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Faccia tosta

Post n°4545 pubblicato il 08 Novembre 2020 da valerio.sampieri
 

Francesco Mastriani è stato uno "scrittore, giornalista, drammaturgo e commediografo. Figlio di Filippo, ingegnere, e Teresa Cava (che di Filippo era cugina), nasce a Napoli il 23 novembre 1819 e vi morirà il 5 novembre 1891. Sposa nel 1844 la cugina Concetta, figlia del cugino Raffaele Mastriani. Autore di oltre cento romanzi, tra i quali il celeberrimo "La cieca di Sorrento", che ne consacrò la fama di romanziere di appendice (per cui si veda N. Ciampaglia, "La cieca di Sorrento" e la scrittura narrativa di Francesco Mastriani: primi sondaggi linguistici, in Linguistica e Letteratura, XXXVII, 1-2, 2012, pp. 183-267). Terzo di sette figli: Giuseppe, Ferdinando, Giovanni, Raffaele, Marianna, Rachele". (Fonte: http://ceod.unistrasi.it/integrale.cgi).

La sua lettera ad un non meglio identificato Professore costituisce un preclaro esempio di faccia tosta, dote della quale il Mastriani sembra essere stato doviziosamente munito, dato che il sito sopra menzionato "segnala infine l'esistenza di una lettera indirizzata dallo scrittore al sindaco di Napoli, con istanza per un momentaneo sussidio, datata 4 settembre 1866; in origine in vendita nello studio bibliografico Casella di Napoli, ora è stata acquistata dal prof. Francesco Guardiani (Università di Toronto)".

Napoli 16 giugno 1881
Gentilissimo Sig. Professore
Le parrà strano che, conoscendola io appena per una gentile visita da Lei fattami, prenda sì enorme licenza di scriverle la presente per chiederle un grandissimo favore. Ma sono così rari oggidì gli uomini che a somma coltura della mente accoppiano sentimenti gentili e nobili, che io non so resistere alla ispirazione che mi sorge nell'animo di fare assegnamento sul suo cuore in uno di que' momenti d'imbarazzo che non sono rari nella vita de' letterati onesti.
La storia della mia vita è una ben trista elegia, ragguardevole signor Professore. Sfogai spesso ne' miei libri la piena de' miei affanni. Doloroso è il calvario a cui è condannato lo scrittore che non vende l'anima sua e la sua penna alla vile cortigiania. Scrissi sempre con Dio nella mente e nel cuore: dissi amare e terribili verità a' grandi e a' potenti; inde ira!
Vivo povera e stentata vita col tenue frutto de' miei lavori; al che si aggiunge oggidì una cronica infermità che mi toglie anche i piccoli proventi che ricavavo dalle mie private lezioni; onde io mi trovo di presente nelle maggiori angustie e pressure, dalle quali non saprei come uscire. Ho scritto e fatto parlare per me al ministro della Pubblica Istruzione; ma la Minerva è sorda alle preci de' mortali. La somma di un Duecento lire mi trarrebbe dal momentaneo imbarazzo in cui mi veggo. Abusando la squisita cortesia di Lei, ardisco pregarla di farsi interprete di questo mio impellente bisogno appo qualcuno de' suoi più agiati compaesani per ottenermi la cennata sommetta. Ella mi assicurò della benevoglienza di che mi onorano cotesti carissimi calabresi; ed io sono sicuro che vorranno darmi questa prova dell'affettuosa loro stima.
Non intendo per altro che di questa sommetta di lire Duecento mi si faccia un dono. La gentile persona che di tanto favore mi farà grato dovrà contentarsi bensì che la cennata sommetta di lire Duecento Le venga da me rimborsata a lire venti al mese, cominciando il disconto dalla fine del prossimo entrante mese di luglio. Onestissimo, come mi pregio di essere, non voglio promettere che quel tanto che sono sicuro di attenere.
Non dimenticherò un tal favore per tutta la mia vita; e la mia stima pe' generosi figliuoli delle Calabrie si accrescerà del doppio.
Ella, signor Professore, faccia in modo che il merito delle opportunità si aggiunga al beneficio, procurando che questo mi arrivi al più presto possibile con lettera assicurata o con vaglia postale al mio indirizzo Vico Fonseca n. 24
Perdoni, egregio Sig. Professore, tanta licenza che mi son presa; e, pregandola di far gradire i miei ossequi a cotesti suoi carissimi compaesani, e i miei anticipati ringraziamenti alla gentil persona che mi favorirà, e di cui ella si compiacerà scrivermi il riverito nome acciocché io possa esprimerle i miei sentimenti di gratitudine, mi raffermo con istima ed osservanza.
Di Lei devotissimo
Prof. Francesco Mastriani

