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L'ìnvido verno

Post n°4490 pubblicato il 20 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

Ho riportato nelle note alcuni termini, ma non perché ne sia ignoto il significato. Ho voluto invece stabilirne l'antichità.

L'ìnvido verno

L'ìnvido verno s'appropinqua e tace
il rousignol d'in su l'opima pianta.
Leggiadro l'ausellin, ei più non canta
e la marmotta sitibonda giace.

Similemente a la natura affranta,
con sua silenzïosa man rapace,
rende la stessa omai non più ferace
colei che del suo gelo tutto ammanta.

L'algente suo ghignante volto ostende
nell'attimo in cui tutto si scolora
e tutto ciò che brama seco apprende.

Ratta e furtiva lei pervien, laonde
onesto e giusto, uomo, vivi ognora,
prìa d'approdar a le Superne sponde.

Note:
v.1: Invido,  Petr. canz. 18. 6. (C) Ma forse altrui farebbe Invido, e me superbo l'onor tanto.
v.1: Verno. Una delle quattro stagioni dell'anno, la più fredda; Inverno. Petr. Sest. 8. part. I. (C) Ma pria fia 'l verno la stagion de' fiori, Ch'amor fiorisca in quella nobil alma. Dant. Inf. 32. Non fece al corso suo sì grosso velo Di verno la Danoia in Austerricch.
v.1: S'appropinqua, si avvicina, di appressa. D. 3. 33. (C) Ed io, ch'alfine di tutti i desii M'appropinquava. E Vit. Nuov. 25. Dimenticando quello che per appropinquarmi a tanta gentilezza m'addivenía.
v.2: Rusignol. Petr. son. 10. E 'l rusignol, che dolcemente all'ombra Tutte le notti si lamenta, e piagne. Chiabr. Egl. 3. Soave rusignol qui non s'arresta; Solo s'arresta tortora dolente.
v.2: Opima, Fertíle, Ferace. Car. En. 2. 1265. (M.) Il Tirreno Tebro con placid'onde opimi campi Di bellicosa gente impingua e riga. E 3. 1101. (Man.) Indi varcammo Del paludoso Eloro i campi opimi.
v.3: Ausellin, uccellino. Ausello si trova già in Rinaldo d'Aquino (li auselli fan sbaldore / dentro da la frondura) e, soprattutto, in Guinizzelli: Al cor gentil rempaira sempre amore / come l'aausello in selva a la verdura. In Rinaldo d'Aquino si trova anche il verso iniziale: Un oseletto che canta d'amore.
v.9: Algente. [Tommaseo]: Gatti presso Tom. Algente dice il massimo grado del freddo e della sensazione di quello. [Cam.] Algenti luoghi, disse Plinio, Algenti pruine, Stazio: e Algenti chiamò Marziale le toghe sì logore che chi le veste assidera. = Dant. Rim. 34. (C) Signor, tu sai che per lo algente freddo L'acqua diventa cristallina pietra. Petr. Son. 152. Fuoco che m'arde alla più algente bruma.
v.12: Laonde, Per la qual cosa. Dan. Par. 12. Laonde vegnon tali alla scittura, Ch'uno la fugge, e altro la coarta. Bocc. Nov. 40. tit. (C) Laonde egli scampa dalle forche. E num. 16. Laonde le femmine, più paurose divenute, levatesi, e fattesi a certe finestre, cominciarono a gridare.
v.14: Pria. Prima, ed è per lo più voce poetica. Dant. Inf. 1. (C) E dopo 'l pasto ha più fame che pria. E Purg. 5. Salsi colui, che 'nnanellata pria, Disposando, m'avea colla sua gemma. Petr. Canz. 4. 6. part. III. Non è questo 'l terren ch'i' toccai pria? Fr. Jac. Tod. 7. 25. Ed il mio vizio, e peccato Il commetto come pria.
v.14: Superno. Superiore, Di sopra, Dell'alto, Del cielo. Supernus, in Plin. e Lucan. - Dant. Par. 3. (C) Se disiassimo esser più superne, Foran discordi li nostri desiri Dal voler di colui che qui ne cerne. E 20. E quel che segue in la circonferenza Di che ragiono, per l'arco superno, Morte indugiò per vera penitenza. Petr. Son. 38. part. II. Suoi santi vestigii Tutti rivolti alla superna strada Veggio.

