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Passenger - Let Her Go

Post n°4527 pubblicato il 17 Novembre 2019 da valerio.sampieri
 

Passenger - Let Her Go

Passenger è lo pseudonimo del cantatoure Michael David Rosenberg, nato a Brighton and Hove, 17 maggio 1984. Attivo con Andrew Phillips nel gruppo Passenger dal 2003 al 2009, nel 2013 Rosenberg pubblicò "Let Her Go", canzone che ebbe grande successo in tutto il mondo.

Testo

Well you only need the light when it's burning low
Only miss the sun when it starts to snow
Only know you love her when you let her go
Only know you've been high when you're feeling low
Only hate the road when you're missing home
Only know you love her when you let her go
And you let her go
Staring at the bottom of your glass
Hoping one day you'll make a dream last
But dreams come slow and they go so fast
You see her when you close your eyes
Maybe one day you'll understand why
Everything you touch surely dies
'Cause you only need the light when it's burning low
Only miss the sun when it starts to snow
Only know you love her when you let her go
Only know you've been high when you're feeling low
Only hate the road when you're missing home
Only know ...

 

 
 
 

Donna amante mia

Post n°4526 pubblicato il 03 Novembre 2019 da valerio.sampieri
 

Umberto Tozzi iniziò nei primi anni '70 la sua carriera, entrando nel 1975 nel gruppo La Strana Società, nota anche per il famoso pezzo strumentale Popcorn.

Donna amante mia - La Strana Società

Donna amante mia
Umberto Tozzi

Come cresce bene il nostro amore
Non lo voglio abbandonare
Questo timido germoglio
Pelle di velluto non ti sveglio io
Con il freddo della brina
Penseresti ad un addio
Vado solo a prendere i vestiti
E ad uccidere il passato, ora ci sei tu
Donna amante mia
Donna poesia
Scoiattolo impaurito ti scaldai
Ed al mattino tu eri donna
Se perdessi te
Vinto me ne andrei
Sarebbe troppo e forse troppo sei
Ma dormi ancora un po', io ritornerò
Com'è difficile spiegare
Ad una donna la sua parte
Quando tu la vuoi lasciare
Lei mi sfiora il corpo e dentro muore
Come è triste far l'amore se non è con te
Donna amante mia
Donna

 

 

 
 
 

Fà er giro de Peppe alla reale

Post n°4525 pubblicato il 27 Ottobre 2019 da valerio.sampieri
 

Fà er giro de Peppe alla reale

Il significato dell'espressione corrisponde a fare un giro smodatamente lungo per giungere da un luogo ad un altro.
Per tale modo di dire si conosce persino la data di nascita, corrispondente all'anno 1878, allorché si svolsero i funerali di Vittorio Emanuele II, deceduto il 9 gennaio di quell'anno, due mesi e 5 giorni prima del cinquantottesimo compleanno del "Re galantuomo".
Era usanza, a quel tempo, prima di far entrare la salma nel Pantheon, fargli fare un giro attorno all'edificio, in forma di estremo saluto, mentre il pubblico attendeva all'ingresso del tempio l'ingresso del feretro.
Se non che, un certo Peppe, vale a dire Giuseppe Garibaldi, anziché attendere come tutti gli altri, si mise a seguire la bara, compiendo il giro completo del Pantheon e ritornando perciò al punto di partenza.
Per tale motivo, la frase completa dovrebbe essere "Fà er giro de Peppe attorno alla Ritonna, appresso alla reale", che per comodità viene spesso abbreviata in "Fà er giro de Peppe alla reale", oppure in "Fà er giro de Peppe attorno alla reale".

 
 
 

Ohmè, che io mi sento sì smarrito

Post n°4524 pubblicato il 06 Ottobre 2019 da valerio.sampieri
 

Ohmè, che io mi sento sì smarrito

Ohmè, che io mi sento sì smarrito
quand'io non ho danar nella scarsella:
dove sia gente a dir qualche novella
i' non son quasi di parlar ardito.

