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Messaggi del 30/01/2015

Il Dittamondo (5-28)

Post n°1162 pubblicato il 30 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XXVIII

O mondo, tu ci tieni a denti secchi
lo piú del tempo, dandoci speranza:
e, con questo, si muore o tu c’invecchi. 

Oh, quanto è folle qual prende baldanza, 
Fortuna, ne’ tuoi ben, che sempre giri 5 
la rota e dái e tolli a l’uom possanza! 
Sí come senza spin non cogli o miri 
rosa, cosí non è mortal diletto 
senza fatica, pensieri e sospiri. 
Signor non fu giá mai senza sospetto 10 
di sé o di suo stato; e s’altri è meno, 
vive in temenza, sé come suggetto. 
Dunque, che si dee far, se ’l mondo è pieno 
di vanitá, di lusinghe e di pene, 
e che dolce non ci è, senza veleno? 15 
Dessi fermare l’anima e la spene 
del tutto in Colui, ch’è sommo bono, 
fuggendo i vizi e operando il bene. 
Ed io, che ’n sí lontana parte sono 
e tra gente sí dispettosa e vile, 20 
ricovero a Lui per grazia e perdono: 
e, quanto posso, divoto e umile 
Lo prego che m’aiuti nel cammino 
e ch’io mi truovi, al fin, del suo ovile. 
Cosí dicea fra me, quando Solino 25 
indi si mosse e prese la sua via 
per un sentier boscoso e pellegrino. 
Come andavamo, gente acerba e ria 
trovammo assai di lungi da coloro 
dei quali ragionò la scorta mia. 30 
"Figliuol, diss’ello, sappi che costoro 
adoran li demoni de lo’nferno 
e qui è tutta la speranza loro. 
Fra questi, un’altra novitá dicerno, 
la qual voglio che noti, sí mi piace, 35 
se mai avièn che ne tinghi quaderno. 
Dico, qual prende sposa, ch’ella giace 
le prime notti con quanti ella vole 
e ciò ch’a lei diletta in tutto face. 
Dopo questo, il marito a sé la tole, 40 
lo qual vuol poi che sempre a lui si tegna 
pudica e casta in fatti e in parole". 
"Certo, diss’io, lo demonio l’insegna, 
a cui son dati, cosí trista legge; 
ma di cui fie il figlio, s’ella impregna?" 45 
"Colui, per cui ella si guida e regge, 
lo tien per suo e come vuol si vada 
né altri nol castiga né ’l corregge. 
Angile detti son per la contrada". 
"Angili no, diss’io, ma dimoni 50 
e, se piacer mi vuoi, tieni altra strada". 
Allor si mosse, senza piú sermoni, 
e con gran passi tanto gimmo avanti, 
ch’uscimmo fuori de le lor regioni. 
In questa parte sono i Gamfasanti, 55 
che negan le battaglie a lor podere: 
solo la pace piace a tutti quanti. 
In fra costoro non può rimanere 
né abitare alcuno forestieri; 
fuggon commercia a tutto lor sapere. 60 
Non per dritto cammin, ma per sentieri 
andavam sempre in verso l’oriente, 
ché di strade miglior non han pensieri. 
Noi trovammo, cercando, un’altra gente: 
questi son quei che dipinti veggiamo 65 
bestial del corpo e ciechi de la mente. 
"Oh, diss’io vèr Solin, seme d’Adamo, 
tanto natura di qua ti trasforma, 
ch’a pena mostri frutto del suo ramo!" 
Ond’ello a me: "Figliuol, prendi la forma 70 
de’ modi e de gli aspetti e oltra passa 
e, secondo che gli hai, li poni in norma. 
Da questa gente tanto vile e bassa 
noi ci vedremo in breve disciolti: 
Egipani li noma e star li lassa. 75 
Diretro da costor son quelli stolti 
Satiri, c’han men legge che le serpi, 
strani a veder di costumi e di volti". 
Poi trovammo, passati boschi e sterpi, 
gli Imantopodi e questi, quando vanno, 80 
portan le gambe e corron come serpi. 
Partiti noi da lor, con grave affanno 
giungemmo al fin di Libia e d’Etiopia, 
dove i Farusi, che fun d’Ercol, stanno. 
Qui mi disse Solin: "Quanto s’appropia 85 
a l’Africa per traverso e per lungo, 
tu n’hai del tutto, sí com’io, la copia. 
Quivi niente scemo né aggiungo; 
ma, perché siam tra l’Oceano e ’l Nilo, 
piú del passare innanzi non ti pungo: 90 
però ch’andando, come andiamo, a filo, 
noi daremmo del becco nel mar Rosso: 
e ciò sarebbe fuor d’ogni mio stilo". 
E io: "A la tua posta mi son mosso; 
quel cammin prendi che ti par piú destro, 
ché qui miglior consiglio dar non posso". 
Allor prese la via di vèr sinestro 
e, giunti in su la riva del bel fiume, 
trovammovi una barca col maestro,
che ne passò di lá per quelle schiume. 100
 
 
 

Chi l'ha ddetto?