Valerio Sampieri
20 settembre 2018

 
 
 

Non v'ha più speme omai

Post n°4489 pubblicato il 18 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

Ecco il mio secondo tentativo di sonetto in lingua simil-settecentesca. La storia è quella di un'anima dannata, all'atto di sprofondare negli inferi.

Non v'ha più speme omai

Fantàsima sperduto nella notte,
l'angoscia che hai nell'anima tua elìci.
Anfani ed il tuo arcano tu non dici
e 'l rechi ne l'oblio che tutto inghiotte.

Dal duolo le speranze tue son rotte
e seco reca i più nefasti auspici
chi ha cancellato i giorni tuoi felici,
e ha reso vane le tue inani lotte.

Tenèbra ottunde tua residua spene
e tu ramingo e mesto t'incammini
nel baratro: più nulla omai trattiene

lo spirto tuo che luce vedrà unquanco.
Demoni avrai per sempre a te vicini:
tale è il destin de l'uom che visse manco.

Note:
v.2: Elìci, trai fuori.
v.3: Anfani, parli a vanvera.
v.8: Vane ... inani, in questo caso non sono sinonimi: inutili ... inconsistenti.
v.12: Unquanco, mai.
v.14: Uom che visse manco, uomo che ha condotto una vita malvagia.

Valerio Sampieri
17 settembre 2018

 
 
 

Gucciniiiiii !!!! Te possin'acciaccatte !!!!!!

Post n°4488 pubblicato il 17 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

Tu ascolti l'Isola non trovata, brano del 1970, e leggi che parole e musica sono di Francesco Guccini. Poi vai a leggere le poesie di Guido Gozzano e, zacche!, vedi che la zecca rossa non si è limitata a prendere spunto da una poesia dell'autore piemontese, ma la quartina iniziale l'ha bella e copiata pari pari nel parlato che introduce il brano musicale, che nel prosieguo, si discosta dal testo originale, il cui senso viene peraltro mantenuto.
Il componimento di Gozzano è suddiviso in due parti, ma qui riporto soltanto le tre quartine introduttive. Il testo completo lo si trova in un sito che riporta "Tutte le poesie di Gozzano" http://www.math.unipd.it/~candiler/gozzano/index.htm

La più bella

I.


Ma bella più di tutte l'Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s'ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma sugellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L'Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell'isola cercando... Ma l'isola non c'era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l'isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.

II.

L'isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
«...l'Isola Non-Trovata!» Il buon Canarïano
dal Picco alto di Teyde l'addita al forestiero.
La segnano le carte antiche dei corsari.
...Hifola da - trovarfi? ...Hifola pellegrina?...
È l'isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina...
Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...
S'annuncia col profumo, come una cortigiana,
l'Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...

Francesco Guccini - L'Isola Non Trovata

 

 
 
 

I Pastori

Post n°4487 pubblicato il 02 Settembre 2018 da valerio.sampieri
 

I Pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

Gabriele D'Annunzio

 
 
 

Sant'Ambrogio

Post n°4486 pubblicato il 30 Agosto 2018 da valerio.sampieri
 

Sant'Ambrogio

Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que' pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti-tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
O senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant'Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.

M'era compagno il figlio giovinetto
D'un di que' capi un po' pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d'un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi......
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l'ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt'altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
Di que' soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a' Generali,
Co' baffi di capecchio e con que' musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D'aver provato un senso di ribrezzo
Che lei non prova in grazia dell'impiego.
Sentiva un'afa, un alito di lezzo;
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell'altar maggiore.

Ma in quella che s'appresta il Sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l'altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
Come di voce che si raccomanda,
D'una gente che gema in duri stenti
E de' perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de' Lombardi miseri assetati;
Quello: O Signore, dal tetto natio,
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que' côsi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.



Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll'arte di mezzo, e col cervello
Dato all'arte, l'ubbíe si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa;
Quand'eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,

Un cantico tedesco lento lento
Per l'äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D'un suono grave, flebile, solenne,
Tal, che sempre nell'anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que' fantocci esotici di legno,
Potesse l'armonia fino a quel segno.

Sentía nell'inno la dolcezza amara
De' canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl'impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d'amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl'italici moti e degli slavi,
Strappa a' lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandre a svernar nelle Maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d'occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest'odio che mai non avvicina
Il popolo lombardo all'alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da' suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all'anima po' poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l'hanno in tasca come noi. -
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su' brava mazza di nocciuolo,
Duro e piantato lì come un piolo.

