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Elegia

Post n°4510 pubblicato il 24 Marzo 2019 da valerio.sampieri
 

Elegia

Frammento

Tu piangi, ma non sai, piccola cara,
dove, nell'ombra, piangano le morte

cose quel tuo, dolcezza, ultimo addio,

non sai dove le tue lagrime, dove

le tue povere lagrime salate

piangere, se non anche il più diletto

amante, oggi, le beva per i lunghi

cigli e i capelli ti componga, piano

e tenero, su le arse tempie e voglia,

ad uno ad uno, dalle guance, tutte

bagnate, liberarli, indugiando

nella piccola cura in fin che un lume

dolce ti rida nei piangevoli occhi.

Lagrimi e vuoi che ti racconti alcuna
favola antica, mentre ti sarebbe
dolce un imaginare di lontani
giorni che la tristezza esiliò
con le favole, cara anima, poi
che nessuno te le racconta più,
quelle povere favole soavi
senza amarezze e pure, adesso, tanto
tristi che, quasi, piangi per averle
in cuore, tutte, come le figure
di quei piccoli santi con la palma
che tu appuntavi, con gli spilli, al muro.

Piangi pur anche la malinconia
mortale d'una piccola bottega
nera, di vecchi mobili, di vecchi
abiti, in una triste via, nell'ora
crepuscolare, e tutte quelle cose
imagini che siano per morire
in uno specchio, simili a dei fiori
obliati in un vaso? Ma non devi
piangere. Lascia ch'io ti asciughi, povera
anima, piano, quasi il fazzoletto,
raccogliendo le tue lagrime, possa
domani, ancora, s'io lo voglia, tutte
alla mia bocca renderle, dolcezza.
Sorriderai: se dolorosamente
sorriderai, mi basterà. Che importa
se non t'è il cielo, all'improvviso, tutto
nel cuore? Avrà tempo. Non è già questo
l'ultimo pianto! Io sarò dolce e tu
sarai fragile e tenera e serena.

Verrà la pace con le mani giunte,
ma non la udrai tu, piccola, venire.
Tornerà, sai, quotidianamente
un poco, senza dirti nulla; e, vedi,
sarà come se tu cantassi una
preghiera incomprensibile, per lungo
volger di tempo, in fin che in una sera,
forse più dolce e triste, all'improvviso
t'avvenisse, così, senza sapere,
di comprenderla intera. Cento volte
passeremo per quella via che più
diletta a non so che malinconie
nostre avremo. Lungo i chiari fiumi
canteremo le più vecchie canzoni
e sarà dolce non seguirne il senso.

Le canteremo solo perché possano
inavvertite piangervi le nostre
anime, un poco. Tu vedrai; la bella
Vita imagineremo in una chiara
morte. Come se tu fossi, ogni giorno,
per giungere ad un mio primo convegno,
ti vorrò bene, e come tu, dolcezza,
giungere mai dovessi, io ti vorrò
tanto bene. Sorridi, ora. Non piangi
quasi più. Ce ne andremo in una casa
piccola e sola. Se vorrai, nei giorni
di festa, porteremo a tutti i piccoli
infermi alcuni di quei dolci, quei
poveri dolci delle suore, quasi
bianchi, senza sapore, avvolti in carte
celesti e in fili d'oro. Se vorrai,
questo; se non vorrai, se ti sembrasse
troppo triste, andrò solo, senza piangere,
anima cara, e tornerò alla nostra
piccola casa e, come fossi anch'io
malato, sognerò le tue parole
tenere, bianche, senza senso quasi,
come quei dolci, quei piccoli dolci
delle povere suore malinconiche.

Sergio Corazzini
(Roma, 6 febbraio 1886 – Roma, 17 giugno 1907)
 
 
 

Memento

Post n°4509 pubblicato il 23 Marzo 2019 da valerio.sampieri
 

Lasciamoci trascinare dal travolgente ottimismo di Tarchetti, poeta -ma soprattutto noto per le sue opere in prosa, tra le quali spicca "Fosca"- appartenente alla corrente della Scapigliatura, morto di tubercolosi in giovane età.

Memento

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss'io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.

E nell'orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporgere le fredda ossa di un morto.

Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869)

 
 
 

L'illeggittima difesa

Post n°4508 pubblicato il 07 Marzo 2019 da valerio.sampieri
 

L'illeggittima difesa

La Camera ha approvato la nuova legge sulla legittima difesa ed ora toccherà al Senato porre il definitivo suggello sulla nuova normativa. Gli oppositori alla modifica dell'articolo 52 del codice penale propugnano una rigida applicazione da parte del giudice del criterio di proprzionalità tra offesa e difesa, nel rispetto del principio del neminem ledere. Conseguentemente, tu potrai dare uno schiaffo a chi si è furtivamente introdotto nottetempo in casa tua, ma solo dopo che lui ti avrà dato uno schiaffo, potrai corcarlo di botte soltanto restituendogli ugual dose di mazzate e potrai ammazzarlo solo come legittima e proporzionata reazione al suo omicidio nei tuoi confronti. Alcuni disquisiscono se sia lecito, dopo essere stati ammazzati da una coltellata, uccidere l'offensore con un colpo di pistola, ma queste appaiono come oziose questioni di lana caprina. Dura lex, sed lex, dicevano gli antichi!

Ma come pôi pensà de fà der male
a 'n pôro, onesto ladro dilicato
che sì, stà 'n casa tua, ma disarmato?
Reaggisci, ma però proporzionale!

Sinnò, metti che 'r micio cià paura?
Magara je viè puro 'n coccolone,
perché nun vôi sentì le sue raggione:
la devi trattà bene 'sta crâtura!

Tu devi da capì co' l'occhi chiusi
si er ladro è bôno oppuro malandrino
e nun ce stà raggione che te scusi!

T'accerti che nun te vô fà la bua
e dichi: "Mó t'aggiusto pe' benino!
Mó torno, prima arubbo a casa tua!!!".

Valerio Sampieri
7 marzo 2019

 
 
 

Qualche nota biografica

Ho trovato su Google libri un interessante volume intitolato Canzoniere Nazionale Scelto e annotato da Pier-Alessandro Paravia Professore di Eloquenza Italiana nella Regia Università di Torino. Torino Dalla Stamperia Reale 1849. Il libro riporta alcune poesie commentate dal Prof. Pier-Alessandro Paravia e delle brevi note biografiche degli autori presenti nello spicilegio (se non vi va bene spicilegio, dirò crestomazia!): qui ne riporterò solo alcuni, indicando i brani presenti nel Canzoniere.

Dante Alighieri
Nato in Firenze del 1265, innamorò a dieci anni di Beatrice, a cui rizzò nella Divina Commedia il più splendido monumento, che dall'ingegno umano sia stato mai posto alla femminile bellezza.
Esiliato del 1302, visse ramingo e infelice, cambiando cielo, ma non fortuna; sin che lasciò le sue ossa a Ravenna del 1324; terzo poeta con Omero e con Shakespeare, alle cui originali bellezze verranno sempre a inspirarsi tutti i poeti del mondo.

O patria degna di trionfal fama            canzone

Feo Belcari
Nacque in Firenze di nobil famiglia. Collocato ne' primi seggi della repubblica, tra quelle ardue cure non dismise mai gli studi delle buone lettere, che egli rivolse a cose di religione e pietà; onde le Lauda, i Misteri, e la Vita del beato Colombini, vero gioiello di lingua. Morì del 1484, e fu sepolto in quella chiesa di Santa Croce, che racchiude tante grandezze italiane.

Le toghe e l’anno son le degne parte        sonetto

Francesco Benedetti
Nato a Cortona del 1785, a quindici anni era già autore di una tragedia, la primogenita di altre dodici, che scrisse dipoi; cominciato con la maschia severità dell‘Alfieri, terminò con la facile vena del Metastasio. Valse anche nella lirica, e coltivò negli ultimi anni la storia. Visse poco lieto, e morì ancor più infelice il primo maggio 1824. Italiano generoso, un'anima pari alla sua, Luigi Ciampolini, ne scrisse con brevità sugosa la vita.

