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Rime inedite del Cinquecento (di vari autori)
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La borbottona

Post n°4564 pubblicato il 26 Ottobre 2022 da valerio.sampieri
 

La borbottona

Furono già non è molto tempo due giovani, maschio e femmina, i quali s'amavano affettuosamente, e parea loro di non poter vivere l'uno senza l'altro. Di che patteggiando onestamente divennero marito e moglie. Ne' primi giorni ogni cosa fu pace e amore: ma come si fa che gli uomini e le donne tengono sempre nascosta qualche cosellina quando sono innamorati, che si manifesta poi con la pratica del matrimonio, il quale fa conoscere le magagne dell'una parte e dall'altra, avvenne che la donna, la quale bellissima era, si scoperse di tal condizione che d'ogni leggera cosetta borbottava sempre, e avea una lingua serpentina che toccava le midolle. Amavala il marito con tutto l'animo; ma dal lato suo essendo piuttosto collerico, ora si divorava dentro, e talora gli uscivano di bocca cose che gli dispiaceva d'averle dette.
Per liberarsi in parte dell'affanno, incominciò a darsi al bere, e uscito di casa con le compagnie degli amici, n'andava qua e colà, e assaggiando varie qualità di vini, ritornava la sera a casa con due occhiacci, che parea una civetta, e a pena potea favellare. Immagini ognuno la grata accoglienza che gli facea la moglie; la quale non sì tosto sentiva la chiave voltarsi nella serratura, che andata in capo della Scala col gozzo di villanie ripieno, lasciava andare un'ondata d'ingiurie che lo coprivano da capo a' piedi.
Egli mezzo assordato, e strano pel vino che avea in testa, le diceva altrettanto con una favella mezza mozza; e poi si metteva a dormire. Finalmente andò tanto innanzi la faccenda, che poco si vedeano più, perché il marito stava da sé solo anche la notte, e talvolta anche più non veniva a casa, ma dormiva alla taverna.
La donna disperata di quest'ultima vendetta, andò ad una buona femmina che facea professione di bacchettona, e le chiese consiglio. Questa, per abbreviarla, le diede una cert'ampolla d'acqua limpidissima, ch'ella dicea d'avere avuta da un pellegrino venuto d'oltremare, di grandissima virtù, e le disse che quando il marito suo venisse a casa, se l'empiesse incontanente la bocca, e si guardasse molto bene d'inghiottirla o sputarla fuori, ma la tenesse ben salda; e tale sperienza facesse più volte, e poi le rendesse conto della riuscita. La donna presa l'ampolla, e ringraziatala cordialmente se n'andò a casa sua, e attendeva il marito per far prova della mirabile acqua che a lei era stata data. Ed ecco che il marito picchia, ed ella empiutasi la bocca va ad aprire. Sale il marito, mezzo timoroso dell'usata canzone, e si maraviglia di trovarla cheta com'olio; dice due parole, ed ella niente. Il marito le domanda, che è ed ella gli fa atti cortesi e buon occhio, e zitto. Il marito si rallegra; ella dice fra sé: ecco l'effetto dell'acqua; e si consola. La pace fu fatta. Durò l'acqua più dì, e sempre vi fu un'armonia che pareano due colombe. Il marito non usciva di casa, tutto era consolazione. Ma venuta meno l'acqua dell'ampolla, eccoti di nuovo in campo la zuffa. La donna ricorre alla bacchettona di nuovo: e quella dice: oimè, rotto è il vaso, dove tenea l'acqua! Che s'ha a fare? risponde l'altra. Tenete, risponde la bacchettona, la bocca come se voi aveste l'acqua dentro, e vedrete che vi riuscirà a quel medesimo.
Non so se la novella sia al proposito; ma fate sperienza. Ogni sorta d'acqua credo che vaglia, e sentite che anche senza acqua si può fare il segreto.