Giuseppe Giusti (1809-1850)
1846
Da: Giuseppe Giusti, Versi editi ed inediti, Firenze, Felice Le Monnier, 1852

 
 
 

Alma rubella

Post n°4485 pubblicato il 18 Agosto 2018 da valerio.sampieri
 

Vediamo come me la cavo con l'italiano del 1700 !

Alma rubella

Alma rubella che sfidando vai
la man ultrice del nume adirato,
vaghi raminga in sì pietoso stato
e 'l tuo fallar ascondere non sai.

E gente senza onor e speme ormai,
vosco vorrìa conoscer del peccato
a cui vi indusse il demone esecrato,
che reca, ne l'etterno, pene assai.

Anfani, per vallee e in sui marosi,
da perfida superbia e orgoglio spinto,
per plaghe e per anfratti tenebrosi.

Avegna che sarai giuso respinto,
onusto di rimorsi dolorosi,
ancor potrai implorar: "Signore, hai vinto!".

Valerio Sampieri
17 settembre 2018

 
 
 

All'Italia

Post n°4484 pubblicato il 05 Agosto 2018 da valerio.sampieri
 

Parafrasi e commento sono tratti dal siro Parafrasando.

All'Italia (Leopardi)

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite:
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprìr le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'onda morta;
Né le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.

PARAFRASI
L'apostrofe 'O patria mia', evoca l'esordio della celebre canzone petrarchesca (Canzoniere CXXVIII), che è il modello a cui si rifà tutta la canzone; vedo le mura di Roma, gli archi di Trionfo, le colonne, le statue e le torri dei nostri avi ma non vedo (non vedo...non vedo - Anadiplosi) la gloria non vedo l'alloro e le armi dei quali erano carichi i nostri antenati.

nuda...mostri' si riferisce all'Italia che viene personificata ( Personificazione) e sta a significare: Ora sei indifesa, mostri nuda la fronte e spoglio il petto. Aimè quante ferite, che lividi, che sangue! Ti vedo come una donna formosissima (= latinismo per esprimere bellezza e maestà)! Io chiedo al cielo e al mondo: "Dite, dite: chi l'ha ridotta in tale stato (tale)? E quel che è peggio è che ha entrambe le braccia incatenate; così che siano sparsa la chioma e senza un'elmo (senza velo = cioè spoglia d'ogni distinzione regale) siede in terra abbandonata e afflitta nascondendo la faccia tra le ginocchia, mentre piange!

Ed hai ben ragione di piangere, Italia mia, popolo nato per vincere nella buona e nell'avversa sorte (nella ...ria' = nella buona e nella cattiva sorte).
Se i tuoi occhi fossero due fonti perenni, mai il pianto potrebbe commisurarsi (Adeguarsi = commisurarsi  a, pareggiare il) alla tua sciagura e allo scempio (tuo danno ed allo scorno);
Perchè prima eri una donna, ora sei una povera serva (Donna ...ancella = donna vale per 'signora', ancella per 'schiava').

Chi scrive o parla di te, ricordando il tuo splendido passato (passato vanto), non può che dire: "Un tempo fu grande, ma ora non lo è piu?" Perchè? Perchè? Dov'è l'antica forza, dove sono le armi, il valore e la determinazione? (Dove...costanza = da notare la progressione ascendente dei  elementi perchè le armi senza il valore non servirebbero a nulla così come il valore senza la costanza non sarebbe vera grandezza.)
Chi ti strappò dal fianco la spada? (Ti discinse il brando)
Chi ti ha tradito? Quale astuzia (arte) o quale sforzo guerresco (fatica) o quale grande potenza (tanta possanza) potè (valse) spogliarti del manto e del diadema (auree bende)?

Come o quando sei caduta così in basso luogo da così tanta altezza?
Nessuno impugna le armi (pugna) per te? Non ti difende nessuno dei tuoi? Le armi, qui le armi: solo io combatterò, cadrò (Procomberò = cadere in avanti come guerriero valoroso; come annota Leopardi stesso a margine del testo) solo io.
Concedimi (dammi), o cielo, ai petti degli italiani il mio sangue come se fosse fuoco (foco = in senso metaforico: fuoco che infiammi di entusiasmo).

