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Cosa fatta capo ha

Post n°4539 pubblicato il 21 Maggio 2020 da valerio.sampieri
 

Cosa fatta capo ha

La locuzione "cosa fatta capo ha" è variamente definita nei vocabolari, ma il significato tende sostanzialmente ad indicare che, allorché qualcosa è stato definito, non si può tornare indietro, che i patti sono irrevocabili.
L'espressione è stata usata da Dante nella Divina Commedia (Inferno, XXVIII, 106-108: "gridò: «Ricordera'ti anche del Mosca, / che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta", /che fu mal seme per la gente tosca».) e trova la sua giustificazione in un fatto avvenuto nel 1216.
Il Mosca del verso 106 è Mosca Lamberti, appartenente alla famiglia che ordì la vendetta nei confronti di Buondelmonte dei Buondelmonti, il quale era venuto meno all'impegno di sposare una ragazza della famiglia Amidei.
Gli Amidei si accordarono con i Lamberti, gli Uberti ed altri, per trovare una vendetta, vendetta che fu proposta per l'appunto da Mosca Lamberti il quale, si dice, affermò il principio secondo cui "cosa fatta capo ha", ciò che è stato promesso deve essere mantenuto.
Si dice -ma probabilmente la data ha valore puramente simbolico- che l'assassinio di Buondelmonte sia avvenuto a Ponte Vecchio, nel giorno stesso fissato per le mancate nozze: la mattina di Pasqua del 1216.
Probabilmente le lotte decennali che fecero seguito all'omicidio costituirono l'origine di quelle tra Guelfi e Ghibellini.
Tale etimologia è stata fornita dal Prof. Francesco Sabatini (coautore dello splendido Vocabolario Sabatini-Coletti) una domenica di alcune settimane or sono, nel corso di una puntata del programma tv del quale il professore è ospite fisso, dispensando una serie di chicche linguistiche.

 
 
 

O Platano felice

Post n°4538 pubblicato il 26 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Oggi, dodicesimo anniversario del blog, festeggio non con un mio sonetto, ma con una anacreontica di Jacopo Vittorelli, conosciuto come il re delle anacreontiche.

O Platano felice

O Platano felice,
Ch'io stesso un dì piantai,
Bello fra quanti mai
Levano il capo al ciel;

Come sì presto, dimmi,
Le folte braccia hai stese,
Nè l'ira mai ti offese
Di turbine crudel?

Quel nome, che t'impressi
Ne la corteccia verde,
Lungi da te disperde
Il nembo struggitor.

Anch'io lo porto in seno
Scritto per man d'Amore;
Ma sento nel mio core
Fremere il nembo ognor.

Jacopo Vittorelli (Bassano del Grappa, 10 novembre 1749 - 12 giugno 1835)
I Poeti minori dell'Ottocento a cura di Ettore Janni. Classicisti e romantici. Biblioteca Universale Rizzoli, 1955, pag. 18 (Anacreontiche a Irene).

Anacreontica: Odicina, o canzonetta, ad imitazione dello pseudo-Anacreonte: il titolo, a denotare uno speciale componimento, si divulgò nel Settecento in seguito alle Anacreontiche di Iacopo Vittorelli: v. anacreonte; fortuna postclassica (Enciclopedia Italiana Treccani online).

 
 
 

Zinne, pelo e fregna, só' la dote de Carpegna

Post n°4537 pubblicato il 23 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Un antico detto romano recita: "Zinne, pelo e fregna, só' la dote de Carpegna". Vediamo di scoprire perché.

Il sonetto "La donna liticata" di Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 21 dicembre 1832 - Der medemo) termina con la terzina:

E accusì in dua se litica una freggna
che pper èsse arimasta senza peli
nun dà mmanco la dota de Carpeggna.

Belli chiosa in nota: "Dicesi in Roma, non so il perché: Peli e fregna son la dote di Carpegna. Carpegna è nome tanto di una terra, quanto di una nobile famiglia che vi ebbe giurisdizione feudale."

La famiglia Carpegna si trasferì a Roma nel 1500, ma sotto il pontificato di Pio VII, dopo un lungo periodo di decadimento, fu espropriata di ogni suo bene.

All'epoca ogni famiglia doveva costituire per ogni figlia una cospicua dote, pena lo "zitellaggio" perpetuo. Però, data l'estrema indigenza nella quale la famiglia era caduta, essa non poteva offrire al nubendo altra dote che quelle "proprie della figlia", di cui al detto.