Gasparo Gozzi

 
 
 

Quarantadu' anni

Post n°4563 pubblicato il 15 Settembre 2022 da valerio.sampieri
 

Quarantadu' anni

Gesù, Patrì, te rènni conto l'anni?
Quarant'e dua, ammazza si sò tanti!
Li festeggiamo insieme a tutti quanti...
però nun se po' fà che spenni e spanni!

L'avemo fatti insieme un po' de danni,
davero, l'ho da dì, nun ce sò santi,
ma nun ce resta né astio, né rimpianti:
nun dimo gnente, abbasta nu' m'accanni.

Perché te scrivo mo? Stamo a settemmre
e er nostro anniversario è assai lontano:
ce sò più de tre mesi pe' dicemmre.

Nu' scrivo pe' paura che me scordo:
che io ciarivo vivo è un po' un arcano,
te faccio sapé, mò, che m'aricordo!

Me dichi che sò 'n tordo?
Famo finta ch'ho detto 'na scemenza,
intanto gòdo de la tua presenza.

Note:
Tit.: 27 dicembre 2022, anniversario di matrimonio.
v.4: spenni e spanni; spendi e spandi.
v.8: abbasta nu' m'accanni, basta che non mi lasci.
v.15: tordo; ingenuo, sempliciotto.

Valerio Sampieri
15 settembre 2022

 
 
 

Le Filippiche

Post n°4562 pubblicato il 21 Giugno 2022 da valerio.sampieri
 

Secondo voi, leggendo il brano riportato qui sotto, è cambiato qualcosa negli ultimi 400 anni?
"E fino a che segno sopporteremo noi, o prencipi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall'alterigia e dal fasto de' popoli stranieri, che, imbarbariti da costumi affricani e moreschi, hanno la cortesia per viltá? Parlo ai prencipi ed ai cavalieri; ché ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia pungente stimolo di valore e di onore, né solleva il pensiero piú alto, che a pascersi giorno per giorno, senza aver cura se mena la vita a stento, come gli animali senza ragione, nati per faticare. Ma negli animi nobili non credo che sieno ancora svaniti affatto quelli spiriti generosi, che giá dominorno il mondo, benché i nostri nemici gli abbiano con gli artifici loro quasi tutti infettati di non meno empi che servili pensieri; empi e servili, dico: imperoché l'accettar promesse di previsioni e croci e titoli vani, per dovere ad arbitrio loro impugnar l'armi contra la propria nazione, non si può scusar d'empietá; né sono cotesti, segni o fregi d'onore; ma vili premi di servitú patteggiata.
Tutte l'altre nazioni, quante n'ha il mondo, non hanno cosa piú cara della lor patria, scordandosi l'odio e l'inimicizie che regnano fra loro, per unirsi a difenderla contro gl'insulti stranieri; anzi i cani, i lupi, i leoni dell'istessa contrada, del medesimo bosco, della foresta medesima, si congiungono insieme per la difesa comune; e noi soli italiani, diversi da tutti gli altri uomini, da tutti gli altri animali, abbandoniamo il vicino, abbandoniamo l'amico, abbandoniamo la patria, per unirci con gli stranieri nemici nostri! Fatale infelicità d'Italia, che dopo aver perduto l'imperio, abbiamo parimenti perduto il viver politico; e senza riguardo di legge umana o divina, abbiamo in costume di abbandonare i nostri e aderire all'armi straniere per seguitar la fortuna del piú potente; sì che se il Turco medesimo passasse (che Dio nol voglia) in Italia armato, in cambio di unirci tutti contra di lui, ci troverebbe in gran parte seguaci suoi. Cosí è cresciuta la viltá e la dappocaggine in noi, che siamo piú avidi di soggettarci, che non sono i nemici nostri di riceverne in soggezione; e ci rallegriamo d'essere comandati da coloro, che giá solevano gloriarsi d'essere nostri vassalli.
Io non favello a quelli infelici popoli o prencipi, i quali col mal governo loro furno giá i primi a tirarsi addosso questa ruina; imperoché il lor male giá si è convertito in natura; e sono sforzati, quando anco ciò non fosse, di accomodarsi al tempo; ma parlo a' sani e incontaminati dalla superba tirannide, che tutti biasimano e tutti adorano, chi per timore, chi per ambizione, chi per avarizia, e corrono a truppe nell'esercito regio per venturieri, non s'accorgendo i miseri, che tanto le minacce quanto le promesse, che di lá vengono, sono larve notturne che spariscono al tocco".

