, le Tullie d' Aragona, le Vittorie Colonna, le Battiferre Ammannate, le Faustine degli Azzi, ed altre molte, dell'antico, e del moderno tempo, che emularono nella leggiadria dei versi, ma nella bontà del costume superarono quella, che fu detta la decima musa, la graziosa ed amorosa Saffo. E quando esse rivolgano il loro stile a trattare argomenti, che contengano sentimenti d'amor coniugale, od onesto, o divino; non so vedere, perché esse non possano aspirare a guadagnarsi, come gli uomini, sublimità di gloria, ed eccellenza di fama. Oh questi studi di lettere le devieranno dalle loro principali obbligazioni, chiamandole a loro, e da quelle astraendole. Ma questo pericolo è ancora negli uomini, ai quali é biasimabile il trasandar per cagione della soverchia applicazione agli studi, i civili doveri, e le politiche incumbenze; il compire le quali, se essi bene attendono, è dalle medesime lettere consigliato che si possono dalla lettura degli amorosi, e degli allegri libri non solamente svagare, ma guastarsi nell'animo, e rovinarsi nel costume. E per questo Ovidio trattando de' rimedi della malattia d' amore, proibisce a chi non é ben sodo, e ben fermo la lettura de' Catulli, de' Properzii, de' Tibulli, degli Anacreonti, e degli altri, che possono co' graziosi loro detti seminare guasta passione, e rincrudire le mal saldate piaghe. Tanto adunque pende dal giudizio, e dalla scelta delle materie, e dagli autori da studiarsi; e inoltre dall'uso, e dal maneggio di quelli, che dalla disposizione di chi in essi medita, studia, o legge.
Ne usciranno esse dottore, e salamistre, e non ne potranno i buoni mariti con esso loro, riottose arroganti, superbe per lo studio divenute. Ma questo pure è difetto di chi studia male, e non usa bene lo studiato, o pure è di così malvagia indole, che il buono non gli fa pro, e ciò che dovrebbe servirgli d'alimento, gli si converte in veleno. Che se si studierà bene, e a fine di cavarne profitto, e di divenirne non solo più dotti, ma migliori; e se studieranno cose proprie delle figure, che uno fa nel mondo, e degli esercizi, in che Iddio ci ha posti, non vi ha ragione alcuna, che tanto alla donna, che all'uomo lo studiare non si convenga, essendo tanto l'uno, che l'altro d'ogni pulimento di dottrina, e d'ogni raffinamento capaci.

Anton Maria Salvini (Firenze, 12 gennaio 1653 - Firenze, 17 maggio 1729)
Da: Florilegio femminile compilato da Emanuele Rossi Volume Tezo Genova Presso l'Editore G.B. Ferrando 1841, pagg. 374-380

 
 
 

Brani di opere famose

Post n°4530 pubblicato il 31 Gennaio 2020 da valerio.sampieri
 

Ecco tre brani famosi, capaci di far riflettere:

"... e non parla con enfasi se non per magnificare tuttavia la sua ricca e scelta biblioteca. Ma quando egli mi va ripetendo con quella sua voce cattedratica ricca e scelta io sto lì lì per dargli una solenne smentita. Se le umane frenesie che col nome di scienze e di dottrine si sono iscritte e stampate in tutti i secoli e da tutte le genti si riducessero a un migliajo di volumi al più e' mi pare che la presunzione de' mortali non avrebbe da lagnarsi ..." (Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Garzanti, 1991, pag. 13)

"Non so mai di che nome voi altri saggi chiamiate chi troppo presto ubbidisce al proprio cuore: perchè di certo non è un eroe; ma è forse vile per questo? Coloro che trattano da deboli gli uomini appassionati somigliano quel medico che chiamava pazzo un malato, non per altro se non perch'era vinto dalla febbre. Così odo i ricchi tacciare di colpa la povertà, per la sola ragione che non è ricca. A me però sembra tutto apparenza; nulla di reale, nulla. Gli uomini non potendo per sè stessi acquistare la propria e l'altrui stima, si studiano d'innalzarsi, paragonando que' difetti che per ventura non hanno, a quelli che ha il loro vicino. Ma chi non si ubbriaca, perchè naturalmente odia il vino, merita egli lode di sobrio?".
(Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Garzanti, 1991, pag. 25)