Campion, dal ciel serbato                ode
Aspro censor de’ tempi                    ode

Giovanni Boccaccio
Originario Certaldese nacque del 1345; suo padre lo volea avviare ai traffichi, ma il suo genio lo trasse gli studi. Lottò gran tempo con la povertà, sino a copiar libri per prezzo; mestiere onorato poi da Gian-Iacopo, copiatore di musica. Ebbe da' Fiorentini l'incarico di sporre pubblicamente la Divina Commedia; sposizione del poema, che ammendò in parte l'esilio del poeta.
E anche il Boccaccio verseggiò, né sempre infelicemente; benché il Salviati con un giochetto di parole ci dica, che verso, che fosse verso, nel verso non fece mai. Contra questa sentenza sia la edizione delle Rime di lui, dataci dal Baldelli nel principio di questo secolo. Ma il maggiore fondamento della celebrità de Boccaccio è il suo Decameron, miniera di eloquenza e sentina di bruttura. L'autore stesso se ne pentì, e mutata maniera al suo vivere, e materia al suo comporre, mori del 1375 in Certaldo, dove Carlotta Lenzoni ristorò la casa di lui, vero padre della illustre prosa italiana.

Fuggita è ogni virtù, spento è il valore    sonetto
Apicio legge ne le nostre scòle                sonetto
Cara Fiorenza mia, se l'alto Iddio            canzone

Giovanni Borghi
Nato a Bibbiena del 1790, si dedicò alla Chiesa e agli studi. Del 1824 diede fuori una traduzione di Pindaro, che fece dimenticare all'Italia tutte le altre. Né meno valse come poeta originale; del che fanno fede i suoi Inni sacri, i migliori dopo quei del Manzoni. Negli ultimi anni della sua vita si pose a scrivere le Storie d'Italia, e anche in ciò non gli venne meno l'ingegno e la lode. Balzato qua e là dalla varia fortuna, alla quale dava egli stesso occasione di nuocergli, morì dei 1847 in Roma, dove l'avea condotto la celebrità di Pio lX.

È caduta; omai non sogna                    inno

Cino da Pistoia
Era dei Sinibaldi, ma è più conosciuto dal nome della patria. Studiò leggi in Bologna e le professò a Perugia; ma per le spine della giurisprudenza non lasciò inaridire i fiori della poesia. Lodato da Dante in vita, e lagrimato dal Petrarca in morte, benché inferiore a quei due, divide con essi la gloria di avere fondata la poesia toscana. Nato del 1270 , mori fra il 1336 e il 1337. Sebastiano Ciampi ci diede del 1813 un'accurata edizione delle sue Rime, per le quali, assai più che per il voluminoso comento ai primi nove libri del Codice, e tuttavia nominato.

Si m'ha conquiso la selvaggia gente        ballata
A che, Roma superba, tante leggi            sonetto

Giusto de' Conti
Fu poeta del secolo XV, del quale poco altro si sa, fuori che essendo in Roma, si accese di amore per una vaga fanciulla, la cui mano essendo stata più particolarmente lodata dall'innamorato poeta, fu cagione, che al suo canzoniere si desse il titolo di Bella mano. Pare che morisse del 1449 in Rimini, dove era consigliere di Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Se mai per la tua lingua il sacro fonte        sonetto

Ortensia di Guglielmo
Nativa di Fabriano, visse a tempo del Petrarca, se pur non mente Andrea Gillio, che nella sua Topica poetica reca versi di essa fra certi sonetti di alcune gentildonne da Fabriano, che furono al tempo del Petrarca. E di questo numero Leonora della Genga, che viva e morta lodò Ortensia con due sonetti: segno che apprezzava il merito e non conosceva l'invidia. Ortensia è detta dal Quadrio poetessa insigne, e superiore, dopo il Petrarca, a quanti altri in que' tempi fiorirono.

Ecco, Signor, la greggia tua d'intorno        sonetto

Ugo Foscolo
Nato a Zante del 1777, fu allevato a Venezia, qual se dovesse riunire in sé l'eleganza attica alla fierezza italiana. A venti anni scrisse il Tteste; e poco poi scoppiò la rivoluzione; egli v' entrò da giovine e da poeta, vale a dir con fiducia ed ardore; ma i posteriori avvenimenti il guarirono in parte di quella febbre. Noi seguiremo nelle sue varie vicende di giornalista, di professor, di soldato, per non torre ad altri il piacere di leggerle nella bella Vita che ne scrisse il Carrer. Rimbabalzato dall'impeto degli eventi e della sua stessa natura d'uno in altro luogo, morì poveramente l'anno 1827 in una terricciuola poco discosta da Londra. Il conte Capodistria fu al suo letto di morte, e un quacchero pose una lapida al suo sepolcro.