Dove sono i tuoi figli? Sento il suono delle armi e di carri, di voci e di tamburi (Timballi = tamburi di guerra): nelle terre straniere (Estranie contrade = accenna alle guerre combattute dagli italiani in Russia, nelle fila dell'esercito napoleonico) combattono i tuoi figli. Attendi, Italia attendi. Io vedo, o mi sembra, un ondeggiare (fluttuar) di fanti e cavalli, fumo e polvere e lo scintillare delle spade come lampi tra la nebbia.

Non ti conforta? e non hai coraggio di volgere gli occhi atterriti all'evento incerto? (Tremebondi ...evento?)

A che scopo (A che) in quei campi combattono i giovani Italiani? O dei, o dei: combattono per altre terre le armi (acciari) italiani.

Misero è colui che muore in guerra non per la propria terra (lidi) patria o per la buona moglie o per i cari figli (pia, cari: epiteti di ascendenza classica), ma per il nemico per altri popoli, e non può dire mentre muore: Cara (Alma = nel senso latino 'che dà la vita') terra natale, ecco ti restituisco la vita che mi hai donato.

Oh avventuorsi, cari e benedetti tempi antichi, quando (che = nelle quali, quando) le genti in squadre accorrevano a morire per la patria;
E voi gloriose e sempre onorate, Termopili (Tessaliche strette = delle Termopili - Leonida con un manipolo di uomini bloccò l'invasione persiana), dove il destino fu meno buono e generoso per l'impero Persiano! (franche = senza paura, coraggiose; generose = perché disposte a sacrificare la loro stessa vita.)
Io credo che i sassi, le piante, le onde e le vostre montagne, al passeggero (passeggere = al passeggero si rivolgeva l'epigrafe posta alle Termopili: 'Passeggero riferisci a Sparta che qui ci hai visti giacere, obbedendo alle sue sante leggi'), con voce misteriosa e indecifrabile (indistinta voce) narri, come (siccome) quelle schiere invitte coprirono quei luoghi con i loro corpi esanimi devoti alla Grecia (e quindi consacrati alla sua salvezza).

Allora, il codardo e feroce Serse scappò, attraverso l'Ellesponto, fatto oggetto di scherno fino alle più lontane discendenze (Fatto...nepoti); E sopra il colle d'Antela (borgo vicino al luogo dove i Greci combatterono), dove la santa schiera dei combattenti (stuolo) morendo si sottrassero alla morte (Ove...morte = ossimoro: dove sacrificando la vita conquistarono la gloria eterna), Simonide (= poeta lirico che cantò la battaglia delle Termipili) vi salì, guardando l'aria, il mare e la terra (Guardando ...suolo).

Su entrambe le guance scorrevano le lacrime, il petto affaticato, e il passo incerto, prendeva (toglieasi) in mano la lira e così cantava: fortunatissimi voi, che avete offerto il vostro petto alle armi nemiche per amore della Patria (costei) che vi diede la vita (al Sol);
Voi che la Grecia onora (cole) e il mondo ammira.

Nel pericolo delle armi quale grande trasporto d'amore hanno messo le menti dei giovani, che li condusse ad una morte immatura (acerbo fato)?

Quanto lieta, o figli, potè apparirvi la morte, che accorreste felici incontro alla morte (passo lacrimoso e duro - questa definizione dellamorte come passo lacrimoso e duro è di ascendenza petrarchesca, vedi Trionfo della Morte I, 105)?

Pareva che ognuno di voi andasse non a morire, ma a danzare o ad uno splendido pranzo:
Ma vi attendeva l'oscuro oltretomba (Tartaro = oltretomba pagano) della palude stigia (onda morta); né vi furono accanto le spose o i figli quando sull'aspro (aspro perchè campo di battaglia) terreno (lito) moriste senza baci né pianti.

Ma moriste non prima di aver causato ai persiani pene orribili (Ma ... angoscia) come un leone si avventa entro una mandria di tori (Come ...mandra; similitudine) e ad uno salta sulla schiena e vi affonda i denti lacerando le carni, ad un altro invece addenta il fianco, ad un altro la coscia, così il valore e l'ira dei greci (greci petti; similitudine) infuriavano, tra le torme (usato in senso dispregiativo dato che solitamente viene riferito non agli uomini ma agli animali) dei persiani (Tal ...virtute).

