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Il gobbo

Post n°4496 pubblicato il 17 Novembre 2018 da valerio.sampieri
 

Il gobbo

Sosténéva un dóttóre
Che ha fatto tutto bène il Créatóre:
Un gòbbo ad esso: guardami le réne:
E quei: per gobbo tu sei fatto bène.

Filippo Pananti
(nato presso Ronta di Mugello il 1766, morto l Firenze nel 1887).

 
 
 

Du' vorte

Post n°4495 pubblicato il 14 Ottobre 2018 da valerio.sampieri
 

Du' vorte

De caccabbàrdole te copro er viso,
perché er grugnetto tuo nun cià rivali;
quanno te guardo, è come si m'assali,
pe' quant'è bello ciuco er tu' soriso.

Uperti o chiusi, st'occhiettucci tua
manneno frezze che Gujermo Telle
fà ride polli e puro gallinelle,
che pare 'n ciurcinato, tacci sua!

E che portento ciài de ganassine!
Paciocca mia, sei propio delizziosa,
puro si t'accarezzo le manine.

E quanno che t'incontro, è sempre l'ora
d'assaporà le labbra tua radiosa ...
'na vorta ..., ma du' vorte è mejo ancora!

Note:
v.1: Caccabàldole. Termine di derivazione greca, tuttora reperibile sul Vocabolario Treccani, che la 4^ edizione del Vocabolario della Crusca definisce con: Carezze, Vezzi, Atti, e Parole lusinghevoli. Lat. deliciae, blanditiae. Risale al XIII Secolo la prima occorrenza di caccabàldole, al Pataffio, attribuito a Brunetto Latini.
v.4: Ciuco vuol dire piccolo, ma qui è usato come vezzeggiativo.
v.6: Frezze, frecce.
v.8: Ciurcinato o ciorcinato significa misero, disgraziato.
v.9: Ganassine, piccole gote.
v.10: Paciocca, ragazza prosperosa.
v.13: Nel dialetto romano, l''aggettivo prende la stessa desinenza del sostantivo: le labbra tue radiose.

Valerio Sampieri
14 ottobre 2018

 
 
 

'Na vorta

Post n°4494 pubblicato il 03 Ottobre 2018 da valerio.sampieri
 

'Na vorta

'Na vorta scrivo versi in romanesco
e poi me metto a scrìve in cispadano:
ma ... ner ciarvello ciò quarcosa sano?
Sà tanto che a trovallo nu' riesco!

Però, che t'ho da di?, me ce diverto
a cérca e tròva 'gni parola oscura,
che pe' capilla ce vò tanta cura
e che la dico giusta è puro incerto!

Metti che 'n giorno dico scerpellone,
che nu l'ho mai sentito 'n vita mia:
sarò 'n poeta, oppuro 'n gran fregnone?

Nu 'mme ne vò a cercà imprese grandiose
e m'accontento de la fantasia:
la vita è fatta de piccole cose.

Valerio Sampieri
3 ottobre 2018

 
 
 

Er traghetto

Er traghetto (1)

Ahàggnola! (2) a la fine te sciò ttrova (3)
a ppreparamme (4) er barzimo (5) der corno!
Ma ttanto e ttanto me credevi ssciorno (6)
de nun capillo (7) cquà ccosa se (8) cova?

Sputa: (9) chi è cquello c'a la Cchiesa-nova
un quarto fà tte ronneggiava (10) intorno?
eppoi entrò cco tté llì accant'ar forno
da quella donna c'arivenne (11) l'ova?

Io ve vedevo, sai? Lui chiotto chiotto
a vvienitte a le tacche, (12) e ttu a gguardallo
co la coda dell'occhi pe dde sotto.

E mmó ccosa sarebbe sto bbarbotto? (13)
Fussi (14) quarche ttumore da riontallo (15)
come jjeri coll'ojjo der cazzotto! (16)

Note:

1 Occulto commercio d'amore.
2 Esclamazione propria di chi gode aver trovato ciò che cercava.
3 Ti ci ho trovata.
4 Prepararmi.
5 Balzamo.
6 Stolido.
7 Da non capirlo.
8 Si.
9 Confessa, parla.
10 Rondeggiare: far la ronda.
11 Che rivende.
12 A venirti alle tacche: a seguirti da presso.
13 Questo borbottio.
14 Fosse mai.
15 Da riontarlo: riungerlo.
16 Coll'olio dei pugni.

Giuseppe Gioachino Belli
Roma, 20 novembre 1831 - Der medemo
(Sonetto 246)

 
 
 

L'aducazzione

Post n°4492 pubblicato il 26 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

L'aducazzione

Nun è che me ce rode er chiccherone,
che sò scontroso o 'n po' maleducato,
perché ad esse cortese l'ho 'mparato ...
è propio che 'n zopporto le perzone!

Io me presento cor mio ber soriso,
dico bongiorno e faccio 'mmezz'inchino,
e pe' tutta risposta 'sto burino
co' quer grugnaccio nu' mme guarda in viso!?

A me me fai sto sgarbo, sor Gattello?
A me, m'hai da trattà co' 'gni riguardo
e no perché sei brutto ed io sò bello.