Te, nutrice a le Muse, ospite e Dea            sonetto
Che stai? già il secol l'orma ultima lascia        sonetto

Giacomo Leopardi
Tanto da natura favorito per le facoltà dell'anima, quanto maltrattato per quelle del corpo, riuscì una maraviglia d'ingegno e un compendio di guai. Da se solo apparò il greco, e a pena ventenne, a pochi restava indietro per il sapere, infiniti avanzava pel gusto. Le sue prose e i suoi versi, le sue cose originali o tradotte, tutto che scrisse e stampò prova quanto ben s'apponesse il Giordani, allor che il disse pari piuttosto ai migliori dei Greci, che superiore agl'ltaliani. Il carattere delle sue composizioni è una cupa e fiera tristezza, che era in lui alimentata e scusata da ciò che vedeva e soffriva, ma che, senza il soccorso della religione, ci porterebbe a disperare , non pur degli altri , ma di noi stessi. I suoi studi e le sue sventure finirono in Napoli del 1837, non tocchi ancora i quaranta anni.

O patria mia, vedo le mura e gli archi            canzone
Poi che del patrio nido                        canzone

Francesco Petrarca
Nacque l'anno 1302, esule in Arezzo per la stessa cagione che Dante esulava allor da Firenze. Visse, come lui, in varie Corti, semgre però sospirando alla grandezza e independenza d'Italia.
Restauratore fra noi de' buoni studi, fautore di ogni nobile impresa, pochi nomi italiani eccitano, al pari del suo, la riverenza e l'amore.
Laureato in vita per un poema latino che pochi leggono, debbe la sua immortalita alle rime italiane che tutti conoscono. Mori del 1374 in Arquà, villaggio a poche miglia da Padova, dove si mostra con una specie di religione il suo sepolcro e la sua casetta.

Italia mia, benché 'l parlar sia indarno        canzone


Franco Sacchetti
Nacque in Firenze circa il 1355, e fu reputato fra' poeti della sua età, ancor che il maggior grido gli sia venuto dalle sue schiette e graziose Novelle. Fu adoperato da' Fiorentini in ragguardevoli uffici e ambascierie; pianse la morte del Petrarca con una canzone, e quella del Boccaccio con un'elegia. Quella di lui avvenne poco oltre il 1400.

Amar la patria sua e virtù degna                sonetto

 
 
 

Avere le palle

Post n°4506 pubblicato il 26 Febbraio 2019 da valerio.sampieri
 

I soliti beccaccioni annetteranno all'espressione "avere le palle" significati volgari e/o maschilisti.
Essa vuole, invece, significare avere attributi, avere forza, potere e/o esercitarlo. L'etimologia di tale detto trova le sue radici in un fatto storico.
Nel 1478 la famiglia fiorentina dei Pazzi si alleò col Papato e con l'Arcivescovo di Pisa contro la famiglia de' Medici. La rivolta nota come la congiura dei Pazzi vide soccombere Giuliano de' Medici, accoltellato per essersi interposto tra Lorenzo ed il suo aspirante assassino. I Pazzi dalle finestre di Palazzo Vecchio incitarono i fiorentini a ribellarsi.
Questi subodorate le motivazioni di questa congiura, cominciarono ad urlare: "Palle, palle, palle".
Le palle erano ben sei nello stemma della famiglia de' Medici. Insomma il popolo si schierò con i de' Medici. I congiurati furono scaraventati giù dalle finestre di Palazzo Vecchio e l'Arcivescovo di Pisa fu impiccato alla Loggia dei Lanzi.

 
 
 

Isabella Mastrilli

Post n°4505 pubblicato il 23 Febbraio 2019 da valerio.sampieri
 

Cercando notizie sulla Mastrilli, mi sono imbattuto in un articolo molto ben fatto ed esauriente, intitolato "Isabella Mastrilli, la prima poetessa di Marigliano" di Mariangela Barretta, datato 5/10/2008. Ho verificato che il testo è liberamente utilizzabile a condizione che si ponga la dicitura "Fonte ilmediano.it; indirizzo telematico www.ilmediano.it". Ciò premesso, non mi resta che riportare qui di seguito la breve biografia.