 
 
 

Lettera di Ferdinando Martini ad Amalia Flarer Depretis

Post n°4544 pubblicato il 28 Ottobre 2020 da valerio.sampieri
 

Lettera di Ferdinando Martini ad Amalia Flarer Depretis

Paris, le 25 Sett.e 1886.
Mia signora,
dirigo questa a Stradella: suppongo ch'Ella abbia già lasciato Bellagio, fors'anche costretta dalla stagione, se dal lago spiravano le aure glaciali che ho sofferte ne' giorni passati a Londra; donde torno oggi, passante stanco e distratto, per essere fra due giorni a Monsummano.
Stanco e distratto non sono due parole vane: neanche i viaggi mi allettano più; strascicare a Roma o a Parigi una malinconia cupa che ha fatto in pochi mesi e fa ogni giorno progressi enormi, è tutt'uno. Viaggiando vi s'aggiunge uno sgomento nel paragone che io fo, in molte cose, del mio paese cogli altri. È proprio così: c'è un popolo solo che sappia stare in casa: gl'inglesi: c'è un popolo solo che sappia stare fuori di casa: i francesi. Noi non sappiamo stare né in casa né fuori.
Non il comfort del più modesto fra i cottages; non la gaiezza spensierata ma viva di una via, di una festa di Parigi. E meno male se le differenze si restringessero alla vita materiale. Ma la intellettuale! - Basta: non voglio affliggere lei pure colle dimostrazioni per me patenti della nostra inferiorità.
Il cielo è più bello in Italia: ci sono gli aranci noti oramai a tutte le Mignons dell'universo ci sono i quadri del Mantegna e le statue di Michelangelo. E, a chi piace, c'è anche S. Pietro. Questo deve essere sufficiente: un popolo che ha fatte tante cose ha diritto di riposarsi.
Ma io veggo di qui il suo sorriso tra benigno ed ironico: un sorriso che significa questo presso a poco: che male rimprovera altrui la inoperosità chi non fa nulla. Indovino?
Ha ragione: ma porto meco un sacco di buoni propositi e mi pare, un taccuino pieno di buone idee. E farò subito.
Nondimeno, senza esagerar la modestia si può assicurare che non sarà il mio libro che colmerà la distanza ond'è separata la vita nostra intellettuale da quella dell'Inghilterra e, checché se ne dica, della Francia istessa.
E Lei che cosa ha fatto? Bellagio l'ha così divertita da farle parere anche meno desiderabile il soggiorno di Stradella? E a Roma quando ritorna? E il piede dell'on. Presidente è guarito? Tante cose ch'io vorrei sapere: ma i giornali italiani non ebbi modo di vedere: i francesi che erano ricchissimi di notizie durante il soggiorno di Contréxeville non hanno fiatato su quel di Bellagio.
Comunque sia spero di poterle stringere presto la mano: mai come questa volta son tornato volentieri a casa: e il giorno in cui scenderò alla modesta stazione di Pieve-Monsummano sarò aux anges.. come un Senatore che vada all'Apollo in bella e buona compagnia.-
La prego dei miei saluti all'on. Depretis: Ella mi lasci attestare a Lei i miei sentimenti migliori e mi abbia sempre per
dev.o aff. suo
Martini