L'aducazzione è giusto che l'impari
e vedi puro de nun esse tardo,
sinnò, pe te, ponn'esse cazzi amari!

Valerio Sampieri
26 settembre 2018

 
 
 

Ella me'l disse

Post n°4491 pubblicato il 22 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

Stavolta credo che, dal punto di vista lessicale, sono a posto. I termini riportati in nota sono tutti danteschi o tratti dal Glossario del Due-Trecento del Prof. Giuseppe Bonghi (dal sito Classici italiani). Dopo alcuni aggiustamenti, credo di aver trovato una soluzione soddisfacente al problema metrico dei primi tre versi, correggendo il termine errato "indefensibilmente" nel corretto "indefensibilemente".

Ella me'l disse

Una fiata me 'l disse la sentenzia.
Parvente dimandai sul cor di ghiaccio.
"Indefensibilemente, sto e mi giaccio,
a me dona se puoi tua cognoscenzia".

Tosto volgesti 'l guardo ne' miei lumi
e in un sospiro dolce tu m'hai fatto:
"Lascia che 'l tuo sentir si mova ratto,
sì che lo tuo pensier nel nulla sfumi.

Lunga è la strada; e vita è breve assai.
Io cointar ti voglio, a conenzare,
quel che, per tua mercé, complir dovrai,

a ché l'anima avrà ciò ch'essa brama.
Sanz'ambiadura t'è d'uopo d'annare
e in tua carriera questo far: Tu ama!".

Note:
v.1: Fiata, volta.
v.1: Sentenzia, significato (Dante, Vita Nova).
v.2: Parvente, parere (Dante, Vita Nova).
v.3: Indefensibilemente, senza possibilità di difesa (Dante, Vita Nova). Il verso, nella versione originale, recitava "Tapino giaccio indefensibilmente".
v.1-3: Una secondaa versione del sonetto recitava: "Una fiata te 'l dissi la sentenzia / e dimandai: "Vuoi dirmi il tuo parvente? / I' mi starò, indefensibilemente.".  La versione definitiva è stata rielaborata il 26 settembre.
v.4: Cognoscenzia, saggezza.
v.5: Lumi, occhi.
v.10: Cointar, raccontare.
v.10: Conenzare, cominciare.
v.11: Complir, compiere.
v.11: Mercé, ricompensa, premio.
v.13: Ambiadura, tipica andatura tra il passo e il trotto dei cavalli e dei quadrupedi in genere [Jacopone metaforicamente la riferisce a se stesso incarcerato,  quando cammina coi piedi legati con catene ai ceppi, come in LV,46: levome a l’ambiadura, mi alzo e cammino lentamente trascinando un piede per volta, (perché i ceppi non consentono che passi brevi e faticosi].
v.13: T'è d'uopo d'annare, devi camminare.
v.14: Carriera, cammino.

Valerio Sampieri
22 settembre 2018

 
 
 

L'ìnvido verno

Post n°4490 pubblicato il 20 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

Ho riportato nelle note alcuni termini, ma non perché ne sia ignoto il significato. Ho voluto invece stabilirne l'antichità.

L'ìnvido verno

L'ìnvido verno s'appropinqua e tace
il rousignol d'in su l'opima pianta.
Leggiadro l'ausellin, ei più non canta
e la marmotta sitibonda giace.

Similemente a la natura affranta,
con sua silenzïosa man rapace,
rende la stessa omai non più ferace
colei che del suo gelo tutto ammanta.

L'algente suo ghignante volto ostende
nell'attimo in cui tutto si scolora
e tutto ciò che brama seco apprende.

Ratta e furtiva lei pervien, laonde
onesto e giusto, uomo, vivi ognora,
prìa d'approdar a le Superne sponde.