La nobile e bellissima Isabella Mastrilli, bisnipote di Giulio, fu autrice di molte liriche e fondatrice dell’ "Accademia di Marigliano", dedita alla poesia.

Nella duchessa Isabella Mastrilli convivevano due anime: quella antica e rassegnata di nobildonna piegata ai voleri del casato, e quella di poetessa passionale e quasi ribelle che- in un’epoca non certo favorevole alle donne- ha diffuso le sue opere acquisendo i favori dell’intellighentia secentesca.

Nata il 29 Gennaio 1682, Isabella era l’unica figlia del duca Marcello e di Giulia Alberini dei Principi di Cimitile e come tale era duchessa di Roccarainola e dei suoi casali, del feudo di Fellino, di Marigliano e dei suoi casali, di Tufino, di Saviano, di Casamarciano, di Faivano, di Vignola e di Campasano. In quanto unica figlia era anche unica erede del nobile casato dei Mastrilli e, come tale, fu chiamata in tenerissima età a salvaguardare la sopravvivenza della dinastia: per questo motivo fu costretta ad accettare il matrimonio con il Marchese Giovanni Di Gallo (imparentato alla lontana con il nobile casato di Isabella), di ventisette anni più vecchio di lei e, come se non bastasse, quando andò in sposa al marchese aveva appena dodici anni e ventisette giorni.

Crescendo, Isabella divenne una delle dame più eleganti e raffinate del suo tempo, ingraziandosi l’intellighentia dell’epoca per il suo acume ancor prima che per la sua avvenenza. A tal proposito Maria Chiara Mandanici e Samantha Vivo scrivono: "I suoi occhi neri, vivaci e luminosi,la sua alta statura e il suo aspetto gentile ispirarono i versi di numerosi letterati dei quali soleva circondarsi nella sua casa e dai quali fu eternata come donna dalla rarissima bellezza e corteggiata con insistenza soprattutto dopo la morte del marito". Rimase vedova, infatti, nel 1728, a quarantacinque anni.

Isabella Mastrilli, però, non fu solo musa ispiratrice bensì ella stessa autrice di moltissime liriche nonché di alcune commedie, firmandosi con lo pseudonimo di Elinda Zalèa. A soli vent’anni compose la commedia "Il prodigio della bellezza", che fu rappresentata per la prima volta a Tufino e dedicata dall’autrice al suo nobile genitore. Fu autrice anche della tragedia "Ottone". Date le sue doti di scrittrice, venne insignita dall’ Associazione dei Poeti Napoletani del titolo di "Accademica Unica" ed alcune sue liriche (tra le quali la malinconica "Calde lagrime mie") furono inserite nella "Raccolta dei Poeti Napoletani" nel 1723. Inoltre, frequentò l’ "Accademia del Capraio" e quella della Stadera e, dulcis in fundo, fondò "l’Accademia di Marigliano" di cui fecero parte notissimi esponenti della cultura del secolo tra i quali Carlo Pecchia.

Isabella fu anche fervente religiosa: sua, infatti, una cappella che si trova nella chiesa Collegiata "Santa Maria delle Grazie" di Marigliano. Tuttavia, la figura di Isabella fu offuscata dalla scarsa avvedutezza in campo economico. "Condusse infatti- scrivono ancora Vivo e Mandanici- una vita mondana oltremodo dispendiosa e lussuosa portando quasi in rovina la famiglia se non fosse stato per il tempestivo intervento del marito e dei figli". Alla sua morte, nel 1761, privò il suo casato di molti beni: nel suo testamento non mancò di ricordare tutti i suoi corteggiatori e lasciò molti averi alle donne della sua famiglia (le quali in presenza di fratelli maschi perdevano ogni diritto di eredità). Le sue spoglie furono sepolte a Napoli, nella chiesa del Purgatorio ad Arco.