Ferdinando Martini
Nasce a Firenze nel 1841 da Vincenzo Martini e da Marianna dei marchesi Gerini. Dopo due brevi esperienze nell''insegnamento medio a Vercelli e a Pisa, comincia a dedicarsi al giornalismo e, entrato in politica, nel 1876 viene eletto deputato in seguito alla vittoria della sinistra. Rimane in Parlamento per quarantacinque anni di seguito. Tra gli incarichi da lui ricoperti quelli di Segretario Generale (1884-1892) e poi Ministro (1892-1893) della Pubblica Istruzione, quello di Commissario Civile della Colonia Eritrea (1897-1900), quello di Ministro delle Colonie (1915-16). Nel 1923 è nominato Senatore e nel 1927 Ministro di Stato. Come letterato riscuote un buon successo con i suoi proverbi drammatici ed esercita un'intensa attività di critico teatrale e promotore culturale. Al suo nome sono legate importanti riviste come "Il Fanfulla della Domenica" e la "Domenica letteraria". Muore a Monsummano nel 1928.

Amalia Flarer Depretis
Nasce a Pavia nel 1847 da Francesco Flarer, illustre oculista, e da Rosa Pessina. A ventitré anni diventa moglie dell''ingegner Enrico Grassi, dal quale ha una figlia, Bice. Rimasta vedova, nel 1876 sposa Agostino Depretis, già suo tutore, e da lui ha un altro figlio, Agostino. Divenuta la moglie del Presidente del Consiglio, si segnala come "donna salottiera": nella casa di Via Nazionale 75 si riuniscono quotidianamente gli uomini politici vicini al Depretis, che donna Amalia continuerà a ricevere anche dopo la morte del marito. Le lettere dei corrispondenti ne testimoniano la raffinata cultura, specialmente letteraria (tra gli altri, Carlo Dossi e Ferdinando Martini sottopongono alla sua supervisione alcuni loro scritti). Muore a Stradella nel 1922.

Fonte: http://ceod.unistrasi.it/integrale.cgi

 
 
 

Per i 70 anni dei nati nel 1950

Post n°4543 pubblicato il 13 Ottobre 2020 da valerio.sampieri
 

Per i 70 anni dei nati nel 1950

Friedrich von Flotow (1812-1883)
Martha, Atto III, "M'appari tutt'amor"
Libretto di Wilhem Friedrich Riese (1807-1879)
Tenore Giuseppe Di Stefano (1921-2008)

https://www.youtube.com/watch?v=S029M3VJU3I



M'appari tutt'amor,
Il mio sguardo l'incontrò;
Bella sì che il mio cor,
Ansioso a lei volò;
Mi ferì, m'invaghì
Quell'angelica beltà,
Sculta in cor dall'amor
Cancellarsi non potrà:
Il pensier di poter
Palpitar con lei d'amor,
Può sopir il martir
Che m'affana e stranzia il cor
e stranzia il cor.
M'appari tutt'amor,
Il mio sguardo l'incontrò;
Bella sì che il mio cor
Ansioso a lei volò.
Marta, Marta tu sparisti
E il mio cor col tuo n'andò!
Tu la pace mi rapisti,
Di dolor io morirò.

 
 
 

Folcacchiero de' Folcacchieri

Folcacchiero de' Folcacchieri. Cavaliere sanese. Padre di Ranieri, genitore di Meo, detto l' Abbagliato, di cui fece menzione Dante nell'Inferno Cant. XXIX. Fiorì circa il 1200.

Tutto lo mondo vive sanza guerra,
Ed io pace non posso aver neente.
O Deo come faraggio!
O Deo come sostenemi la terra!
E par ch'io viva in noia della gente:
Ogni uomo m'è selvaggio:
Non pajono li fiori
Per me com' già soleano,
E gli augei per amori
Dolci versi faceano agli albori.

E quando veggio gli altri cavalieri
Arme portare, e d'amore parlando,
Ed io tutto mi doglio,
Solazzo m'è tornato in pensieri.
La gente mi riguardono, parlando
S'io sono quello, che esser soglio.
Non so ciò ch'io mi sia
Nè so perchè m' avvene
Forte la vita mia;
Tornata m'è lo bene in dolori.

Ben credo ch'eo finisco, e n'ho 'ncomenza,
E lo mio male non poria contare
Né le pene ch'eo sento.
Li drappi di vestir non mi s'agienza
Nè bono non mi sa lo manicare.
Cosi vivo in tormento,
Né so onde fuggire,
Né a cui m'accomandare:
Convenemi soffrire
Tutte le pene amare in dolzori.