E se parlo 'i son mostrato a dito
e sento dirmi - Ve' quanto e' favella! -
I' perdo il cuor com'una femminella
sì ch'io divengo tutto sbigottito.

E quando i' ho danari in abbondanza
in borsa in scarsella o paltoniera
i' sono ardito e ho di dir baldanza;

dinanzi ho 'l cerchio e di dietro la schiera
di gente assai, che ciascuno ha speranza
ch'io lo sovvenga per qualche maniera.

Pieraccio Tedaldi (1285-1350 ca.)

Note:
incipit: Omè, che io mi sento sì smarrito
explicit: ch'io lo sovvenga per qualche maniera

Riferimenti (ed. rif.) Marti, Pieraccio. Rime (1956) n. 13 [Pieraccio Tedaldi, a cura di Mario Marti, in Poeti giocosi del tempo di Dante, Milano, Rizzoli, 1956, pp. 713-58.]
Numero 13
lirica

Versificazione: sonetto
Numero versi: 14

a. 1285 - 1350 ca.

Bibliografia filologica: Marti, Pieraccio. Rime, p. 729
Permalink: http://www.mirabileweb.it/title/om%C3%A8-che-io-mi-sento-s%C3%AC-smarrito-title/39212

 
 
 

Da che ti piacie ch' io degia contare

Post n°4523 pubblicato il 27 Settembre 2019 da valerio.sampieri
 

In precedenti post ho affermato che sono sei le poesie conosciute di Bondie Dietaiuti. Ciò è vero in parte, in quanto il Codice Vaticano 3793 -il Codice principale delle poesie antiche, in ragione della su mole- indica in rubrica Bondie quale autore del sonetto Da che ti piacie ch' io degia contare. Il testo che pubblico è tratto dal volume 4° dell'opera di D'Ancona e Comparetti (Le antiche rime volgari, Bologna 1886, pag. 318, Sonetto 624).

Da che ti piacie ch' io degia contare

[Vedi la notizia sul son. precedente. Fu pubbl. di sul cit. codice magliabechiano dai Wiese, Giornal. stor. letterat., II, p. 124.]

Da che ti piacie ch' io degia contare
Lo mio voler di ciò c' ài dimandato,
Diragiotene quello c' a me pare
Qual d' esti due de' essere più amato:

Avengna che ciascun sia da dottare
D' alta ventura c' a ciascuno è dato,
Ma pur la donna è più dengna d' amare
Quei ch' è cortese e sagio ed insengnato.

Quelli c' à fino presgio di prodeza
Tengno bene che grande onor li sia:
Ma sì mi par c' agia magior richeza

Quelli c' à 'm sè savere e cortesia,
Perchè comprende tutta gientileza:
S' io fosse donna, a quel m' aprenderia

Note:

2 volere. - 4 Quale. - 5 ciaschuno... d adottara. - 8 Quelli. - 10 onore. - 11 pare ... magiore. - 14 quello.

Note del Wiese:

1 W.: vi piace ... deggia. - 2 W. : Il ... che domandato. - 3 W.: Dirovi tutto quel ch a me ne. - 5 W. : da laudare. - 6 W.: C' alta ventura a ciascune donato. - 7 W. : dengnio. - 9 W.: Quel. - 9 W.: E quel cha si gran pregio. - 9 W.: Tengo ben io. - 12 W.: Colui. - 13 W.: gentilezza. - 14 W.: S i fossi, mi prenderia.


Note dal sito mirabile.it:

624. f. 141r (fasc. 22); mano a Bondie Dietaiuti n. sec. XIII prima metà, Da che ti piace ch'io deggia contare (= Egidi 1902-1908, p. 393)
inc. Dacheti piacie ch[.] degia contare
expl. sio fosse donna aquello maprenderia
Rubrica diplomatica Bondie dietaiuti
Rubrica interpretativa Bondie Dietaiuti
Attribuzioni in rubrica Bondie Dietaiuti n. sec. XIII prima metà
Tenzone in rubrica tenzone. Vedi rubrica testo 623. Tenzone col n. 623
Note Una parte dell'incipit è occultata da una macchia d'inchiostro.

http://www.mirabileweb.it/manuscript-rom/citt%C3%A0-del-vaticano-biblioteca-apostolica-vaticana--manuscript/LIO_16040

 
 
 

L'incapace

Post n°4522 pubblicato il 13 Settembre 2019 da valerio.sampieri
 

L'incapace

E mo ve faccio fà 'na cosa bella,
Romani cari, miei concittadini!
Ve posso trattà come dei cretini,
tanto in città nessuno s'aribbella.