Post n°1161 pubblicato il 30 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

 

Chi l'ha ddetto?

Só ttriste? Chi l'ha ddetto che só ttriste?
Mica, pe' ccaso, tu dichi così
sortanto perché só ch'ho dda morì?
Si schiatti, è ccome si ttogli 'na ciste;

si tu t'addormi, manco te n'accorgi,
perciò nun è che mm'ho da preoccupà,
'na vorta o l'artra a tutti ha da toccà.
Quelo che 'mporta, 'nvece, è cche risorgi

'gni vorta che t'abbatti, ma sei vivo.
A mme m'è ccapitato 'n sacco spesso
de véde cose che io nun capivo,

ma mmai me só ffermato, 'n ce só' ssanti.
Ma ccapoccione nun ce só ppiù e adesso
continuo fino a cche se pô annà avanti.

Valerio Sampieri
29 gennaio 2015

 
 
 

Mariotto Davanzati 16-20

Post n°1160 pubblicato il 30 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

XVI

[Sezione]

Agnolo da Urbino a Mariotto Davanzati

Facondissima lingua, ingegno oppimo,
leggiadra fantasia di spirto illustre,
degni a cantar el mio foco trilustre,
ch'a l'alta tema el dir mio è basso e imo,

stu se' fra noi, come si dice, el primo
(ché tanta grazia il cielo in te relustre),
fa' che per tua ragione mel dimustre,
quantunque alla gran fama me lo stimo.

Se tu fra noi se' 'l fonte di Pegàso,
innonde l'argumenti e 'l mio stile,
il qual già per dolcezza il cor n'estirpa;

dimmi s'amor ci viene a volo o a caso:
tu 'l sai, perché sta sempre in cor gentile.
Dimmelo, ispecchio e lume di tuo stirpa.


[Sezione]

Risposta di Mariotto Davanzati a Agnolo da Urbino

Fertil sonora lingua, ingegno esimo,
ornato e chiaro ispirto, che ne 'ndustre
a cerner rime qua' fra' fior ligustre,
tal che dificilmente el verso limo,

infimo fra noi Muse, e non sublimo,
mi sento in versi ed in sentenzie frustre,
pur per uscir di nuvole palustre
del bel vostro doagio alcun pel cimo.

Germina a caso amor nel nostro vaso
per oggetto conforme e signorile,
e più può sempre in cuor di degna stirpa.

Po', rivolto la mente onde Parnaso
s'invoca, e giunto l'esca col fucile,
par che tardi o non mai indi si stirpa.


XVII

Risposta di Mariotto a un sonetto gli mandò Agnolo da Urbino

Dal ciel dato mi fu, per quel comprendo,
che, quantunque el mie stil sia inetto e grecchio,
come 'l verso mi suona entro l'orecchio,
com'esca al fuoco per disio m'accendo.

Risposta tal qual so subito rendo,
bench'un pulcin mi truovi fra 'l capecchio
ravvolto, pur mi sforzo e m'apparecchio
d'imparar da chi sa e vuol, caendo.

Al messivo risposi, e s'appartene
a chi 'l vostro mi diè che 'n man vi vegna
la risposta, ch'i' fe' qual si convene.

Voi che portate de' cantor la 'nsegna
ringrazio, e l'opre vostre alte e serene,
che a scrivere a me non si disdegna.


XVIII

Giràn destri per cielo a vele e remi
e legni usati a solcar le sals'onde,
e 'l sole la sua via farà d'altronde,
e fieno i fiumi per gran piogge iscemi;

e 'nfondo al mare e pianeti supremi
e' pesci su per l'eminente fronde,
e sarà l'alba quando 'l sol s'asconde,
e 'l sommo Giove di Cerbero tremi;

Pirro, Cesare, Iscipio vili e pigri
saran nell'armi, e muto Cicerone,
Catone ingiusto, e pio Nerone e Silla;

dimestici fien draghi, aspidi e tigri,
gli uccei sanz'ale e sempre una stagione,
anzi che del mio amor manchi favilla.