- Qui il Poeta descrive lo scompiglio nemico:
Vi sono cavalli e cavalieri caduti; vedi la fuga dei carri e le tende cadute che intralciano ai vinti la fuga, a correre tra i primi (fra primieri; esprime viltà) pallido e scarmigliato vi è il tiranno lui in persona (esso = latinismo, corrisponde a ipse, 'lui in persona');

Tutti tinti e bagnati (infusi) dal sangue dei Barbari, gli eroi greci, motivo di immenso affanno per i Persiani, a poco a poco vinti (vinti dalle piaghe = non perché vinti dalla forza degli avversari ma perché dissanguati) cadono uno sopra l'altro.

Evviva, evviva (Oh viva, oh viva):
Fortunatissimi voi fintanto che nel mondo si parlerà o si scriverà (Mentre ...scriva; finchè durerà il mondo).
Cadranno prima le stelle, precipitando in mare strappate dalla volta celeste e si spegneranno stridendo nelle profondità marine, prima che il ricordo e l'amore di voi passi o venga meno in parte (Prima ... scemi è un esempio di Adynaton, cioè di impossibilità che una cosa si realizzi).

La vostra tomba è un altare e verranno le madri che condurranno i fanciulli ad ammirare le gloriose memorie (le belle orme del vostro sangue) degli eroi. (ricorda la Cassandra dei Sepolcri che porta i giovani troiani a visitare le tombe dei re d'Ilio)
Ecco io mi inchino o beati, al suolo, e bacio il suolo e le vostre lapidi, che saranno (fien) lodate e gloriose (chiare) eternamente per tutta la terra (Dall'uno ...polo: da un polo all'altro).

Se fossi pure io sepolto con voi, e fosse ammorbidita la materna (alma latinismo sta per "che dà la vita") terra dal mio sangue.
Se il mio destino è diverso dal vostro (Se ...diverso) e non consente che per la Grecia, smetta di pensare vinto (prostrato) morendo in guerra.
Così la fama modesta (Vereconda; modesta è la fama di Simonide se confrontata a quella dei caduti alle Termopilima) del vostro padre appaia ai posteri (appo i futuri = presso i posteri) possa, volendo il destino, durare così tanto quanto durino i vostri successi.

Analisi e commento:
Decadenza della Patria. Con questa canzone (scritta nel settembre del 1818) Leopardi segna una prima insanabile frattura tra mondo antico e moderno, tra valori degli antichi e mediocrità contemporanea. Il mito della Grecia si fonda sull’esaltazione dei caduti alle Termopili in contrasto con la vicenda degli italiani morti in Russia nelle campagne napoleoniche, senza onore né gloria, al servizio dello straniero.
Si avverte il carattere diverso dell’eroismo leopardiano rispetto al Foscolo (ancora fiducioso che i tempi della riscossa nazionale non fossero lontani).
A unanime giudizio della critica la canzone leopardiana risente di una educazione neoclassica e ne risulta appesantita. Il linguaggio poetico è magniloquente e artificioso.
Metrica:
La struttura metrica denuncia chiaramente la lontananza dalla regolarità petrarchesca e l’adesione allo sperimentalismo metrico di Chiabrera, che all’inizio del ‘600 aveva disgregato il modello tradizionale, rendendolo molto più vario.

 
 
 

Eppoi?

Eppoi?

Séguita a ffà sta vita, Zzaccheria:
freghete l'orbo (1) co ste tu' donnacce:
la dimenica a mmessa nun annacce: (2)
immriàchete (3) sempre all'ostaria.

Strapazza er nome de Ggesummaria:
giuchete er core, (4) intosta a parolacce. (5)
Tu tte penzi (6) che Ccristo nun ce sia,
e llui te sta a ssegnà ttutte le cacce. (7)

Va', ccontinuva a vvive (7a) in ner peccato,
fra ccarte e ddonne, fra bestemmie e vvino:
ma ar capezzale (8) quer ch'è stato è stato.

C'è ppoco ar bervedé, (9) ssor figurino;
e cquanno Cristo er culo l'ha vvortato (10)
vall'a rripijja allora p'er cudino. (11)

Note:
1 Fregarsi l'orbo: darsi alla cieca alle carnalità.
2 Non andarci.
3 Ubbriàcati.
4 Giuòcati tutto.
5 Rincara con parolacce; ostinati a dir parolacce oscene e empie.
6 Ti pensi: ti vai figurando.
7 Segnar le cacce: notare i falli. Metafora presa dal giuoco di palla.
7a Vivere.
8 Al punto di morte.
9 Al belveder c'è poco: è vicino il successo. Belvedere è una parte del Vaticano.
10 Voltare il culo, le spalle.
11 Vallo a ripigliare allora pel codinio: richiamalo indietro, se puoi.