Alessandro Tassoni (Modena, 28 settembre 1565 - Modena, 25 aprile 1635)
Da: Le Filippiche (1614). Incipit della Filippica Prima.

 

 
 
 

Pitigrilli

Post n°4561 pubblicato il 10 Giugno 2022 da valerio.sampieri
 

Trascrivo alcune definizioni ed aforismi (mo faccio l'istruito e li chiamo "apoftegmi")) di Dino Segre, scrittore noto con lo pseudonimo di Pitigrilli (1893-1975)
"Non capisco niente di politica. Qualche volta leggo l'articolo di fondo del mio giornale per sapere come la pensa il mio direttore, e quindi quale deve essere la mia sincera e spontanea convinzione politica."
"Augelli: un genere di uccelli conosciuto solo dai poeti, che non mangiano, non bevono, non cacano, e cantano tutto il giorno e la notte."
"Etilismo: crisi di etilismo si chiamano le sbornie dei ricchi."
"Menopausa: periodo di follia nella donna, che in certi casi conduce al manicomio il marito."
"Riconoscenza: sentimento di colui il quale ha ancora qualche cosa da chiedere."
"Sciolto: al maschile si dice dei versi non legati da rima (versi sciolti), e al femminile è sinonimo di diarrea, ma la differenza è minima."
"Signore a tariffa fissa (cocottes) e a tariffa variabile (donne oneste)."
"La miglior vendetta contro le donne che vogliono farsi credere virtuose è credere senz'altro alla loro virtù."
"I letterati hanno orrore delle ripetizioni come le signore considerano degradante indossare due volte di seguito lo stesso vestito."
"Prefazione: quella cosa che l'autore scrive dopo, l'editore pubblica prima, e il lettore non legge né prima né dopo."
"Ermetici: nome che danno a se stessi certi poeti i cui libri rimangono ermeticamente chiusi perché nessuno li compera, e se qualcuno li compera si guarda bene dall'aprirli."
"La medicina è l'arte di accompagnare con parole greche all'estrema dimora."
"Una volta era la terra a coprire gli errori dei medici e ora sono gli errori dei medici a coprire tutta la terra."
"Gentleman: un signore che sa quando la moglie compie gli anni, ma ignora quanti ne compia."
"Le pretese opinioni della moltitudine si riducono alla voluttà di gridare abbasso, di gridare evviva, di gridare qualche cosa, di gridare."

 
 
 

Donna, che tanto al mio bel Sol piacesti

Post n°4560 pubblicato il 25 Febbraio 2022 da valerio.sampieri
 

Il volume "Scelta di sonetti con varie critiche osservazioni", di Teobaldo Ceva (G. Gnoato, 1822) riporta a pag. 251 un sonetto di Faustina Maratti Zappi, corredato da un commento che ritengo interessante trascrivere. L'avvocato Giambattista Felice Zappi, marito di Faustina, donna molto bella anche per gli attuali canoni estetici, non fu certo celebre per la sua fedeltà alla moglie, la cui vita fu alquanto travagliata soprattutto per la morte di un figlio in tenerissima età. Faustina Maratti Zappi (Roma, 1679-1745) è giustamente considerata una delle principali poetesse italiane dei secoli passati

Donna, che tanto al mio bel Sol piacesti,
Ch'ancor de'pregi tuoi parla sovente,
Lodando ora il bel crine, ora il ridente
Tuo labbro ed ora i saggi detti onesti;

Dimmi, quando le Voci a lui volgesti,
Tacque egli mai com'uom che nulla sente,
O le turbate luci alteramente,
Come a me volge, a te volger vedesti?