"A questo proposito: vuoi tu darmi retta una volta? or che Dio mandò il compratore, vendi in corpo e in anima tutti i miei libri. Che ho da fare di quattro migliaja e più di volumi ch’io non so nè voglio leggere? Preservami que’ pochissimi che tu vedrai ne’ margini postillati di mia mano. O come un tempo io m’affannava profondendo co’ libraj tutto il mio! ma questa pazzia la non se n’è ita se non per cedere forse luogo ad un’altra.".
(Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Garzanti, 1991, pag. 32)

 
 
 

Abbandonata

Post n°4529 pubblicato il 04 Gennaio 2020 da valerio.sampieri
 

Raffaella La Crociera (23/11/1940 - 2/11/54), nota come la Piccola Poetessa di Roma, era molto malata. Questa poesia è stata scritta pochi mesi prima della sua morte.

Abbandonata

In un canto abbandonata
sta una bambola sperduta.
La padroncina ormai l'ha dimenticata,
perché un'altra più bella ne ha ricevuta.
Piange la bambola sola;
piange per la malinconia;
ella sa ormai, che verrà buttata via.
Calata è la sera; la casa è silenziosa;
la città dorme, tutto riposa.
Solo qualcosa si muove nell'ombra,
si muove nel buio; simile a quello di una tomba:
è la bambola. La bambola che singhiozza;
ella ha capito perché l'han lasciata: ella è di pezza;
triste rammenta i giorni beati e lontani
quando la bimba, al vederla, batteva le mani;
piange, la chiama, le chiede pietà,
la bimba dorme, non risponderà.
Ma ecco è la fine, un forte singhiozzo
le spezza il piccolo cuore di pezza.

Raffaella La Crociera
(Roma, 11 maggio 1954)

 
 
 

Italian Girls

Post n°4528 pubblicato il 14 Dicembre 2019 da valerio.sampieri
 

Nei primi anni '70, la sera, il programma radiofonico "Supersonic (dischi a mac2)" trasmetteva quasi quotidianamente una canzone di un semisconosciuto cantante inglese:

Rod Stewart - Italian Girls (Rod Stewart / Ron Wood)

Rod Stewart - Italian Girls (Rod Stewart / Ron Wood)

I've got two and more to show
I was dreaming of a mobile
that couldn't be mine not without lyin'
Was I feeling kind a silly
when I stepped in soakin' beer down the cola machine
Oh, stayin' seventeen
Well she claimed she was a killer
and she owned a flood lit villa
a little aways from the main highway
Oh take me way down yonder
She was tall, thin and tarty
and she drove a Maserati
faster than sound
I was heaven bound
Although I must have looked a creep
in my army surplus jeep
Was I being too bold
before the night could get old
No, no, no, no
She proved me so wrong
Oh the Italian girls sometimes hold their religious habits
in front of your eyes, just to get you tied
Ah but not my little Bella 'cause I did not have to tell her
I'd rather you go with the morning sun, she made me so tired
She took me way, way, away down yonder
till I was gone with the morning sun on my back
Gotta get on back there soon as I can
Take me there
And I miss the girl so bad
She broke my heart
Gotta get on back there soon as I can
I miss the girl, I miss the girl, I miss the girl so bad
I was a lot better off

 
 
 

Passenger - Let Her Go

Post n°4527 pubblicato il 17 Novembre 2019 da valerio.sampieri
 

Passenger - Let Her Go

Passenger è lo pseudonimo del cantatoure Michael David Rosenberg, nato a Brighton and Hove, 17 maggio 1984. Attivo con Andrew Phillips nel gruppo Passenger dal 2003 al 2009, nel 2013 Rosenberg pubblicò "Let Her Go", canzone che ebbe grande successo in tutto il mondo.

Testo

Well you only need the light when it's burning low
Only miss the sun when it starts to snow
Only know you love her when you let her go
Only know you've been high when you're feeling low
Only hate the road when you're missing home
Only know you love her when you let her go
And you let her go
Staring at the bottom of your glass
Hoping one day you'll make a dream last
But dreams come slow and they go so fast
You see her when you close your eyes
Maybe one day you'll understand why
Everything you touch surely dies
'Cause you only need the light when it's burning low
Only miss the sun when it starts to snow
Only know you love her when you let her go
Only know you've been high when you're feeling low
Only hate the road when you're missing home
Only know ...