Oggi ve faccio fà 'na spasseggiata
drento le grotte scure der metrò
che in viaggio, sur più bello, se fermò:
embè?! mica è 'na cosa inaspettata!

Volete la decrescita felice?
Io v'arigalo li peggio casotti,
manco sò la più mejo meretrice!

Romani, me sà che séte de tufo!
Nun sò fà 'n cazzo, razza de scemotti:
er sinnico io qui lo faccio a ufo!

Note:
Il 13 settembre, come già varie volte accaduto, la metro si è fermata tra le fermate Circo Massimo e Colosseo, costringendo i passeggeri a percorre qualche centinaio di metri a piedi, al buio, nelle gallerie per raggiungere la stazione più vicina.
v.14: A ufo -acronimo di "ad usum fabricae", con riferimento alla fabbrica di San Pietro, i cui materiali erano esenti da dazi e balzelli- vuol dire a scrocco, a sbafo.

Valerio Sampieri
13 settembre 2019

 
 
 

A funivia??

Post n°4521 pubblicato il 08 Settembre 2019 da valerio.sampieri
 

A funivia??

Mo dice che va a fà la funivia:
te pare mai possibile, mortacci,
che questa sbaja quarsia cosa facci?
Me viè l'infantioli, la pazzia,

si vado a pensà a questa scellerata
ch'una ne penza e che ne sbaja dua,
eh! cazzarola, eh! li mortalli sua:
come se move, zacche!, è na cazzata!

Ma quanta gente ce pòi mette drento
'na carozzella? Venti? 'Na trentina?
Carozze ce ne vonno milleccento!

Nu' resteranno manco li mattoni,
si a Roma nun se ferma 'sta manfrina:
Virgì, ciài propio rotti li cojoni!

Valerio Sampieri
8 settembre 2019

 
 
 

Epulario

Post n°4520 pubblicato il 01 Settembre 2019 da valerio.sampieri
 

Epulario il quale tratta del modo di cucinare Ogni Carne, Uccelli, & Pesci d'ogni sorte. Et di piu insegna a far Sapori, Torte, Pastelli, al modo di tutte le Provincie del Mondo. Con l'aggionta di molt'altre cose bellissime. In Trevigi, 1643. Appresso Girolamo Righettini, Con Licenza de' Superiori.

Il testo sembra esser stato scritto nel 1516 da Giovanni Roselli ed ho tratto il file pdf dal sito "Facezie" del Dr. Edoardo Mori. Nel procedere alla trascrizione, ho normalizzato il testo, sostituendo la u alla v e la s alla f, lasciando per il resto inalterata la grafia adottata nel volume.

A pag. 48, l'Epulario insegna ...

A far sapore celestre nel tempo d'estatte.
Piglia delle more salvatiche, che nascon nelle cese, & un poco de mandole ben peste, con un poco di gengevero, & queste cose distempererai con agresto, & lo pasarai per la stamegna.

A far peverata gialla, & operar le composte.
Habbi del pane, & taglialo in fette, & fallo brustolare, e poi piglia del vino roscio, con un pocco di acero, & de vino cotto, cioè fapa, & metterai dentro a bollire queste fete [sic] di pane, poi la passarai per la stamegna, e mettevi di buone specie dolce, & faralla gialla, con un poco di zaffarano.

Per fare agliata buona.
Piglia mandole monde, & falle pistare molto bene, & quando sono la metà piste, metti dentro quella quantità de aglio, che te piace, & insieme le farai molto ben pistare, buttandoli dentro un poco de acqua fresca, perche non faccino olio, poi pigliarai molica [sic] di pane bianco, secondo la quantità che vuoi fare, e li metterai a mollo nel brodo magro, ò di carne, ò di pesce secondb li tempi. Et nota, questa agliata poterai servare, & accommodare tutte le stagioni carne grasse, ò magre, conme ti piacerà.