Giuseppe Gioachino Belli
Roma, 20 novembre 1831 - Der medemo
(Sonetto 245)

 
 
 

La vecchietta

Post n°4482 pubblicato il 21 Luglio 2018 da valerio.sampieri
 

La vecchietta

Me ricordo che era quasi Natale
Er periodo della lotteria
E nell'attesa che partorisse la Vergine Maria
Facevo l'urtime spese ar centro commerciale

Ecco che allora giunto alla cassa
Me ritrovai terzo in coda
Davanti a tutti na signora in tiro all'urtima  moda
Dopo de lei na vecchietta trasandata bassa  bassa

Mentre appoggiavo la merce sur bancone
La cassiera sventolava l'urtimi bijetti
La Signorotta che se li voleva comprà tutti
Desistette e se prese solo mezza confezione

Ora tocca alla povera vecchietta
Che coll'occhi languidi guarda quei fojetti
Certo manco la sfiora er pensiero de comprasseli tutti
Mentre na voce je dice dai signò che aspetta

Lo vede ne so rimasti pochi
Nun se faccia sfuggì st'occasione
E se nun vince oggi er 6 gennaio c'è l'estrazione
Dartronde lo sa puoi vince solo se giochi

E si bella mia tu c'hai ragione
Ma cinque euro so tanti
È lungo er mese quanno devi tirà avanti
Pe' chi come me vive de' pensione

Fu più forte de me e nun resistetti
E cosi guardando la vecchietta
Je dico Daje ne scelga uno che aspetta
Mentre me faccio passà dalla cassiera quei bijetti

Nun se preoccupi der costo
Se nun vince gnente lo pago io
Je lo dico come se je fossi fiò
Lei s'empegni a sceje quello giusto

Fu così che gratta gratta
S'era formato n'capannello
E giunti proprio sur più bello
La cassiera pare da de matta

Ha vinto ha vinto
Ha trovato i 500 euro
E quanno già pensavo de dove chiamà la neuro
Guardanno quer fojetto ne fui convinto

Che bello vede la gente nell'esurtanza
Pareva come se avessero vinto tutti
Tale e quale a capodanno mancavano solo i botti
Mentre la vecchietta riscoteva all'accoglienza

Me disse nì famo a metà
Nun fosse stato pe te n'avrei giocato
Me la guardai co le lacrime emozionato
Je dissi a Nò che stai a scherzà

A me er regalo me l'hai già fatto
Ed è quello de vedette cosi felice
Godite ste feste in santa pace
Con chi te vo bene con tanto affetto

Me sentii abbraccià stretto stretto
Non so da n'do tirasse fori tanta energia
Le chiesi se volesse esse ancompagnata via
Me confessò de essersi "scordata" quarcosa...
e de volesse fa n'antro giretto..

Paolo Ferraro
18 luglio 2018

 
 
 

Er ceco

Post n°4481 pubblicato il 16 Luglio 2018 da valerio.sampieri
 

Er ceco

IV


Da cinque mesi, ar posto der lumino
che s'accenneva pe' l'avemmaria,
cianno schiaffato (1) un lume d'osteria
cór trasparente che c'è scritto: Vino.

Ma er ceco crede sempre che ce sia
er Cristo, l'Angeletto e l'artarino,
e ner passà se ferma, fa un inchino,
recita un paternostro e riva via...

L'ostessa, che spessissimo ce ride,
je vorebbe avvisà che nun c'è gnente:
ma quanno è ar dunque nun se sa decide.

- In fonno, - pensa - quann'un omo prega
Iddio lo pô sentì direttamente
senza guardà la mostra de (2) bottega.

Note:
1 I. Messo.
2 L'insegna della.

Trilussa
Trilussa tutte le poesie, a cura di Pietro Pancrazi Note di Luigi Huetter, con 32 illustrazioni dell'Autore e 3 facsimili, Arnoldo Mondadori Editore, V Edizione: settembre 1954, pag. 433

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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