De'tuoi bei lumi alle due chiare faci
Io so ch'egli arse un tempo, e so che allora ...
Ma tu declini al suol gli occhi vivaci.

Veggo il rossor che le tue guance infiora,
Parla, rispondi; ah non risponder, taci,
Taci, se mi vuoi dir, ch'ei t'ama ancora.

Un poco di gelosia fa all'amor maritale, come altri disse, ciò che un moderato vento alla fiamma, che la fa crescere e l'avvalora quando pare che l'affatichi. Eccone la prova in questo Sonetto, nel quale a perfezione s'imita il costume d'una donna gelosa. La reticenza della prima Terzina che cosa non dice? Quel tumulto d'affetti, che s'osserva nella seconda, dà a tutto il componimento una mirabil vernice, che il fa spiccare fra i belli. I quattro che sieguono possono andar del pari ai più vaghi epigrammi ch' abbiano i Greci e i Latini. I fatti ci sono vivamente descritti, i concetti sono giusti, e spirano novità e maraviglia; ma questa novità e maraviglia d'altronde lor non proviene, che dall'essersi l'Autrice ben internata a considerare le qualità de' soggetti, gli aggiunti, le circostanze, le quali cose ben pensate diedero poscia alla sua fantasia la libertà di pensare e di raziocinare con tanto fondamento e vivezza, e la daranno senza dubbio a chiunque ancora a somiglianti materia vorrà dar mano, e sopra d'essa concettizzar.

 
 
 