A far agliata pavonazza al tempo de uva, e ceresce.
Seguirai l'ordine nel capitolo sopra scritto, eccetto no bisogna, che gli metti brodo. Ma piglierai de l'uva negra, & con le mani la romperai molto bene in una pignata, ò altro vaso, e farallo bollire per meza hora, colarai questo mosto col quale distemprerai l'agliata. Nota si può dare a tempo di carne.

Per fare agresto verde.
Pigliarai de l'uva, herba agra, che si chiama à figlie, ò agresto, & pistala molto bene, seco mettendovi un poco di sale, & haverai un puoco de agresto vecchio con el quale la distemperarai, passandola per la stamegna.

 
 
 

Buffonerie del Gonnella

Post n°4519 pubblicato il 27 Agosto 2019 da valerio.sampieri
 

Facezie, Motti, Buffonerie, et Burle, Del Piovano Arlotto, del Gonnella, et del Barlacchia, Novamente stampate. In Milano Per Valerio & fratelli da Meda. 1568.

Il testo è stato trascritto da Edoardo Mori per il suo sito sulle facezie


UNA DONNA ONESTA
Aveva uno speziale la moglie poco pudica, di che essendo avvertito da più suoi amici, che volesse provvedere alla vergogna di casa sua, cominciò a combattere con la donna, sgridandola stranamente e minacciandola. Ella, secondo il costume delle donne, si détte a piangere, negando gagliardamente con giuramento, ciò esser vero, e che tali cose erano dette da invidiosi, e da persone maligne, per farla vivere mal contenta. Al marito parch'ella dicessi il vero, e tornando di nuovo gli amici ad ammonirlo disse loro: Non mi date più impaccio, che è da credere che sappi meglio i fatti sua, o ella o voi? Rispondendo gli amici, ella, soggiunse lo speziale, e ella dice che voi mentite tutti per la gola.

TUTTI MEDICI
Alla tavola del Duca una mattina si disputava di qual sorte artefici o qual professione fusse maggior numero in Ferrara, e dicendosi da diversi diverse cose, il Duca domandò il Gonnella della sua opinione; ed egli rispose: Di Medici ci è il maggior numero, e non accade dubitarne. Allora il Duca: Tu mostri bene d'essere poco pratico, come se tu non sapessi, che in questa città sono a fatica due o tre medici. Rispose il Gonnella: E' sì par bene che tu abbi gran faccende, che tu non abbi notizia della tua città, e de' suoi cittadini; e stando sul contendere sopra di ciò, ne fecero scommessa. Il Gonnella adunque la mattina seguente a buon'ora fasciatasi prima la gola, e il viso con lana ed altro, se n'andò alla porta di Duomo, dove ciascuno che passava lo domandava che male avesse, ed egli rispondeva che gli dolevano i denti, e chi gli dava un rimedio e chi un altro, allora presa la penna scriveva i nomi e rimedi; e così andando poi per la città domandando ognuno che scontrava di rimedii, fece una lista di più di trecento, che gli avevano insegnata la medicina, e tornato in palazzo a ora di desinare, si rappresentò al Duca così fasciato, facendo vista d'avere un gran duolo, il quale come lo vedde intese che gli dolevano i denti, subito gli dette un rimedio, il Gonnella dicendo voler far la medecina se ne andò a casa, e messa a ordine la lista de' rimedii, e di chi gli dava, scrisse il Duca nel primo luogo.
L'altro giorno, come se fusse guarito, sfasciata la gola tornò al Duca ricordandogli la scommessa fatta, e che lo pagasse perché aveva vinto, e cavata fuori la lista, la dette al Duca a leggere, il quale leggendo prima il suo nome, e poi di tanti altri, ridendo confessò di aver perso, e gli fece contare i danari.