XIX

Or son d'ogni tuo laccio, Amore, isciolto,
or mostrato hai l'ultima tuo potenza,
conosciuto ho or quel che 'n apparenza
la mente mi coprì, com'a te el volto.

Or mi ravveggo, anzi mi chiamo istolto,
ché, morendo, credevo morir senza;
secco è ogni frutto in me di tua semenza,
ché 'l nodo che tenea isdegno ha sciolto.

Ma come già per udirti in giullar m'ebbe,
sotto le false tue lusinghe, e 'nganni,
farò degli altri che 'l tuo impiro regge.

Po' che 'l sommo Pastor di me gl'increbbe,
che mi fé ravveder de' perduti anni,
curo te poco e meno ogni tuo legge.


XX

Solo en più folti e disusati boschi,
nelle più aspre e più diverse piagge,
non gente uman, ma bestie aspre e selvagge,
fra torbidi burrati, in colli foschi

mi fermo, o lasso!, pien di mille toschi,
che 'n fra' sospir convien ch'ognora assagge;
qui ciascun suo dolore el cor sottragge,
qui par che 'l suo novo stato conoschi.

Veggo le fiere e gli uccellett'a coppia
cantando prender l'amoroso seme,
che par ch'ogni pensier del cor ne sgombre.

Poi, rivolto al mio stato, el pianto addoppia,
e, crescendo el disir, manca la speme;
onde l'alma vuol ir fra le nere ombre.

 
 
 

Della Casa 08: sonetti

Post n°1159 pubblicato il 30 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

XXXVI

La bella Greca, onde 'l pastor Ideo
in chiaro foco e memorabil arse,
per cui l'Europa armossi, e guerra feo,
e alto imperio antico a terra sparse;

e le bellezze incenerite e arse
di quella, che sua morte in don chiedeo;
e i begli occhi e le chiome a l'aura sparse
di lei, che stanca in riva di Peneo

novo arboscello a i verdi boschi accrebbe;
e qual altra, fra quante il mondo onora,
in maggior pregio di bellezza crebbe,

da voi, giudice lui, vinta sarebbe,
che le tre dive (o sé beato allora!)
tra' suoi be' colli ignude a mirar ebbe.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 35 (pag. 18)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 287

Note:
Sonetto de'più belli che abbia l'italiana poesia, e condotto con disordine artifiziosissimo. Efficacissima l'esclamazione del penultimo verso. La donna che il pastorello trojano avrebbe preferita a Venere è Lisabetta Quirini, di cui abbiamo detto. Anche questo ha riscontro in quello del Bembo: Se stata foste voi sul colle Ideo.
(Carrer, cit., pag. 307)



XXXVII

Or piagni in negra vesta, orba e dolente
Venezia, poi che tolto ha Morte avara
dal bel tesoro, onde ricca eri e chiara,
sì preziosa gemma e sì lucente.

Ne la tua magna, illustre, inclita gente,
che sola Italia tutta orna e rischiara,
era alma a Dio diletta, a Febo cara,
d'onor amica e 'n bene oprar ardente.

Questa, angel novo fatta, al ciel sen vola,
suo proprio albergo, e 'mpoverita e scema
del suo pregio sovran la terra lassa.

Bene ha, Quirino, ond'ella plori e gema
la patria vostra, or tenebrosa e sola,
e del nobil suo Bembo ignuda e cassa.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 36 (pag. 19)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 288

Note:
Per la morte del Bembo, e diretto a Girolamo Quirini.
(Carrer, cit., pag. 307)



XXXVIII

Vago augelletto da le verdi piume,
che peregrino il parlar nostro apprendi,
le note attentamente ascolta e 'ntendi,
che madonna dettarti ha per costume.

E parte dal soave e caldo lume
de' suoi begli occhi l'ali tue difendi;
ché 'l foco lor, se, com'io fei, t'accendi,
non ombra o pioggia, e non fontana o fiume,

né verno allentar pò d'alpestri monti:
ed ella, ghiaccio avendo i pensier suoi,
pur de l'incendio altrui par che si goda.