Per inciso, il pontefice Pio VII (al secolo Gregorio Chiaramonti, nato a Cesena il 14 agosto 1742, morto in Roma il 20 agosto 1823), Papa dal 1800 alla morte, è quello sotto il cui pontificato si svolgeva la trama del film il Marchese del Grillo. Si tratta, peraltro, di un falso storico, dato che Onofrio del Grillo, nato a Fabriano il 5 maggio 1714, morì il 6 gennaio 1787, allorché Pio VII non era ancora papa.

 
 
 

San Giuseppe Frittellaro

Post n°4536 pubblicato il 18 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

A Roma Sng Giuseppe non è soltanto falegname, ma è anche "er frittellaro", secondo una tradizione romana (tradizione ormai perduta).
Un preghiera in merito è stata scritta 70 anni fa da Checco Durante, famoso attore che fu anche poeta.

San Giuseppe Frittellaro

San Giuseppe frittellaro
tanto bbono e ttanto caro,
tu cche ssei così ppotente
da ajutà la pora ggente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza:

fa sparì dda su la tera
chi ddesidera la guera.

Fa vvenì l’era bbeata
che la ggente affratellata
da la pace e dar llavoro
non ze scannino tra lloro.

Fa ch'er popolo italiano
ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina
senza ceci né saggina.

Fa cche ccalino le tasse
e la luce, er tranve e'r gasse;
che ar ttelefono er gettone
nu' lo mettano un mijone,
che a ppotè legge er ggiornale
nun ce serva 'n capitale.

Fa che tutto a Campidojo
vadi liscio come ll’ojo:
che a li ricchi troppo ingordi
je se levino li sordi
pe’ ccurà quer gran mmalato
che sarebbe l’impiegato,
che così l’avrebbe vinta
p'allargasse'n po’ la cinta.
Mo quer povero infelice
fa la cura dell’alice
e la panza è ttanto fina
che se ’ncolla co’ la schina.

O mmio caro San Giuseppe
famme fa 'n ber par de peppe (scarpe),
ma fa ppure che er pecione (carzolaro)
nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti
doppo 'n mese che li metti
te li trovi co li spacchi
ssenza sola e ssenza tacchi.

E fa ppure che'r norcino
er zalame e er cotichino
ce lo facci onestamente
cor maiale solamente
che ssinnò lì drento c’è
tutta l’arca de Noè.

Manna er ffreddo e mmanna er zole,
tutto quello che cce vole
pe’ ffa bbene a la campagna
che ssinnò qqua nun ze magna.

Manna l’acqua che ricrea
che sinnò la Sora ACEA
ogni vorta che nun piove
se’mpressiona e ffa le prove
pe’ ppoté facce annà a lletto
cor lumino e'r mmoccoletto.

O ggran santo bbenedetto
fa che ognuno ciabbia un tetto,
la lumaca affortunata
cià la casa assicurata
cha la porta sempre appresso…
fa ppe’ noi puro lo stesso:
facce cresce su la schina
una cammera e ccucina.

Fa che l’oste, bbontà ssua,
pe’ fa er vino addopri l’uva,
che ssinnò, quanno lo bbevi,
manni ggiù l’acqua de Trevi.
Così er vino fatto bbene
fa scordà tutte le pene
e tte mette l’allegria.
Grazie tante….
…………..Accusì ssia !!!!!!

Checco Durante
1950

 
 
 

La vendetta

Post n°4535 pubblicato il 08 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

La vendetta

Lo possin’acciaccà quelo sciancato
de Peppe, co’ quer grugno de scontento:
doppo tutti li sordi che j’ho dato
ha fatto banco rotto flatulento.

Ma io che, sai com’è, nun m’addormento
fintantoché nun me so’ vendicato,
mo che ciò tutto er piano preparato
senti che fregatura che j’allento.

Saputo che ronzava attorno a Rosa,
la fija mia, c’è poco da discure:
l’ho fidanzati e adesso se la sposa.

Così vedrà che furmine lo coje!
A parte che le corna so’ sicure
se becca come socera mi’ moje!

Francesco Possenti

 
 
 

Ricordo

Post n°4534 pubblicato il 07 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Ricordo

L’antra sera che stavo in tenerezza
co’ mi’ moje, je feci, dico: – Rosa,
te ne ricordi ancora che dorcezza
provassi er giorno che te chiesi sposa?