Cecco Angiolieri

Post n°4559 pubblicato il 06 Gennaio 2022 da valerio.sampieri
 

Malgrado esistano almeno una trentina di pubblicazioni che riguardano Cecco Angiolieri, mi sembra che ancora non sia stata scritta una parola definitiva sul personaggio, la cui opera poetica è stata, per la prima volta nel 1904, pubblicata integralmente (almeno tale era il giudizio dell'autore) da Aldo Massera, il quale nel giro di un paio d'anni, aggiornò "il corpus Angiolieri", portandolo a ben 150 sonetti, molti dei quali erano in realtà attribuibili -e sono stati attribuiti in seguito- ad altri autori. Ad oggi la consistenza del corpus, malgrado siano stati nel frattempo svolti altri lavori sul tema, è fermo alla stima, operata da Gigi Cavalli (Cecco Angiolieri, Rime, a cura di Gigi Cavalli, Milano, Rizzoli, 1959; nuova edizione nel 1979) e da Antonio Lanza (Cecco Angiolieri, Le rime, a cura di Antonio Lanza, Roma, Archivio Guido Izzi, 1990), in 129 componimenti, dei quali soltanto 108 sembrano sicuramente attribuibili a Cecco Angiolieri, la cui figura personale sembra attualmente essere valutata in maniera migliore, rispetto ai "primordi".
Una sintesi della figura del Poeta è stata delineata da Silvia Chessa nei seguenti termini:
"Cecco di Angioliero Angiolieri e di monna Lisa Salimbeni, entrambi nell'ordine dei «Milites Beatae Virginis Mariae», nacque a Siena probabilmente nel 1260. La famiglia, nobile, guelfa e iscritta all'arte del cambio possedeva una casa nel popolo di S. Cristofano del terzo di Camollia. Il D'Ancona incorse in un'errata identificazione - per l'omonimia con un Cecco Angiolieri cortonese, marito di Uguccia Casali, ancora vivo nel 1329 - risolta e corretta poi dal Mancini. La lunga lista dei figli comprende Meo, Deo, Angelerio, Arbolina e Simone, nominati nel documento del 25 febbraio 1313 (rifiuto dell'eredità paterna), cui va aggiunta Tessa, all'epoca già emancipata. Cecco fu oggetto di alcune multe: per assenza durante l'assedio di Turri di Maremma (1280-1281) e al processo per il ferimento di Dino di Bernardino da Monteluco (1291); per violazione del coprifuoco (cfr. Applauso Cecco) e in occasione della vendita di una vigna (1302). Sulla questione del suo esilio vedi Applauso Cecco. Forse, nella guerra del 1288-1289 in cui Senesi e Fiorentini combatterono contro Arezzo, conobbe Dante.".
Ben diversa era l'opinione di Domenico Giuliotti, il quale nel 1914 si espresse in termini ben più duri (e con tale citazione terminerò il post, scusandomi per l'eccessiva lunghezza):
"Nato in Siena, intorno al 1258, morì Cecco Angiolieri, probabilmente, dopo il primo decennio del Trecento. Suo padre, Angioliero, fu ricco, avaro, bacchettone e, per disgrazia del figlio, come questi confessa, longevo. Sua madre, una monna Lisa de' Salimbeni, non dissimile dal marito, parve rispetto a Cecco più che madre matrigna. L'uno a denari lo «tenne magro»; l'altra l'odiò fino al delitto.
Un giorno, per aver chiesto al padre un fiasco di vino stretto, ricevè sulla faccia, dal vecchio imbestialito, uno sputo; altra volta, credendolo addormentato, tentò la madre, con le proprie mani, di soffocarlo; un'altra volta ancora, essendo ammalato, gli porse, per medicina, veleno. Ma son perfidie che racconta Cecco, e può mentire. Quel che è certo, è che il figlio era l'opposto de' genitori: quindi liti.
Amò questa buona lana le taverne, i postriboli, il giuoco, la gente equivoca e, perdutamente, i denari per farne sperpero. Ma denari, vivi i genitori, ebbe sproporzionatissimi al bisogno. Di qui umor nero, bassa disperazione, odio; e se, verseggiando, la «malinconia» ebbe sempre a fianco; più che «Ninfa Gentile» pindemontiana fu, questa romantica musa, in compagnia di tal drudo, bagascia.
Anche trescò Cecco, lungamente, in onta al padre, con una plebea di Fonte Branda che, da uccellatrice saputa, secondo il caso, lo zimbellò o lo respinse. Ebbe per amici giuocatori, pederasti, falsari, ubriaconi e ladri; uno di questi (il Fortarrigo, di cui narra il Boccaccio) gli rubò i denari con tutti i panni e lo lasciò beffato e bastonato, di là da Buonconvento, in aperta campagna, in camicia. Soldato, armi ed armatura, all'assedio di Turri, in Maremma, si giuocò e perdè. Due volte fa multato: L'una «pro sua absentia» dall'esercito, l'altra per ischiamazzi notturni; e d'un suo bando da Siena, per non si sa qual bricconata, parlò egli stesso, in un sonetto, dall'esilio, a un amico.
Amò per giunta, nonchè le donne, carnalmente gli uomini; sposò, in ultimo, sembra, per forza, una femmina vecchia, brutta, litigiosa, avara e tutta impataccata di belletti; s'accapigliò, in versi, con la propria miseria, col padre, con la madre, con la moglie, con Mino Zeppa (baciapile e ladro) con l'amicone e poi nemico Ciampolino, con varii senesi che mise in ridicolo e perfino (com'è noto) con Dante Alighieri che insultò bassamente.
In ultimo, carico di figliuoli, parve metter giudizio e si diè a commerciare in cuoiami. Ma la morte, invocata mezzo per burla quand'era pazzo, l'agguantò, allora da savio, e lo scaraventò, cinquantenne, nell'altro mondo.
Ecco l'uomo.
Artista, Cecco Angiolieri è l'unico legno torto della letteratura italiana.
Circondatelo di tutti i rimatori provenzaleggianti, guittoniani e del Dolce Stil Nuovo e vi farà l'effetto d'un troncaccio d'albero nodoso fra tanti regoli piallati. Confrontatelo, poniamo, con Pieraccio Tedaldi, il solo del gruppo borghese che gli s'accosti, e v'accorgerete d'averlo ingiustamente offeso col mettergli accanto una scimmia. Rileggetevi tutti i burleschi, da Rustico di Filippo al Berni e dal Berni al Guadaguoli e vi convincerete che il figlio dello «'ncoiato» non assomiglia a nessuno.
Negli altri, fra l'uomo e l'artista, c'è, più o meno avvertibile, uno spazio vuoto; in lui l'uomo e l'artista son tutt'uno. Negli altri troveremo motivi ripetuti, buffoneria studiata, ingegnoso artifizio e, sopratutto, patina letteraria che la briosità popolaresca attutisce ed ingrigia. Ma Cecco Angiolieri, moralmente dalla Natura male impastato, non si vela né si maschera: è lui. Forse non sa nennneno d'essere artista e ignora che il grillo della poesia lo salverà dall'oblio. Se lo sapesse, lui, l'epicureo volgare senza un soldo, scimmiotterebbe probabilmente i poeti aristocratici della scuola del Guinizelli e sarebbe freddo, pesante, falso, impacciato e ridicolo corne un villano in una reggia. Invece -in mezzo a un popolo cresciuto, dopo Montaperti, rapidamente in potenza politica e in floridezza economica, e tutto variegato di misticismo e di sensualismo, e sempre pronto alle risse e agli amori, alle processioni e lile gozzoviglie e vano, secondo Dante, e leggermente pazzo, di generazione in generazione, fino ad oggi, secondo la voce comune- Cecco Angiolieri, dalle vie, dalle piazze, da' postriboli e dalle taverne, aggirandosi e mescolandosi tra la gioventù più scapestrata e la più bassa plebaglia, assimila, senza saperlo, tutte le vivacità, le volgarità, le malizie, i traslati, gli scorci e le brutalità del vernacolo e (costringendo questo, senza violentarlo, nella forma chiusa del sonetto) ci racconta tutto se stesso, ne' suoi odii, ne' suoi amori, nelle sue miserie e nelle sue turpezze, come nessun uomo, con pari noncuranza del proprio pudore e con altrettanta incosciente sincerità, fece mai.
Ecco perché, corne artista, dopo seicento anni, è ancor fresco e, come uomo, sebben tristo e fangoso, più che repugnare, diverte.".