 

 
 
 

Donna amante mia

Post n°4526 pubblicato il 03 Novembre 2019 da valerio.sampieri
 

Umberto Tozzi iniziò nei primi anni '70 la sua carriera, entrando nel 1975 nel gruppo La Strana Società, nota anche per il famoso pezzo strumentale Popcorn.

Donna amante mia - La Strana Società

Donna amante mia
Umberto Tozzi

Come cresce bene il nostro amore
Non lo voglio abbandonare
Questo timido germoglio
Pelle di velluto non ti sveglio io
Con il freddo della brina
Penseresti ad un addio
Vado solo a prendere i vestiti
E ad uccidere il passato, ora ci sei tu
Donna amante mia
Donna poesia
Scoiattolo impaurito ti scaldai
Ed al mattino tu eri donna
Se perdessi te
Vinto me ne andrei
Sarebbe troppo e forse troppo sei
Ma dormi ancora un po', io ritornerò
Com'è difficile spiegare
Ad una donna la sua parte
Quando tu la vuoi lasciare
Lei mi sfiora il corpo e dentro muore
Come è triste far l'amore se non è con te
Donna amante mia
Donna

 

 

 
 
 

Fà er giro de Peppe alla reale

Post n°4525 pubblicato il 27 Ottobre 2019 da valerio.sampieri
 

Fà er giro de Peppe alla reale

Il significato dell'espressione corrisponde a fare un giro smodatamente lungo per giungere da un luogo ad un altro.
Per tale modo di dire si conosce persino la data di nascita, corrispondente all'anno 1878, allorché si svolsero i funerali di Vittorio Emanuele II, deceduto il 9 gennaio di quell'anno, due mesi e 5 giorni prima del cinquantottesimo compleanno del "Re galantuomo".
Era usanza, a quel tempo, prima di far entrare la salma nel Pantheon, fargli fare un giro attorno all'edificio, in forma di estremo saluto, mentre il pubblico attendeva all'ingresso del tempio l'ingresso del feretro.
Se non che, un certo Peppe, vale a dire Giuseppe Garibaldi, anziché attendere come tutti gli altri, si mise a seguire la bara, compiendo il giro completo del Pantheon e ritornando perciò al punto di partenza.
Per tale motivo, la frase completa dovrebbe essere "Fà er giro de Peppe attorno alla Ritonna, appresso alla reale", che per comodità viene spesso abbreviata in "Fà er giro de Peppe alla reale", oppure in "Fà er giro de Peppe attorno alla reale".

 
 
 

Ohmè, che io mi sento sì smarrito

Post n°4524 pubblicato il 06 Ottobre 2019 da valerio.sampieri
 

Ohmè, che io mi sento sì smarrito

Ohmè, che io mi sento sì smarrito
quand'io non ho danar nella scarsella:
dove sia gente a dir qualche novella
i' non son quasi di parlar ardito.

E se parlo 'i son mostrato a dito
e sento dirmi - Ve' quanto e' favella! -
I' perdo il cuor com'una femminella
sì ch'io divengo tutto sbigottito.

E quando i' ho danari in abbondanza
in borsa in scarsella o paltoniera
i' sono ardito e ho di dir baldanza;

dinanzi ho 'l cerchio e di dietro la schiera
di gente assai, che ciascuno ha speranza
ch'io lo sovvenga per qualche maniera.

Pieraccio Tedaldi (1285-1350 ca.)

Note:
incipit: Omè, che io mi sento sì smarrito
explicit: ch'io lo sovvenga per qualche maniera

Riferimenti (ed. rif.) Marti, Pieraccio. Rime (1956) n. 13 [Pieraccio Tedaldi, a cura di Mario Marti, in Poeti giocosi del tempo di Dante, Milano, Rizzoli, 1956, pp. 713-58.]
Numero 13
lirica

Versificazione: sonetto
Numero versi: 14

a. 1285 - 1350 ca.

Bibliografia filologica: Marti, Pieraccio. Rime, p. 729
Permalink: http://www.mirabileweb.it/title/om%C3%A8-che-io-mi-sento-s%C3%AC-smarrito-title/39212

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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