Eo credo bene che l'amore sia;
Altro Deo non m'ha già a giudicare
Così crudelmente.
Ché l'Amor è di tale signoria
Che le due parti a se vuole tirare,
E 'l terzo è della gente.
Dio per ben servire,
S'io ragione trovasse,
Non doveria fallire
A lui così ch'i' amasse per cori.

Dolce Madonna, poich'eo mi moraggio,
Non troverai chi s'abbia in te servire
Tutta sua volontate;
Ch'unque non volli, nè vo', nè voraggio
Se non di tutto a fare a piacere
Alla vostra amistate.
Mercè di me vi prenda,
Che non mi sfidi º amando:
Vostra grazia discenda,
Però ch'eo ardo e incendo da fori.

v.1: sanza. Senza.
v.3: faraggio. Farò.
v.10: e gli augei per amori dolci versi faceano agli albori. I fiori ed il canto degli uccelli non mi paiono quelli de tempi passati.
v.12: parlando. Parlanti.
v.14: pensieri. Affanno.
v.15: parlando. Domandando.
v.19: forte: Dura.
v.22: eo finisco, e n'ho 'ncomenza. Io già comincio a mancare.
v.25: agienza. Mi piace.
v.26: manicare. Mangiare.
v.29: m'accomandare. A tornarmi.
v.31: Tutte le pene amare in dolzori. Con gioia soffrir tutte le pene.
v.36: che le due parti a se vuole tirare. Che vuol governare corpo e anima.
v.37: della gente. Della gentile.
v.41: amasse. Amassi.
v.41: per cori. Coralmente.
v.49: mi sfidi amando. Mi disfidi come amante.

Rime antiche ossia poesie liriche italiane de' secoli XIII, XIV, XV. Scelte ed illustrate da Luigi Selliers di Moranville Amanuense dell' I.R. Biblioteca di Corte. Vienna Presso Vedova Kaulfuss, Prandel e Comp. 1845. https://books.google.it/books?id=nFtMAAAAcAAJ
1845 - Rime antiche ... 13,14,15.pdf

 
 
 

Prosopopea di Dante

Post n°4541 pubblicato il 20 Agosto 2020 da valerio.sampieri
 

Dante Alighier son, Minerva oscura
(Prosopopea di Dante)


Dante Alighier son, Minerva oscura
d'intelligenza e d'arte, nel cui ingegno
l'eleganza materna aggiunse al segno
che si tien gran miracol di natura.

L'alta mia fantasia pronta e sicura
passò il tartareo e poi 'l celeste regno,
e 'l nobil mio volume feci degno
di temporale e spirital lettura.

Fiorenza gloriosa ebbi per madre,
anzi matrigna a me pietoso figlio:
colpa di lingue scellerate e ladre.

Ravenna fummi albergo nel mio esiglio;
ed ella ha il corpo, e l'alma il sommo Padre
presso cui invidia non vince consiglio.

Giovanni Boccaccio

 
 
 

Indovinarello ... dimme chi è

Post n°4540 pubblicato il 25 Luglio 2020 da valerio.sampieri
 

Indovinarello ... dimme chi è

- Er pistareccio de li passi mia
ciài da seguì, si vòi la sarvazzione:
te traccio la risega, è 'n occasione,
così che pòi seguì la retta via! -

Ma ce pò esse mai tant'arbaggia?!
E manco se vergogna 'sto briccone,
che porta 'sto Paese a distruzzione,
che tutto quer che fà è 'na bojeria!

Dice che lui fa li dippicciemme,
perché quer ch'è da fà lo sa lui solo
e le stronzate sua sò come gemme!

Pe' dì la verità su 'sto gargante,
lo vedo bene come ciccarolo,
ma er mejo suo mestiere è er lestofante.