 
 
 

Er presepio (dal vero)

Post n°4558 pubblicato il 14 Dicembre 2021 da valerio.sampieri
 

Er presepio (dal vero)

- Hai presente er vellutello, eh, Natalina?
- Lo porta doppo Nino co la tera.
- 'Mbe' 'ntanto pija un po' quela vaccina
mettela propio i' mmezzo, e fa in magnera

de nun coprì' quell'antra regazzina...
- Varda si 'sta funtana pare vera!!
- E st'antro qua che pporta 'na gallina?
- S'è rotto er cresce-e-cala a la raggera.

- Ce vonno armeno armeno du' somari.
- Ma cce dev'esse puro un pastorello
co du' frocelle... e quattro bbiferari.

- Metti quella che ffila ppiù llontano.
- Mannaggia!! Me so persa er bambinello??
- Ma nu' lo vedi che lo tiengo in mano??!!

Trilussa (1871-1950)
Il giovanissimo Trilussa ha scritto il sonetto prima del 1889, nel corso delle sue collaborazioni con il giornale il "Rugantino".

 
 
 

Lodovico Castelvetro e Filippo Valentini

Ia
Filippo Valentini a Lodovico Castelvetro*

E larga strada, et ampia entrata a morte
altrui condurre agiato e carco invita,
ma disagioso e scarco ire a la vita
per angusto sentier povere porte.

Chi qua giù scese a far le genti accorte
con opre e con parole ognor n'addita,
u' non d'agi e di some alma impedita
entrar più che per ago le ritorte. (1)

A sì picciola porta e stretto calle
tutti i comodi uman lasciar bisogna,
e d'ogni peso disgombrar le spalle,

che passarvi altrimente in van s'agogna,
se 'l saver di Colui forse non falle,
cui senza, Atene san nulla, e Bologna. (2)

Filippo Valentini  (Modena, 1512 ca. - Grigioni, 1572)
a Lodovico Castelvetro (1505-1571)
Da: Lodovico Castelvetro, Lettere, Rime, Carmina a cura di Enrico Garavelli, BIT&S Testi e Studi - Edizioni di Storia e Letteratura, 2015

2 invita] in vita F1, in vlta Let, in ulta Va 3 disagioso] disaggioso Mo2 Let e sgg. e scarco] e carco Mo2 ire] om. Mo2 Let e sgg. 5 qua giù] quaggiù Mo2 10 comodi] commodi Mo2 12 altrimente] altrimenti Let e sgg.