Indice poesie

A che sì neghittosi, e in aria mesta
Calde lagrime mie, voi, che sovente
Da la beata, eterna, alta magione
La notte, che succede al fausto giorno
Qual di barbara gente inqua schiera
Quali vegg’io scoscese balze, e rupi
Scoscese rupi, orrido speco, e nero



A che sì neghittosi, e in aria mesta


A che sì neghittosi, e in aria mesta
Amici eccelsi Vati? Ah! Non è questa
L’antica vostra a me pur nota, e rara,
Umilmente altera, e lieta usanza.
Voi neppur me guardate! Io son pur quella
Tanto a voi cara Madre alma Colomba;
Per cui la chiara tromba
Di gloriosa fama appena ha fiato.
Ma, se il vero mi avviso,
L’insigne tra di voi io non diviso
Raro eccelso compagno, il mio Pompeo;
Quei che più volte feo
Tra noi del suo savere auguste prove.
Ahimè! quale in voi scorgo
Dirotto, e mesto pianto? Ov’ei s’asconde?
Tremo, né so perché. Niun risponde?
Cari Figli, voi piangete,
E fissate i lumi al suolo!
Per pietà mi rispondete,
Tanto duolo,
Oh Dio! perché?
Ah! che un roco mormorio
Va spiegando i mesti accenti,
Che l’amabil Figlio mio
Più tra i vivi egli non è.

Ah! che non ha compenso il nostro affanno.
Ma qual dal Ciel discende
Raggio di chiara luce? Egli m’accende
E vuol che rincorata a voi favelli.
Non più mestizia e duol, dolci miei Figli,
Ciocché fa il vostro lutto,
Bella cagion di nuovo gaudio è in Cielo.
Egli dal sommo Amore
Già penetrato, a lui divien simile,
Qual ferro, che rovente, esce dal foco:
Egli, ch’eterno in Dio fruisce, e gaude,
Divin savere impetreravvi e laude.
Qual chiaro fonte,
Che giù dal monte
Nel prato scende,
Inaffia, e avviva
Quell’Acquaviva
Questo, e quel fior,
Così dal Cielo
Nelle vostr’alme
Ei lume accende,
E allori, e palme
V’appresta ognor.

Ultimi Ufficj del Portico della Stadera - Al P. Giacomo Filippo Gatti tra i Porticesi Pompeo Acquaviva - In Napoli 1746 nella Stamperia de' Muzj (pagine 204)



Calde lagrime mie, voi, che sovente

Calde lagrime mie, voi, che sovente
La più remota e solitaria parte
Del mio albergo irrigate a parte a parte,
Unico sfogo di mia doglia ardente;

Gitene a lui, che di mia stanca mente
Tien l' alto impero, e dite (onde abbia in parte
Pace il mio cor) che spesso in marmi, e in carte
Suo nome a imprimer va mia man dolente.

Dite che l' ardor mio, lassa, ormai veggio
In vasto incendio alzarsi, onde il martire
Forza è che scopra, o che tacendo io mora.

Ma perchè grave errore il primo fora,
E sperar pace altronde è van desire,
Morte chiamo sovente, e morte chieggio.

Agostino Gobbi, Scelta di sonetti, e canzoni de' più eccellenti rimatori d' ogni secolo, Quarta ed., con nuova aggiunta (Venezia: Lorenzo Baseggio, 1739), p. 627.
Mastrilli, Isabella (?-1717) Collected Poems [1700] (Chicago: Italian Women Writers Project, ca. 1700), Ed. Hillman, Cynthia; Quaintance, Courtney K
Delle Rime scelte di Varj Illustri Poeti Napoletani, Volume Primo, In Firenze a spese di Antonio Muzio, 1723.



Da la beata, eterna, alta magione

Da la beata, eterna, alta magione,
Ove tra mille e mille eletti cori
Vivommi lungi dagli umani errori,
Dal tempo, che lasciai la fral prigione,

Perchè mi chiami? e dove? e chi l'impone
Sublime genio de' miei sacri allori?
Tu, che quaggiù tergesti i miei sudori,
E di palme e trofei fosti cagione,

Vuoi che là volga i lumi, ove del Lazio
Siede l'alma Città, che grata io veggo
Rinnovar la di me spenta memoria.

Chi m'illustrò dopo sì lungo spazio?
Sì, per te, Sommo Vero, in Cielo io seggo,
Per te, Luigi, in terra ho nuova gloria.

Delle Rime scelte di Varj Illustri Poeti Napoletani, Volume Secondo, In Firenze a spese di Antonio Muzio, 1723.



La notte, che succede al fausto giorno

La notte, che succede al fausto giorno
In cui s' adora il Redentor risorto,
Mentre ogni senso era nel sonno assorto,
Che l' umid' ali a me spandeva intorno;

Pareami di veder l' alto soggiorno
Del divo Apollo atro, dolente, e smorto,
E mesto ei dir; non più bramo conforto,
Dotte Muse, da voi col canto adorno.