Note:
Tit.: pistareccio: orma [Vaccaro, Voc. Trilussiano].
v.3: riséga, solco.
v.5: arbaggìa: alterigia, presunzione, boria che deriva da una considerazione troppo alta di sé.
v.8: bojeria: furfanteria, cattiva azione.
v.12: gargante: gradasso, borioso, egoista, prepotente.
v.13: ciccarolo: miserabili i quali, soprattutto nel XIX ed all'inizio del Secolo, raccoglievano mozziconi di sigarrette per estrarne il tabacco che poi rivendevano.

Valerio Sampieri
25 luglio 2020

 
 
 

Cosa fatta capo ha

Post n°4539 pubblicato il 21 Maggio 2020 da valerio.sampieri
 

Cosa fatta capo ha

La locuzione "cosa fatta capo ha" è variamente definita nei vocabolari, ma il significato tende sostanzialmente ad indicare che, allorché qualcosa è stato definito, non si può tornare indietro, che i patti sono irrevocabili.
L'espressione è stata usata da Dante nella Divina Commedia (Inferno, XXVIII, 106-108: "gridò: «Ricordera'ti anche del Mosca, / che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta", /che fu mal seme per la gente tosca».) e trova la sua giustificazione in un fatto avvenuto nel 1216.
Il Mosca del verso 106 è Mosca Lamberti, appartenente alla famiglia che ordì la vendetta nei confronti di Buondelmonte dei Buondelmonti, il quale era venuto meno all'impegno di sposare una ragazza della famiglia Amidei.
Gli Amidei si accordarono con i Lamberti, gli Uberti ed altri, per trovare una vendetta, vendetta che fu proposta per l'appunto da Mosca Lamberti il quale, si dice, affermò il principio secondo cui "cosa fatta capo ha", ciò che è stato promesso deve essere mantenuto.
Si dice -ma probabilmente la data ha valore puramente simbolico- che l'assassinio di Buondelmonte sia avvenuto a Ponte Vecchio, nel giorno stesso fissato per le mancate nozze: la mattina di Pasqua del 1216.
Probabilmente le lotte decennali che fecero seguito all'omicidio costituirono l'origine di quelle tra Guelfi e Ghibellini.
Tale etimologia è stata fornita dal Prof. Francesco Sabatini (coautore dello splendido Vocabolario Sabatini-Coletti) una domenica di alcune settimane or sono, nel corso di una puntata del programma tv del quale il professore è ospite fisso, dispensando una serie di chicche linguistiche.

 
 
 

O Platano felice

Post n°4538 pubblicato il 26 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Oggi, dodicesimo anniversario del blog, festeggio non con un mio sonetto, ma con una anacreontica di Jacopo Vittorelli, conosciuto come il re delle anacreontiche.

O Platano felice

O Platano felice,
Ch'io stesso un dì piantai,
Bello fra quanti mai
Levano il capo al ciel;

Come sì presto, dimmi,
Le folte braccia hai stese,
Nè l'ira mai ti offese
Di turbine crudel?

Quel nome, che t'impressi
Ne la corteccia verde,
Lungi da te disperde
Il nembo struggitor.

Anch'io lo porto in seno
Scritto per man d'Amore;
Ma sento nel mio core
Fremere il nembo ognor.

Jacopo Vittorelli (Bassano del Grappa, 10 novembre 1749 - 12 giugno 1835)
I Poeti minori dell'Ottocento a cura di Ettore Janni. Classicisti e romantici. Biblioteca Universale Rizzoli, 1955, pag. 18 (Anacreontiche a Irene).

Anacreontica: Odicina, o canzonetta, ad imitazione dello pseudo-Anacreonte: il titolo, a denotare uno speciale componimento, si divulgò nel Settecento in seguito alle Anacreontiche di Iacopo Vittorelli: v. anacreonte; fortuna postclassica (Enciclopedia Italiana Treccani online).

 
 
 

Zinne, pelo e fregna, só' la dote de Carpegna

Post n°4537 pubblicato il 23 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Un antico detto romano recita: "Zinne, pelo e fregna, só' la dote de Carpegna". Vediamo di scoprire perché.

Il sonetto "La donna liticata" di Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 21 dicembre 1832 - Der medemo) termina con la terzina:

E accusì in dua se litica una freggna
che pper èsse arimasta senza peli
nun dà mmanco la dota de Carpeggna.