NIENTE
Minaccio da Bologna avendosi giucato fino alle brache sedeva in una taverna molto mal contento, quasi piangendo. Un suo amico lo domandò che cosa avesse; egli rispose: Niente. Adunque perché piangi? disse l'amico, se niente hai? Esso replicò: E però piango io perché non ho niente. Ma intendeva colui che Minaccio non avesse occasione di piangere, ed egli intendeva che non aveva niente, perché s'era giucato ogni cosa.

UN CONSIGLIO PER IL MATRIMONIO
Trovandosi a un paio di nozze il Gonnella dove fece molte buffonerie veggendo che lo sposo era vecchio e la sposa di poca età e bella gli disse: Messere voi avete tolto un bel podere, ma bisogna che togliate chi vi aiuti lavorando, accioché non resti sodo.

UTILE AI LADRI
Per una solennità di Natale, essendo il detto Duca in Chiesa con vesta di broccato, segli accostò il Gonnella, e versogli addosso un cartoccio pieno di pidocchi, e tiratosi da una banda stava a vedere quello che seguisse. Il Duca indi a poco cominciò a sentirsi mordere nella gola, e messosi le mani trova che sono pidocchi, e così pigliandone parecchi, sentendo che moltiplicavano accenna che gli sia tratta la veste, subito il Gonnella che stava avvertito la prese e mentre che il Duca si rassettava, si dileguò con la veste sotto il braccio, e portatasela a casa non la volse poi rendere, e così se la guadagnò.

I CIECHI
Andò il Gonnella una mattina al Duomo alla messa, e trovati tre ciechi, che stavano accattando accanto l'uno a l'altro, e' disse loro: Pigliate questo testone, partitevelo fra voi e pregate Dio per me; e non lo dette a nessuno. I ciechi lo ringraziarono, e dicendo: Dio ve lo meriti, faremo orazione per voi, pensando che l'avesse lasciato a un di loro. E venuta l'ora del desinare, volendosene andare a casa, cominciorono a dire tra loro: Dividiamo il testone, a che accordandosi tutti, disse uno: Chi l'ha lo scambi. E dicendo ciascuno io non l'ho, e replicando: Tu l'hai, anzi tu, cominciarono a darsi delle mazzate, e si sarebbero storpiati se le persone che passavano non gli avessero divisi.

LE MUTANDE DEL GONNELLA NON SONO MACCHERONI
Entrando il Gonnella una mattina nelle stanze della Duchessa, vedde che ella insieme con le sue damigelle faceva maccheroni, e domandando quello che fusse nel paiuolo, gli risposono che erano panni e che faceva bucato. Andò allora il buffone in un canto, si cavò le mutande e tornato destramente le gettò nel paiuolo, che alcuna non se ne avvede. Le donne volendo poi cavare i maccheroni già cotti, ne' piatti d'argento trovorno le brache del Gonnella e credendo che fusse un maccherone grosso lo messono in un piatto, ma guardando più minutamente s'accorsero quello che fusse, onde Madama montata in collera cominciò a gridare: para, piglia, che il Gonnella fusse preso, ma egli sfuggendo a tutta briglia scontrò il Duca al quale narrò tutto; il Duca ridendo lo menò a Madama, assicurandolo che non gli fusse fatto dispiacere.

LE DONNE SONO TUTTE ONESTE
Aveva fatto il Gonnella uno scherzo alla Duchessa, che non gl'era piaciuto, ond'ella si deliberò castigarlo, e chiamate parecchie donzelle, disse loro che pigliassino un buon bastone in mano per una, e quando venisse il Gonnella lo bastonassino molto bene, che non si lasciassino avviluppare con le sue ciance; tutte risposeno che farebbero il debito senza rispetto alcuno. Allora Madama mandò per lui, il quale subito venuto come vedde i bastoni in mano alle donne, avvisandosi quel ch'era, disse io so che mi volete dare, ma prima vi chieggo una grazia, che lasciate cominciare a quella che io ho baciata più volte, e chi è maggior puttana di voi, quella sia la prima a darmi. Cominciarono allora tutte a guardarsi in viso, dicendo io non fui mai puttana; intanto il buffone discostatosi, saltò fuori di camera e andossi con Dio senza busse. La Duchessa riprese assai le Damigelle, ma esse rispondevano che non erano state mai puttane e che non arebbono mai cominciato a dargli.