Tu ch’eri sempre spizzica e smorfiosa
m’arisponnessi cor una carezza;
restassi tre minuti silenziosa
a sentì er core sbatte’ d’allegrezza.

Le rondinelle, in celo, da lontano,
festeggiaveno alegre primavera;
noi le guardamio co’ le mano in mano.

Quer giorno che miracolo che fu!
Ché tre minuti, come quella sera,
zitta così nun ce sei stata più!

Francesco Possenti

 
 
 

Piemonte

Post n°4533 pubblicato il 05 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Piemonte


Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da' ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:

ma da i silenzi de l'effuso azzurro
esce nel sole l'aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scendono pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l'arco d'Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fosca intorno è l'ombra
di re Arduino:

Biella tra 'I monte e il verdeggiar de' piani
lieta guardante l'ubere convalle,
ch'armi ed aratri e a l'opera fumanti
camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l'esultante di castella e vigne
suol d'Aleramo;

e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.

Fiera di strage gotica e de l'ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
novo d'Alfieri.

Venne quel grande, come il grande augello
ond'ebbe nome, e a l'umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
-Italia, Italia-

egli gridava a' dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti.
-Italia, Italia-rispondeano l'urne
d'Arquà e Ravenna:

e sotto il volo scricchiolaron l'ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d'ira e di ferro.

- Italia, Italia!-E il popolo de' morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore

trasse la spada. Oh anno de' portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante

suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond'io,
vate d'Italia a la stagion più bella,
in grige chiome

oggi ti canto, o re de' miei verd'anni,
re per tant'anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio

al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo 'I nerbo e l'impeto d'Aosta
sparve il nemico.

Languido il tuon de l'ultimo cannone
dietro la fuga austrïaca moría:
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:

a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.

Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d'Italia!

Arse di gloria, rossa nel tramonto.
I'ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa

che s'apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l'arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l'ombra
del Trocadero.

E lo aspettava la brumal Novara
e a' tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de' castagni
villa del Douro,

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!

Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro

biondo che dal Gianicolo spronava
contro l'oltraggio gallico: d'intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
I'italo sangue.

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l'ombra d'un sorriso. Allora
venne da l'alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l'aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.

E tutti insieme a Dio scortaron l'alma
di Carl'Alberto. Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, o Signore,

anch'egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l'Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe 'I fumante sangue
da tutt'i campi,

per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe 'I martirio, Dio,
che è ne l'ora,

a quella polve eroïca fremente,
a questa luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l'Italia
a gl'italiani.

Giosuè Carducci
da Rime e ritmi

 
 
 

Jaufré Rudel

Post n°4532 pubblicato il 02 Aprile 2020 da valerio.sampieri
 

Jaufré Rudel

Dal Libano trema e rosseggia
su 'l mare la fresca mattina:
da Cipri avanzando veleggia
la nave crociata latina.
        A poppa di febbre anelante
sta il prence di Blaia, Rudello,
e cerca co 'l guardo natante
di Tripoli in alto il castello.

In vista a la spiaggia asiana
risuona la nota canzone:
"Amore di terra lontana,
per voi tutto il cuore mi duol".
        Il volo di un grigio alcione
prosegue la dolce querela,  
e sovra la candida vela
s'affligge di nuvoli il sol.

La nave ammaina, posando
nel placido porto. Discende
soletto e pensoso Bertrando, 
la via per al colle egli prende.
        Velato di funebre benda
lo scudo di Blaia ha con sè:
affretta al castel: - Melisenda
contessa di Tripoli ov'è?

Io vengo messaggio d'amore,  
io vengo messaggio di morte:
messaggio vengo io del signore
di Blaia, Giaufredo Rudel.   
        Notizie di voi gli fur porte,
v'amò vi cantò non veduta:
ei viene e si muor. Vi saluta,
Signora, il poeta fedel. -


La dama guardò lo scudiero
a lungo, pensosa in sembianti:
poi surse, adombrò d'un vel nero
la faccia con gli occhi stellanti:
        - Scudier, - disse rapida - andiamo.
Ov'è che Giaufredo si muore?
Il primo al fedele rechiamo
e l'ultimo motto d'amore. -