*  Struttura metrica: Sonetto ABBA ABBA CDC DCD. Fonti: F1 97v, Mo2 267, Lettera del traslatare, p. 96 (= Let). Ristampato, da Lettera del traslatare, in Valentini, Il principe fanciullo, p. 35 (= Va), Roncaccia, Castelvetro e Valentini, p. 81 e Roncaccia, Il metodo critico, pp. 89-90. Tutto il sonetto, dalla sintassi non sempre perspicua (non per nulla del Valentini era quasi proverbiale l'obscuritas), è costruito sull'opposizione evangelica tra la via larga e spaziosa che conduce alla perdizione e quella stretta e angusta che porta alla vita («Intrate per angustam portam, quia lata porta et spatiosa via, quae ducit ad perditionem, et multi sunt, qui intrant per eam; quam angusta porta et arta via, quae ducit ad vitam, et pauci sunt, qui inveniunt eam!», Mt 7, 13-14).

Note:
1  Ritorte. Propriamente 'legaccio realizzato attorcigliando vermene o salici verdi'; in questo caso vale semplicemente 'fune, corda' (gdli xvi, pp. 974-975). L'incrocio con Mc 10, 25 («Facilius est camelum per foramen acus transire quam divitem intrare in regnum Dei») rivela un'esegesi per allora assai raffinata del kàmelos neotestamentario.
2  Denuncia della nullità della scienza umana, di contro alla profondità della sapienza divina, principio e fondamento di ogni sapere (probabilmente sullo sfondo della paolina predicationis stultitia, 1 Cor 1, 20-21).





Ib
Lodovico Castelvetro a Filippo Valentini*

Se non vedesti ancor per lunghe o torte
vie da l'usato corso suo smarrita
punto la queta mente mia romita
a che pur spargi al ciel parole morte?

Se sottilmente la strema mia sorte,
come ben scorgi, a sostentar m'aita,
et, oh!, (1) non manchi innanzi a la partita
ch'io lasci il troppo a che pur mi conforte,

chi non sa ch'al varcar di questa valle
di lagrime, (2) la qual ognor menzogna,
spirto rabbioso, turba d'alto a valle,

chi non vuol affogarvi con vergogna
fa mestier ch'abbia intorno molte galle? (3)
Dunque, il consiglio tuo par d'uom che sogna. (4)

Lodovico Castelvetro (1505-1571)
risposta a Filippo Valentini  (Modena, 1512 ca. - Grigioni, 1572)
Da: Lodovico Castelvetro, Lettere, Rime, Carmina a cura di Enrico Garavelli, BIT&S Testi e Studi - Edizioni di Storia e Letteratura, 2015

7 et, oh] Et o F1 Let, Ed o Mo2
*  Struttura metrica: Sonetto ABBA ABBA CDC DCD. Fonti: F1 97r, Mo2 254, Lettera del traslatare, p. 95. Ristampato, da Lettera del traslatare, in Cavazzuti, Lodovico Castelvetro, p. 196 (che lo commenta severamente), Valentini, Il principe fanciullo, p. 34, Roncaccia, Castelvetro e Valentini, p. 81 e Roncaccia, Il metodo critico, p. 90. Da notare la partitura simmetrica (Se... Se... Chi... Chi...).