GONNELLA FA PASSAR PER SORDE LA MOGLIE E LA DUCHESSA
Essendosi malata la duchessa, il duca disse al Gonnella: - Manda un poco a palazzo la tua moglie a trattenere Madama! - Rispose il Gonnella: - Signore, non ve ne curate, perché ella è sorda e non ode se non si grida forte! - Replicò il duca: - Mandala a ogni modo, ché la duchessa l'arà caro. - Il buffone, tornato a casa, disse alla moglie: - E' bisogna che tu vada a corte a visitare la duchessa, e, se il duca ti dice cosa alcuna, rispondili con cenni e grida forte, perché gli è sordo. - Andata la donna, trovò il duca in camera dalla duchessa, il quale avvisandosi chi ella fussi, gli domandò con alta voce se ella era la moglie del Gonnella. Cominciò la donna a cennare e poi a rispondere, gridando quanto poteva, credendo che il duca fussi sordo; di sorte che la duchessa sbalordita per le grida, pregò il duca che parlassi più piano. Egli disse: - Costei è sorda e bisogna gridare, altrimenti non sentirebbe. - La donna, sentendo questo, disse: - Signore, sordo siate voi, che così mi ha detto il Gonnella! - Stupissi il duca, che s'accorse dello inganno dello astuto buffone, e più non parlò e la donna se ne tornò a casa borbottando.

GONNELLA GETTA IL SUO CAVALLO DA UNA FINESTRA
Il duca Borso, veggendo il cavallo del Gonnella ch'era pieno di guidaleschi, vecchio, secco e mal condotto, gli disse: - Che vuoi tu fare di questa rozza? - Rispose il buffone: - Se tu avessi gli occhiali, tu non diresti così, perché il mio cavallo è buono, quanto alcuno che tu ne abbi in stalla, e giucherò cento ducati contro un sacco di grano che il mio salta più alto che non farà nessuno de' tuoi migliori. - Il duca rispose che giucherebbe. Allora il Gonnella menò il suo cavallo in palazzo su per le scale nella sala maggiore. Il duca similmente fece condurre uno de' suoi assai buono, credendo che si avessi a far la prova in sala. Allora il buffone accostò il suo alle finestre e, datogli la spinta, lo fece traboccare in piazza, che v'era un'altezza di molte braccia e nel cadere fece sì gran romore, che parve che il palazzo rovinassi dalle fondamenta. Il duca, vista la pazzia del buffone, disse più presto voler dargli un sacco di grano che far saltare il suo cavallo a quella guisa, e commesse che gli fussi dato il grano. Ma lo astuto buffone fece fare un sacco che teneva quattro moggia e lo volse far empiere.

GONNELLA CONVINCE LA DUCHESSA A DARSI PER DANARO
In presenza del duca si ragionava un giorno di una gentildonna che aveva venduto il suo onore. Disse il Gonnella: - Oh sta bene, non è donna alcuna che non facessi il simile e fino a Madama credo che l'accocherebbe per danari. - Disse il duca: - Se ti dà il cuore di svolgere la duchessa, io ti voglio donare una vesta! - Il buffone restato d'accordo, come prima potette avere la duchessa sola, gli disse pianamente: - Signora, egli è uno che vi vuole un gran bene! - La duchessa, montata in collera, cominciò a dirli villania e minacciarlo di fare impiccare. Ma egli, seguitando, disse: - Egli è il marchese di Mantova, che muore per vostro amore, e sapete quanto sia bello e cortese signore e mi ha detto che vi donerà mille scudi, se lo fate godere del vostro amore, e, se non bastano, ne darà due mila, cinque mila, dieci mila e quanti ne vorrete. - Sentendo sì gran proferte Madama fece un ghigno, dicendo: - Tu potresti tanto dire, ch'io starei cheta. - Allora il Gonnella, tutto allegro, corse al duca, dicendo: - Signore, venghino e danari che la puttana ci è! - e raccontò il tutto al duca, il quale poi spesso ne motteggiava la duchessa.