Giacea sotto un bel padiglione
Giaufredo al conspetto del mare:
in nota gentil di canzone
levava il supremo desir.
        - Signor che volesti creare
per me questo amore lontano,
deh fa che a la dolce sua mano
commetta l'estremo respir! -

Intanto co 'l fido Bertrando
veniva la donna invocata;
e l'ultima nota ascoltando
pietosa ristè su l'entrata:
        Ma presto, con mano tremante
il velo gettando, scoprì
la faccia; ed al misero amante
- Giaufredo, - ella disse, - son qui. -

Voltossi, levossi co 'l petto
su i folti tappeti il signore,
e fiso al bellissimo aspetto
con lungo sospiro guardò.
        - Son questi i begli occhi che amore
pensando promisemi un giorno?
E' questa la fronte ove intorno
il vago mio sogno volò? -

Sì come a la notte di maggio
la luna da i nuvoli fuora
diffonde il suo candido raggio
su'l mondo che vegeta e odora,
        tal quella serena bellezza
apparve al rapito amatore,
un'alta divina dolcezza
stillando al morente nel cuore.

- Contessa, che è mai la vita?
E' l'ombra d'un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
il vero immortale è l'amor.
        Aprite le braccia al dolente.
Vi aspetto al novissimo bando.
Ed or, Melisenda, accomando
a un bacio lo spirto che muor -

La donna su 'l pallido amante
chinossi recandolo al seno,
tre volte la bocca tremante
co 'l bacio d'amore baciò.
        E il sole dal cielo sereno
calando ridente ne l'onda
l'effusa di lei chioma biona
su 'l morto poeta irraggiò.

Giosuè Carducci (da Rime e ritmi)

 
 
 