Belli chiosa in nota: "Dicesi in Roma, non so il perché: Peli e fregna son la dote di Carpegna. Carpegna è nome tanto di una terra, quanto di una nobile famiglia che vi ebbe giurisdizione feudale."

La famiglia Carpegna si trasferì a Roma nel 1500, ma sotto il pontificato di Pio VII, dopo un lungo periodo di decadimento, fu espropriata di ogni suo bene.

All'epoca ogni famiglia doveva costituire per ogni figlia una cospicua dote, pena lo "zitellaggio" perpetuo. Però, data l'estrema indigenza nella quale la famiglia era caduta, essa non poteva offrire al nubendo altra dote che quelle "proprie della figlia", di cui al detto.

Per inciso, il pontefice Pio VII (al secolo Gregorio Chiaramonti, nato a Cesena il 14 agosto 1742, morto in Roma il 20 agosto 1823), Papa dal 1800 alla morte, è quello sotto il cui pontificato si svolgeva la trama del film il Marchese del Grillo. Si tratta, peraltro, di un falso storico, dato che Onofrio del Grillo, nato a Fabriano il 5 maggio 1714, morì il 6 gennaio 1787, allorché Pio VII non era ancora papa.

 
 
 

San Giuseppe Frittellaro

Post n°4536 pubblicato il 18 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

A Roma Sng Giuseppe non è soltanto falegname, ma è anche "er frittellaro", secondo una tradizione romana (tradizione ormai perduta).
Un preghiera in merito è stata scritta 70 anni fa da Checco Durante, famoso attore che fu anche poeta.

San Giuseppe Frittellaro

San Giuseppe frittellaro
tanto bbono e ttanto caro,
tu cche ssei così ppotente
da ajutà la pora ggente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza:

fa sparì dda su la tera
chi ddesidera la guera.

Fa vvenì l’era bbeata
che la ggente affratellata
da la pace e dar llavoro
non ze scannino tra lloro.

Fa ch'er popolo italiano
ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina
senza ceci né saggina.

Fa cche ccalino le tasse
e la luce, er tranve e'r gasse;
che ar ttelefono er gettone
nu' lo mettano un mijone,
che a ppotè legge er ggiornale
nun ce serva 'n capitale.

Fa che tutto a Campidojo
vadi liscio come ll’ojo:
che a li ricchi troppo ingordi
je se levino li sordi
pe’ ccurà quer gran mmalato
che sarebbe l’impiegato,
che così l’avrebbe vinta
p'allargasse'n po’ la cinta.
Mo quer povero infelice
fa la cura dell’alice
e la panza è ttanto fina
che se ’ncolla co’ la schina.

O mmio caro San Giuseppe
famme fa 'n ber par de peppe (scarpe),
ma fa ppure che er pecione (carzolaro)
nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti
doppo 'n mese che li metti
te li trovi co li spacchi
ssenza sola e ssenza tacchi.

E fa ppure che'r norcino
er zalame e er cotichino
ce lo facci onestamente
cor maiale solamente
che ssinnò lì drento c’è
tutta l’arca de Noè.

Manna er ffreddo e mmanna er zole,
tutto quello che cce vole
pe’ ffa bbene a la campagna
che ssinnò qqua nun ze magna.

Manna l’acqua che ricrea
che sinnò la Sora ACEA
ogni vorta che nun piove
se’mpressiona e ffa le prove
pe’ ppoté facce annà a lletto
cor lumino e'r mmoccoletto.

O ggran santo bbenedetto
fa che ognuno ciabbia un tetto,
la lumaca affortunata
cià la casa assicurata
cha la porta sempre appresso…
fa ppe’ noi puro lo stesso:
facce cresce su la schina
una cammera e ccucina.

Fa che l’oste, bbontà ssua,
pe’ fa er vino addopri l’uva,
che ssinnò, quanno lo bbevi,
manni ggiù l’acqua de Trevi.
Così er vino fatto bbene
fa scordà tutte le pene
e tte mette l’allegria.
Grazie tante….
…………..Accusì ssia !!!!!!

Checco Durante
1950

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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