 
 
 

Facezie di Lodovico Carbone

Post n°4518 pubblicato il 25 Agosto 2019 da valerio.sampieri
 

Facezie di Lodovico Carbone (Cremona? 1430-1485) è un libro scritto nel 1400, nella cui Prefazione leggiamo che fu "Lodovico Carbone ferrarese, uno dei mediocri umanisti germogliati numerosissimi intorno ai maggiori rievocatori della cultura classica, nel 400".

Altrove ( http://www.libreriamedievale.com/facezie-e-dialogo-de-la-partita-soa.html ) leggiamo che "I testi più famosi di Ludovico Carbone sono quelli in volgare, in particolare le "Facezie" e il "Dialogo de la partita soa". Per quanto riguarda le prime, che talvolta si configurano come vere e proprie (brevi) novelle, c’è da dire che esse sono desunte in parte da repertori topici del genere, classici e moderni: ad esempio Svetonio e Macrobio nel primo caso e Poggio Bracciolini nel secondo; nelle rimanenti facezie prevale invece l’ambientazione ferrarese.".

Nell'Enciclopedia Treccani online (http://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-carbone_(Dizionario-Biografico)/ ) è reperibile una voce ricca di notizie.

Vediamo ora il proemio e le prime cinque facezie, scritte in un italiano un po' ostico.

FACEZIE

1. Proemio
Allo illustrissimo Principe ed excellentissimo Duca Borso.
Molti odendomi ne le orazione mie tanto volentiera piacevoleggiare si danno ad intendere ch'io abia una natura tutta zoiosa e iocunda, onde cum suoi prieghi e persuasione me hanno indutto a questo: ch'i' debba componere qualche libro di facezie; e volendo compiacergli, bisogna pur che anche riguardi a l'onor mio. E però me ha parso di dover eliegere la persona vostra a cui sia intitolata l'opera mia, acioché la materia, per si stessa tenue e legiera, sotto l'umbra de la maiestade del nome vostro riceva qualche autoritade. Benché di questo non temo reprehensione alcuna, considerando tanti excellentissimi omini essersi dilettati nel moteggiare e in tal fatta di parlare o scrivere che facilmente muova riso a gl'audienti o a gli leggenti. E sopra tutti il nostro Marco Tullio fu piacevole e faceto, in tanto che molte cause pericolose e di grandissima importanzia ottenne e vinse solamente per le sue bellissime e dolcissime piacevolezze. Sì che faremo una suave mistura di facezie e antiche e moderne, secondo me occorrerano alla mente: le qual forsi potranno porgere qualche recreazione all'animo vostro affaticato da gravissimi pensieri e altissime cogitazione. E se più vi piacerà le cosse grave e severe, discorreriti un poco il mio vulgarizato Sallustio mandato al vostro misser Alberto, o quell'altra traduzione de l'arte militare iscritta al mio misser Ercule. Cominciaremo adonche da un religioso per aver più stabile e fundato principio, acioché anche nelle facezie se dimostri la nostra pura fede e vera religione.

Facezia 1
Maestro Agostino, cittadino nostro ferrarese de l'ordine de gli frati menori, fu gran teologo e buon predicatore, e se gli costumi suoi fossero stati simili a la dottrina non gli seria mancata mitria episcopale; ma ebbe tropo del cortesano, che non si conviene a tal professione. Siando a Roma nel tempo di quel notabilissimo pastore Papa Nicola, dal qual tutti gli valentomini concorreva, per il suo dissoluto vivere e la età molto senile era diventato pallido, smorto, tutto sbolzegno e mazoco e ben maturo. Dimandato dal Papa come si sentiva, subito alliegramente rispose: "Beatissimo Padre, io me sento molto forte e gagliardo." Il Papa ridendo si maravegliava di tal risposta: "Che é quello che vui detti, maestro Agostino? Mo vui avetti un colore che mi par proprio quello de la morte, e da l'altra parte diceti che setti cussì gagliardo: come s'acorda questa loica?'" Il frate replicando rispose: "I' ve dico un'altra volta, santissimo Padre, che io son più gagliardo che fosse mai, e sì ve 'l pruovo in questa forma. Quando io era giovane e sano non era rimedio alcuno ch'io potesse ritenere, rifrenare, castigare, questo mio indurato, nervoso, indiavolato fratello: non mi durava né tela né bindoni che non volesse dì e notte sempre ussir fuor di casa. Adesso ch'i' son vechio e infermo io il volgo e rivolgo di sotto e di sopra senza resistenzia alcuna e facciogli il bel signo Salamone. Vedetti vui se questa é maggior fortezza?' Il Papa per vergogna non s'attentava di ridere dicendo: "Avetti ragione, maestro Agostino, ma fatti per Dio che mai più non mi ragionatti di tal cosse, perché potriano conturbare il stomaco de la Santità papale".