Stupida allor chinando al suolo i rai,
Dissi con fievol voce: altero Nume,
Qual rea cagion si ti confonde, e attrista?

Ed ei: destati, Elinda, e lo saprai.
Sorgo, ed odo piangendo: e spento il lume,
Che al saver ne scorgea, morta è Batista.

Luisa Begalli Gozzi, Componimenti poetici delle piu illustri rimatrici d' ogni secolo (Venezia: Antonio Mora, 1726), pt. 2, p. 236.
Mastrilli, Isabella (?-1717) Collected Poems [1700] (Chicago: Italian Women Writers Project, ca. 1700), Ed. Hillman, Cynthia; Quaintance, Courtney K
Delle Rime scelte di Varj Illustri Poeti Napoletani, Volume Secondo, In Firenze a spese di Antonio Muzio, 1723.



Qual di barbara gente inqua schiera

Qual di barbara gente inqua schiera
L'inerme peregrin tra via con fello
Impeto assale, ond'è ch' il meschinello
Scampo a la dubbia vita indarno spera;

Scorge da presso già l'ultima sera,
Nè sa se quello è il fatal colpo, o quello,
Che a morte il tragge, e indarno il fier drappello
Guatando piagne: ahi crudel sorte, e fiera!

Tal'io tra mille danni or serena,
Lassa, non veggio ancor, nè stanco, o sazio
D'insidie atroci Amor promette calma.

Così passando vo di pena in pena
Trista, e dolente, e d'uno in altro strazio,
Nè so qual di mia morte avrà la palma.

Delle Rime scelte di Varj Illustri Poeti Napoletani, Volume Secondo, In Firenze a spese di Antonio Muzio, 1723.



Quali vegg’io scoscese balze, e rupi

Quali vegg’io scoscese balze, e rupi,
Fosche grotte, ner’antri, atri cipressi,
Minacciosi baleni orridi e spessi,
Larve, nottole triste, ingordi lupi.

Tutti in proprio sermon noiosi e cupi
Mandano stridi; indi dal duolo oppressi
Turban greggi, ed armenti; ond’è ch’espressi
Lascian segni di strage in que’dirupi.

Voci odo intanto miste a crudi lai:
Morte morte, alternando, orrida morte,
Morte, cagion del nostro acerbo affanno!

Lassa! qual grave danno esser può mai,
Che terra, ed aere a tanto duol trasporte?
Ahimè! Morto è Pompeo. Qual maggior danno?

Ultimi Ufficj del Portico della Stadera - Al P. Giacomo Filippo Gatti tra i Porticesi Pompeo Acquaviva - In Napoli 1746 nella Stamperia de' Muzj (pagine 204)



Scoscese rupi, orrido speco, e nero

Scoscese rupi, orrido speco, e nero,
Funesti alti cipressi, atre caverne;
L' occhio doglioso in voi più non discerne
Quel tetro taciturno orror primiero.

Da che mio reo destin spietato, e fero
Mi sferza, e pugne ognor con doglie interne,
Più dolci sembran vostre asprezze esterne
Al combattuto mio stanco pensiero.

Sprezzo l' umane cose, odio me stessa,
Scerno in lor, veggio in me d' infido amante
L' immago ingannatrice a segni impressa:

Ma, lassa, oh Dio, troppo quel bel sembiante
Un dì mi piacque, onde per legge espressa
L' amai fido, or l' adoro anche incostante.

Agostino Gobbi, Scelta di sonetti, e canzoni de' più eccellenti rimatori d' ogni secolo, Quarta ed., con nuova aggiunta (Venezia: Lorenzo Baseggio, 1739), p. 627.
Mastrilli, Isabella (?-1717) Collected Poems [1700] (Chicago: Italian Women Writers Project, ca. 1700), Ed. Hillman, Cynthia; Quaintance, Courtney K
Delle Rime scelte di Varj Illustri Poeti Napoletani, Volume Secondo, In Firenze a spese di Antonio Muzio, 1723.