Se la donna è bene che studi

Se la donna è bene che studi

Aristofane bizzarro artefice di commedie ne intitola una l'Ecclesiazuse, ovvero le donne al parlamento. Vengono esse in piazza abbigliate da uomo, e con barbe pasticce, e discorrono di farsi dare il governo della città, avendo in sè medesime fiducia di amministrar meglio il pubblico, di quello che si facciano molti uomini. Ordinano, che i denari si mettano in comune, e si facciano leggi, fondamento della loro nuova repubblica. È scherzo questo di Aristofane, ma pare a me che sia uno scherzo non del tutto ridicolo, ma in gran parte serioso, e che abbia voluto per avventura il poeta sotto la maschera del riso accennare, l'usurpazione degli uomini aver fatto si che le donne rimangano escluse dai governi, e dalle faccende politiche, del resto possedere esse da per se spirito e talento e teste, quando che sia, da governare, non che una casa, una città, e come si dice, anche un mondo. Non mancano gli esempi nella storia, e senza che io ne tessa qui un lungo catalogo, voi, virtuosi Accademici, il sapete ottimamente, quante si contino non solo le buone madri di famiglia, e savie matrone, e consorti prudentissime, ma grandi ancora nelle virtù politiche, ed eroiche, e d'animo virile, e magnanimo, Principesse, e Regine. Siccome dalla costa d'Adamo fu tratta, e fabbricata la donna, non poté non trarre alcun seme di quel generoso, e di quel forte, che nel petto dell'uomo s' annida. Mi meraviglio d'Aristotile, che nel principio della Politica dichiara la donna serva, e schiava dell'uomo, come con greca albagia fa il barbaro schiavo per natura del Greco. Oppongo allo Stagirita filosofo, l' Ebreo legislatore, organo dell'eterna verità, il quale dice, che Iddio la fece per aiutorio dell' uomo, a lui somigliante.
Chi non sa il coraggio delle Spartano le quali consegnando lo scudo a' figliuoli, che andavano alla guerra, raccomandavano loro, che sempre il tenessero in braccio nè mai vergognosamente l' abbandonassero con dire quel famoso, e certo motto, o con questo, o in questo, servendo lo scudo ai morti in battaglia di bara? Uno che dalla battaglia fuggisse nel riconoscevano per suo, nè per Ispartano; bramandolo anzi gloriosamente morto, che ignominiosamente salvo, non essendo per altro loro lasciata a grado la vita, che per l'onore, anima della vita. Alla novella del figliuolo caduto coll' armi in mano in servizio della patria, non gittavano esse pure una lagrima, sdegnando di mostrare una minima in quel caso femminil tenerezza: ma piene di baldanza e di gioia dicevano pel paese suo è morto, al paese io lo partorii. Fortunate le mie doglie! O buono, o prode, o fino Spartano, o veramente mio figlio! Donde procedevano, Signori miei amatissimi, queste voci? Questo maschio coraggio in petti donneschi onde nasceva? Dallo studiar che facevano le donne spartane fin da fanciulle, negli esercizi d' agilità, e di forza, i quali aveano col viril sesso comuni. Tanto più l' assuefazione l'educazione e lo studio. E per istudio intendo non quello che si fa su i libri, del quale mancavano gli Spartani mossi alla guerra, ma quello de'costumi, delle instituzioni civili, e delle buone e prudenti massime. Ben so, che Omero introducendo Andromaca col picciol bambino Astianatte in braccio, a dissuader Ettore dal cacciarsi tra nemici con dire, che la sua troppa bravura sarà cagione della sua morte, le fa rispondere francamente da quel valoroso, che vada, ed attenda a' suoi lavori, alle tele, ed alla conocchia (che non si vergognavano di tessere, e di filare ne' buoni antichi tempi le matrone) che a lui sarebbe stata a cuore, come suo proprio affare, la guerra; e ciò per sua riputazione e del paese. Ma questi stessi uffizi, che alle donne appartengono, e che precisamente toccano alle buone madri di famiglia, del sopra intendere a' lavori domestici, facendo lavorare, e lavorando anch'esse; del tirare innanzi la casa; e inoltre dell'allevare le figliuole, e i figliuoli, e del bene, per così dire, creargli, e fargli (negozio importantissimo, e di quella conseguenza, che ognun vede) non possono esse, siccome gli uomini, apparare dai libri de'savi, che ne ragionano, e dalle vite di quelle, che felicemente tutto ciò praticarono? Il libro di Senofonte, intitolato l'Economico, il quale per suo esercizio, e per bene della favorita sua lingua latina, dal greco traslatar volle Cicerone, della qual traduzione affatto perduta se ne conservano tuttavia alcuni preziosi frammenti presso Columella, non é egli pieno d' utilissimi precetti, e di regole santissimo pel buono incamminamento, e per la conservazione, e per l' accrescimento d' una casa? I doveri, che corrono tra padre e figliuolo, tra marito e moglie, ed altre domestiche obbligazioni, e buone osservanze economi che si sono con non minore puntualità, che eleganza, e saviezza descritti. Or come che ad esse donne destinate alla cura della famiglia e per mantenimento ancora, ed illibatezza del proprio decoro, non conviene molto l'andare attorno, e la maggior parte del tempo vengono a star ritirate, ed a guardare la casa, non sarà male il tramezzare i loro lavori con qualche studio che serva loro insieme e di divertimento e di profitto. Una Diotima fa pure la teologhessa nel convito di Platone, e discorre altamente della natura d'amore. Una Aspasia Ateniese sentì, pare a me, le lezioni di Socrate, e fu nell'arte del dire, che colla filosofia si perfeziona, maestra di Pericle, insigne oratore della sua repubblica, il quale possedeva una eloquenza fulminante. Ebbevi una Teano Pittagorica di cui si leggono, presso lo Stobeo, frammenti di filosofia morale; una Ipazia d' Alessandria, fanciulla, figliuola del matematico Teone, che leggeva pubblicamente nella professione del padre, menzionata nell'intitolazione di alcune di quei libri di Teone medesimo sopra l' Almascato di Tolomeo, che nella celebre libreria laurenziana il sereniss. Gran Duca, suo clementissimo Signore, e di questa Accademia protettore benignissimo, unicamente possiede. Delle donne filosofe ne fece un libro latino il Menagio, uomo di rara ed amena dottrina, nel quale per errore mise per Senese la sig.ra Selvaggia Borghini Pisana, onore del nostro secolo, e della più nobil filosofia, e della toscana sublime poesia singolare coltivatrice. Io tralascio le Veroniche Gambare, le Tullie d' Aragona, le Vittorie Colonna, le Battiferre Ammannate, le Faustine degli Azzi, ed altre molte, dell'antico, e del moderno tempo, che emularono nella leggiadria dei versi, ma nella bontà del costume superarono quella, che fu detta la decima musa, la graziosa ed amorosa Saffo. E quando esse rivolgano il loro stile a trattare argomenti, che contengano sentimenti d'amor coniugale, od onesto, o divino; non so vedere, perché esse non possano aspirare a guadagnarsi, come gli uomini, sublimità di gloria, ed eccellenza di fama. Oh questi studi di lettere le devieranno dalle loro principali obbligazioni, chiamandole a loro, e da quelle astraendole. Ma questo pericolo è ancora negli uomini, ai quali é biasimabile il trasandar per cagione della soverchia applicazione agli studi, i civili doveri, e le politiche incumbenze; il compire le quali, se essi bene attendono, è dalle medesime lettere consigliato che si possono dalla lettura degli amorosi, e degli allegri libri non solamente svagare, ma guastarsi nell'animo, e rovinarsi nel costume. E per questo Ovidio trattando de' rimedi della malattia d' amore, proibisce a chi non é ben sodo, e ben fermo la lettura de' Catulli, de' Properzii, de' Tibulli, degli Anacreonti, e degli altri, che possono co' graziosi loro detti seminare guasta passione, e rincrudire le mal saldate piaghe. Tanto adunque pende dal giudizio, e dalla scelta delle materie, e dagli autori da studiarsi; e inoltre dall'uso, e dal maneggio di quelli, che dalla disposizione di chi in essi medita, studia, o legge.
Ne usciranno esse dottore, e salamistre, e non ne potranno i buoni mariti con esso loro, riottose arroganti, superbe per lo studio divenute. Ma questo pure è difetto di chi studia male, e non usa bene lo studiato, o pure è di così malvagia indole, che il buono non gli fa pro, e ciò che dovrebbe servirgli d'alimento, gli si converte in veleno. Che se si studierà bene, e a fine di cavarne profitto, e di divenirne non solo più dotti, ma migliori; e se studieranno cose proprie delle figure, che uno fa nel mondo, e degli esercizi, in che Iddio ci ha posti, non vi ha ragione alcuna, che tanto alla donna, che all'uomo lo studiare non si convenga, essendo tanto l'uno, che l'altro d'ogni pulimento di dottrina, e d'ogni raffinamento capaci.