1  Credo che si tratti di un o ottativo, analogo al latino utinam. Metricamente è però, chiaramente, una zeppa.
2  Calco, un po' banale, del liturgico lacrimarum vallis (non mancano riprese analoghe nella lirica coeva, come il «lagrimosa valle» dei Tasso, padre e figlio).
3  Sull'abusata metafora della vita come navigazione Castelvetro innesta l'immagine del 'salvagente' («galle» nel poco convincente significato figurato di 'cosa senza peso' è registrato da gdli vi, pp. 550-551; probabilmente qui andrebbe riconosciuta un'accezione più propria di 'galleggiante', come derivato da gallare, 'galleggiare' ), cioè dei beni materiali, che tengono in superficie il naufrago. Da notare un'eco di O.F. xviii 24. 2 («come s'intorno avesse tante galle»).
4   Da registrare possibili echi di Pg 33, 33, Pd 29, 82 e Rvf 264, 88 e soprattutto 49, 8 (dove si riscontra l'intera sequenza di parole-rima menzogna: vergogna: sogna).

 
 
 

L'innamorata

Post n°4556 pubblicato il 29 Agosto 2021 da valerio.sampieri
 

"Leona si asciugava di nascosto gli occhi sempre pieni di lacrime, e pregava, pregava ardentemente il Signore, ogni sera prima di andare a letto, ogni domenica in chiesa, ginocchioni per ore e ore, che gli rendesse l'amore del suo amico. Ma codeste preghiere erano fatte senza convinzione, perché senza speranza. Ella sapeva che il Signore non poteva permettere che ella seguitasse a vivere in peccato mortale; e piangeva così, rassegnata, con un gran vuoto nel cuore, aspettando che accadesse quello che fatalmente doveva accadere.
A poco a poco, tutti i suoi gioielli, tutti i suoi abiti erano stati portati al Monte di Pietà. Un giorno Paolo era tornato tutto sconvolto, e aveva raccontato che un creditore a cui sua madre non aveva voluto pagare una cambiale di tremila lire, lo aveva minacciato di fare pubblicare il protesto sulla quarta pagina di tutti i giornali di Roma. Il nome di un conte Cappello sulla quarta pagina dei giornali! Egli non sapeva darsi pace. Risolutamente Leona gli aveva proposto di mandare i suoi gioielli al Monte. Dapprima egli era montato su tutte le furie; poi si era lasciato ammansire dai ragionamenti e dalle preghiere della povera donna: - i gioielli non erano perduti; tanto, lei non sapeva che farsene; si sarebbero spignorati presto con altri denari che sarebbero venuti - insomma, egli aveva finito con l'accettare. E tutto quel giorno si era mostrato tenero e appassionato come nei primi tempi del loro amore. Ma il giorno stesso si era ricominciato da capo. E così, a uno per volta, per ottenere una carezza o uno sguardo meno indifferente del solito, ella aveva mandato al Monte anche i vestiti di velluto e di seta, le camicie di batista, i lenzuoli, i cappellini, ogni cosa. E lui accettava, oramai, evitando di domandare come ella avesse fatto a procurarsi il denaro che gli faceva bisogno; raccontandole che presto l'avrebbe compensata di ogni suo sacrificio, e tornando, di lì a poche ore, a tormentarla, a farle il muso duro, a rinfacciarle la propria miseria e il proprio avvilimento.".

Il brano, vagamente autobiografico, è tratto dal romanzo L'innamorata, di Evelina Cattermole, nota come Contessa Lara, poetessa e scrittrice assassinata il 30 novembre 1896 dal suo convivente.

 
 
 

Romagna

Post n°4555 pubblicato il 24 Giugno 2021 da valerio.sampieri
 

ROMAGNA
a Severino


Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l'azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l'altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l'anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l'urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio dell'aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e 'l bue rumina nelle opache stalle
la sua laborïosa lupinella.

Da' borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d'occhi di bambini.

Già m'accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d'estate
co' suoi pennacchi di color di rosa;

e s'abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l'imperatore nell'eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l'ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati
da' grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch'io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettio d'uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura
tra que' tuoi polverosi biancospini,
ch'io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

 
 
 
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