 
 
 

Dell'uso delle voci antiquate

Dell'uso delle voci antiquate

Non niego io già che alle volte non si possa lasciare una voce moderna per usarne una antica più propria e significante; quando ella non sia però di quelle scabrose e rozze, che gridan: lasciami stare.
Ma ciò vuol esser fatto così di rado, e con tanta opportunità e dissimulazione, che l'orecchia dell'uditore quasi non se n'avvegga. Il che certo non è mestiere da ogni ordinario giudicio. Gli uomini dotti che in qual si voglia provincia hanno fatto fiorir le dottrine, hanno nel tempo stesso fatto fiorir le lingue. Perciocché ognun che favelli, è buono da fare una lingua nuova, s'egli si metterà in capriccio di non voler favellar come gli altri; ma una lingua tersa e pulita non è mestiere da ogni persona idiota. Che non per altro il Boccaccio, il Passavanti e 'l Petrarca sopra i loro contemporanei s'avvantaggiarono tanto, se non perchè furono più scienziati di loro, e seppero non solamente scegliere le Voci e frasi migliori dell'uso, ma perfezionarle in maniera che a tutti piacquero; come pur feciono Cicerone, Cesare e Livio, che non andaron cogliendo l'anticaglie di Nigidio e di Fabio, ma il meglio di quella età.
Direi adunque che chi preme nello stile, e nella bellezza del dire, dovesse affaticarsi in fare la scelta delle più belle voci e frasi che si favellino e scrivano al presente, e non di quelle che l'uso ha dismesse: perocché come i vestimenti antichi, benchè di grande fattura e spesa, non piacciono, ma si conservano per memoria riposti; così delle parole antiche suole avvenire, che si conservano per memoria ne' loro autori, ma non s'adoprano.

Alessandro Tassoni, Varietà di pensieri, libro IX, in "Crestomazia italiana", "Crestomaia Prosaica", di Giacomo Leopardi, Napoli 1876, pag. 529

 
 
 

La Lucciola

La Lucciola

Non ho io, diceva ad alta voce una lucciola, questo foco di dietro che risplende ? Ora che fo io qui in terra ? perchè non volo sulle sfere, a rotare questi miei nobilissimi raggi dal levante al ponente, e a formare una nuova stella fra le altre mie sorelle del cielo?

Amica, le disse un vermicello, che udì i suoi vantamenti, finchè con quel tuo splendido focherello stai fra le zanzare e le farfalle, verrai onorata; ma, se sali dove tu di', sarai nulla.

Questa favoletta ammonisca me, e molti altri.

Gasparo Gozzi, "Osservatore", parte V, in "Crestomazia italiana", "Crestomaia Prosaica", di Giacomo Leopardi, Napoli 1876, pag. 145

 
 
 

Ma chi sarò mai?!

Post n°4502 pubblicato il 11 Gennaio 2019 da valerio.sampieri
 

Ma chi sarò mai?!

Io sempre me sdrucino co' quarcuna,
nun certo pe scallà er testosterone,
così divento ancora più marpione.
Lo fò quanno c'è er sole o c'è la luna

e mica m'accontento solo d'una!
Me piace fallo ne l'intimità
'ndove nisuno ce se pò impiccià,
co' na ragazza bionna oppuro bruna,

capito si che razza de mandrillo?
La donna la spupazzo dritta e stesa:
ce l'hai presente come fai a 'n birillo?

"Preparate!" - me guarda, e se sciacquetta
e quanno co' la mano su me è scesa,
entro in azzione io: la saponetta!

Valerio Sampieri
10 gennaio 2019

 
 
 

L'Utore

Post n°4501 pubblicato il 31 Dicembre 2018 da valerio.sampieri
 

L'Utore

L'Utore de 'sti gran capolavori
è lui, è propio lui, nun ce se sbaja.
Ce sta chi scrive, sinnò s'incacaja,
ma lui declama mejo de l'attori!

Lui quinni scrive, perché così er monno
ciavrà modo de fasse 'na curtura,
potrà sentì la vita meno dura,
e vive in modo alegro e più gioconno.

Ma 'ndo lo trovi 'n antro generoso
come quer fusto che er tu' core avvorge
cor modo d'esse suo così affettuoso?

Stimola sentimenti e li ricordi,
crede che je voi bene e nun s'accorge
che leggi li versi sua ... e te li scordi!

Valerio Sampieri
27 dicembre 2018

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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