Anton Maria Salvini (Firenze, 12 gennaio 1653 - Firenze, 17 maggio 1729)
Da: Florilegio femminile compilato da Emanuele Rossi Volume Tezo Genova Presso l'Editore G.B. Ferrando 1841, pagg. 374-380

 
 
 

Brani di opere famose

Post n°4530 pubblicato il 31 Gennaio 2020 da valerio.sampieri
 

Ecco tre brani famosi, capaci di far riflettere:

"... e non parla con enfasi se non per magnificare tuttavia la sua ricca e scelta biblioteca. Ma quando egli mi va ripetendo con quella sua voce cattedratica ricca e scelta io sto lì lì per dargli una solenne smentita. Se le umane frenesie che col nome di scienze e di dottrine si sono iscritte e stampate in tutti i secoli e da tutte le genti si riducessero a un migliajo di volumi al più e' mi pare che la presunzione de' mortali non avrebbe da lagnarsi ..." (Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Garzanti, 1991, pag. 13)

"Non so mai di che nome voi altri saggi chiamiate chi troppo presto ubbidisce al proprio cuore: perchè di certo non è un eroe; ma è forse vile per questo? Coloro che trattano da deboli gli uomini appassionati somigliano quel medico che chiamava pazzo un malato, non per altro se non perch'era vinto dalla febbre. Così odo i ricchi tacciare di colpa la povertà, per la sola ragione che non è ricca. A me però sembra tutto apparenza; nulla di reale, nulla. Gli uomini non potendo per sè stessi acquistare la propria e l'altrui stima, si studiano d'innalzarsi, paragonando que' difetti che per ventura non hanno, a quelli che ha il loro vicino. Ma chi non si ubbriaca, perchè naturalmente odia il vino, merita egli lode di sobrio?".
(Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Garzanti, 1991, pag. 25)


"A questo proposito: vuoi tu darmi retta una volta? or che Dio mandò il compratore, vendi in corpo e in anima tutti i miei libri. Che ho da fare di quattro migliaja e più di volumi ch’io non so nè voglio leggere? Preservami que’ pochissimi che tu vedrai ne’ margini postillati di mia mano. O come un tempo io m’affannava profondendo co’ libraj tutto il mio! ma questa pazzia la non se n’è ita se non per cedere forse luogo ad un’altra.".
(Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Garzanti, 1991, pag. 32)

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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