Note:
v.1: Invido,  Petr. canz. 18. 6. (C) Ma forse altrui farebbe Invido, e me superbo l'onor tanto.
v.1: Verno. Una delle quattro stagioni dell'anno, la più fredda; Inverno. Petr. Sest. 8. part. I. (C) Ma pria fia 'l verno la stagion de' fiori, Ch'amor fiorisca in quella nobil alma. Dant. Inf. 32. Non fece al corso suo sì grosso velo Di verno la Danoia in Austerricch.
v.1: S'appropinqua, si avvicina, di appressa. D. 3. 33. (C) Ed io, ch'alfine di tutti i desii M'appropinquava. E Vit. Nuov. 25. Dimenticando quello che per appropinquarmi a tanta gentilezza m'addivenía.
v.2: Rusignol. Petr. son. 10. E 'l rusignol, che dolcemente all'ombra Tutte le notti si lamenta, e piagne. Chiabr. Egl. 3. Soave rusignol qui non s'arresta; Solo s'arresta tortora dolente.
v.2: Opima, Fertíle, Ferace. Car. En. 2. 1265. (M.) Il Tirreno Tebro con placid'onde opimi campi Di bellicosa gente impingua e riga. E 3. 1101. (Man.) Indi varcammo Del paludoso Eloro i campi opimi.
v.3: Ausellin, uccellino. Ausello si trova già in Rinaldo d'Aquino (li auselli fan sbaldore / dentro da la frondura) e, soprattutto, in Guinizzelli: Al cor gentil rempaira sempre amore / come l'aausello in selva a la verdura. In Rinaldo d'Aquino si trova anche il verso iniziale: Un oseletto che canta d'amore.
v.9: Algente. [Tommaseo]: Gatti presso Tom. Algente dice il massimo grado del freddo e della sensazione di quello. [Cam.] Algenti luoghi, disse Plinio, Algenti pruine, Stazio: e Algenti chiamò Marziale le toghe sì logore che chi le veste assidera. = Dant. Rim. 34. (C) Signor, tu sai che per lo algente freddo L'acqua diventa cristallina pietra. Petr. Son. 152. Fuoco che m'arde alla più algente bruma.
v.12: Laonde, Per la qual cosa. Dan. Par. 12. Laonde vegnon tali alla scittura, Ch'uno la fugge, e altro la coarta. Bocc. Nov. 40. tit. (C) Laonde egli scampa dalle forche. E num. 16. Laonde le femmine, più paurose divenute, levatesi, e fattesi a certe finestre, cominciarono a gridare.
v.14: Pria. Prima, ed è per lo più voce poetica. Dant. Inf. 1. (C) E dopo 'l pasto ha più fame che pria. E Purg. 5. Salsi colui, che 'nnanellata pria, Disposando, m'avea colla sua gemma. Petr. Canz. 4. 6. part. III. Non è questo 'l terren ch'i' toccai pria? Fr. Jac. Tod. 7. 25. Ed il mio vizio, e peccato Il commetto come pria.
v.14: Superno. Superiore, Di sopra, Dell'alto, Del cielo. Supernus, in Plin. e Lucan. - Dant. Par. 3. (C) Se disiassimo esser più superne, Foran discordi li nostri desiri Dal voler di colui che qui ne cerne. E 20. E quel che segue in la circonferenza Di che ragiono, per l'arco superno, Morte indugiò per vera penitenza. Petr. Son. 38. part. II. Suoi santi vestigii Tutti rivolti alla superna strada Veggio.

Valerio Sampieri
20 settembre 2018

 
 
 

Non v'ha più speme omai

Post n°4489 pubblicato il 18 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

Ecco il mio secondo tentativo di sonetto in lingua simil-settecentesca. La storia è quella di un'anima dannata, all'atto di sprofondare negli inferi.

Non v'ha più speme omai

Fantàsima sperduto nella notte,
l'angoscia che hai nell'anima tua elìci.
Anfani ed il tuo arcano tu non dici
e 'l rechi ne l'oblio che tutto inghiotte.

Dal duolo le speranze tue son rotte
e seco reca i più nefasti auspici
chi ha cancellato i giorni tuoi felici,
e ha reso vane le tue inani lotte.

Tenèbra ottunde tua residua spene
e tu ramingo e mesto t'incammini
nel baratro: più nulla omai trattiene

lo spirto tuo che luce vedrà unquanco.
Demoni avrai per sempre a te vicini:
tale è il destin de l'uom che visse manco.

Note:
v.2: Elìci, trai fuori.
v.3: Anfani, parli a vanvera.
v.8: Vane ... inani, in questo caso non sono sinonimi: inutili ... inconsistenti.
v.12: Unquanco, mai.
v.14: Uom che visse manco, uomo che ha condotto una vita malvagia.

Valerio Sampieri
17 settembre 2018

 
 
 

Gucciniiiiii !!!! Te possin'acciaccatte !!!!!!

Post n°4488 pubblicato il 17 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

Tu ascolti l'Isola non trovata, brano del 1970, e leggi che parole e musica sono di Francesco Guccini. Poi vai a leggere le poesie di Guido Gozzano e, zacche!, vedi che la zecca rossa non si è limitata a prendere spunto da una poesia dell'autore piemontese, ma la quartina iniziale l'ha bella e copiata pari pari nel parlato che introduce il brano musicale, che nel prosieguo, si discosta dal testo originale, il cui senso viene peraltro mantenuto.
Il componimento di Gozzano è suddiviso in due parti, ma qui riporto soltanto le tre quartine introduttive. Il testo completo lo si trova in un sito che riporta "Tutte le poesie di Gozzano" http://www.math.unipd.it/~candiler/gozzano/index.htm

La più bella

I.


Ma bella più di tutte l'Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s'ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma sugellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L'Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell'isola cercando... Ma l'isola non c'era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l'isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.

II.

L'isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
«...l'Isola Non-Trovata!» Il buon Canarïano
dal Picco alto di Teyde l'addita al forestiero.
La segnano le carte antiche dei corsari.
...Hifola da - trovarfi? ...Hifola pellegrina?...
È l'isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina...
Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...
S'annuncia col profumo, come una cortigiana,
l'Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...

Francesco Guccini - L'Isola Non Trovata

 

 
 
 

I Pastori

Post n°4487 pubblicato il 02 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

I Pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

Gabriele D'Annunzio

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
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