Facezia 2
Questo medesimo frate essendo ne la mensa cum misser Petro da Nuceto, che era il summo secretario cum il preditto Papa, vedendo che solamente a quegli principali erano presentate le quaglie, fasani, perdice e quest'altri giotti boconi, e a lui mai non pervenivano, si deliberò cum bel motto aprire il suo disdegno e dimandò un de gli serventi a che muodo pigliavano queste quaglie. Colui rispose: "A molti muodi le pigliamo, ma queste poche avemo prese cum certo istrumento d'osso ligato cum una pelle che si chiama quagliaduro". "I' la 'ntendo" disse il frate, e l'altro dì, venendo alla mensa, portò uno di questi quagliaduri. E in quel che la brigata comincia a manzare, lui comincia pianamente a sonare dando cussì un botto, puo doi, puo tri. Misser Petro, che stava come secondo Papa, tuto turbato diceva: "Chi é questo che suona qua?". Da lì a uno poco maestro Agostino spessega il suono del so quagliaduro. Misser Petro, curozato da divera: "Per certo questo é un quagliaduro: che onestà é questa? Io voglio sapere chi é questo pazzo tanto ardito'. Maestro Agostino senza indugia rispose: "Io son quello: voleva pur vedere s'io potesse pigliare qualcuna di queste vostre quaglie". Intesa la facezia, le quaglie volarono a misser lo frate in grande abundanzia, e non bisognò più quagliaduro per pigliarne. Disse allora il bon frate: "Sapiati, misser Petro, che tute le gole son sorelle, e che gli fratti gustano meglio che gl'altri gli buoni e giotti boconi perché sono usi a la cognizione del summo bene".

Facezia 3
Ne la terra di Cità di Castello forno dui fratelli che molto se amavano insieme. L'uno era in tutto seculare, intento al guadagno, dì e notte studiava come potesse accumular roba, rare volte ricordandosi de l'anima soa e che dovea morire. L'altro in tutto dato al spirito [ ...] (monca)

Facezia 4
[ ...] (monca) [ buo] na vita, grasso, tondo, rubicundo, ché a Dio Bacco divotamente sacrificava: per gli ochi, per le guanze, per gli labri spumosi, facea ussire quel santo liquore; gli vini da Bragantino gli faceano dolere il capo, ma quegli da Monferrato o da Forlì o di candia lo risanavano. Misser Tito Stroza, non meno savio e onesto cavaliero ca poeta zentile, rivolto a maestro Ieronimo Castello, excellentissimo filosofo e medico: "Per certo', dissegli, "maestro Ieronimo mio, se questa é la via de acquistar o di andar al paradiso, i' non voria za pigliare altro camino".

Facezia 5
Don Monte celebrando la messa in villa sentite l'odore de certi figadetti che si cocevano, onde temendo che la massara non pigliasse il meglior bocon per lei, se affrezzò sì precipitando le parole che stragualzò quella messa. Misser Francesco Ariosto, poeta piacevole, se gli rivoltò dicendo: "Don Monte mio, se le vostre orazione non serano exaudite non vi meravegliati, perché avetti auto l'animo più a la mensa ca a la messa".

 
 
 
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