Ma tu da lei leggiadri accenti e pronti,
discepol novo, impara, e dirai poi:
Quirina, in gentil cor pietate è loda.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 37 (pag. 19)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 289

Note:
Pel pappagallo di Lisabetta Quirini. E così pure il seguente. Molti sono i poeti, anche di chiaro nome, che trattarono simile soggetto; ma mi contento di accennare un sonetto del Tasso, che incomincia Quel prigioniero augel, per chi amasse di paragonarlo al secondo del Casa.
(Carrer, cit., pag. 307)



XXXIX

Quel vago prigionero peregrino,
ch'udendo vostra angelica parola
sua lontananza e suo carcer consola
(e 'n ciò men del mio fero have destino),

Permesso tutto e 'l bel monte vicino
vincer potrà non pur Calliope sola:
da sì dolce maestra e 'n tale scola
parlar ode e impara alto e divino.

Ben lo prego io ch'attentamente apprenda
con quai note pietà si svegli, e come
vera eloquenza un cor gelato accenda.

Si dirà poi, ché tra sì bionde chiome
e 'n sì begli occhi Amor giamai non scenda:
questo è notte e veneno al vostro nome.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 38 (pag. 20)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 290



XL

Come vago augelletto fuggir sòle
poi che scorto ha 'l lacciuol tra i verdi rami,
così te fugge il cor, né prender vòle
esca sì dolce fra sì pungenti ami.

Come augellin, ch'a suo cibo sen vole,
così par ch'egli a me ritornar brami,
sì 'l colpo ond'io 'l ferì ' diletta e dole:
e fol, perché 'l mio mal gioia si chiami.

Ma la nemica mia perché non piaga
lo stral tuo dolce? e ben fôra costei
di sì forte arco e di chi 'l tende onore.

Pensier selvaggi, adamantino core
non adesca piacer, né punge piaga,
né visco intrica o rete occhi sì rei.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 39 (pag. 20)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 291

Note:
Dialogo fra il Poeta e Amore: del primo sono la prima quartina e il primo terzetto. Nel verso quarto sembra uscir di metafora, ricordando gli "ami" quando si parla d' augello. Lo difende il Casoni allegando un passo di Virgilio, AEn. I, 467, ove "amo" vale maglietta.
(Carrer, cit., pag. 307)

 
 
 

Il Dittamondo (5-27)

Post n°1158 pubblicato il 30 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XXVII

O sommo Padre, al qual di render grazia
del ben che Tu m’hai fatto e che mi fai
l’anima mia non sempre n’è sazia, 

Te, Signor, lodo, che non fatto m’hai 
di quei miseri sconci, ch’io dico ora, 5 
e d’altri molti che di lá trovai. 
Solino in verso me si volse allora, 
dicendo: "Vienne, ché, poi che gli hai visti, 
perdesi il tempo, se piú si dimora". 
E cosí ci partimmo da quei tristi, 10 
passando per luoghi oscuri e solinghi, 
boscosi molto e di paura misti. 
Qui vo’, pintor, s’avièn che pennel tinghi 
per disegnar questo luogo silvano, 
che sopra il Nilo un’isola dipinghi, 15 
ne la fine d’Egitto, il piú lontano, 
che da Canopo, giá quivi sepulto, 
fu nominata pria Canopitano. 
E per ben farti intendente e astulto, 
quanto puoi trova dritto ad Atalante: 20 
per quel paese boscoso e occulto 
abitan genti, una e altra, tante, 
ch’è maraviglia; ma queste non hanno 
ordine o modo alcun d’uom, per sembiante. 
Niun propio vocabolo dir sanno, 25 
niuno special nome; e per lor vita 
sicuri tutti gli animali stanno. 
Questa contrada, la qual qui s’addita, 
posta si vede sotto la zona usta 
e per le grotte la gente è smarrita. 30 
Cosí passando la terra combusta, 
trovammo nel piú stremo altra genti 
ne l’atto assai piú acerba e robusta. 
Qui si fermò Solin con passi attenti, 
dicendomi: "Costor fa che tu noti. 35 
che ’l piú vivon di carne di serpenti. 
Di ogni amor, d’ogni pietá son vôti; 
per le spilonche li vedi abitare 
cosí come orsi e per luoghi remoti. 
Muovon le labbra, nel lor ragionare, 40 
al modo de le scimie e cosí stridi 
gettan fra lor, quando son per parlare. 
E voglio ancor che per certo ti fidi 
ch’una pietra hanno, ch’è tutta lor gloria, 
che execontaliton nomar giá vidi. 
E qui mi fece appunto memoria 
de’ color suoi e sí de la natura, 
come la pone dentro a la sua storia. 
Tanto a l’udir fu nova la figura,che in l’animo pensai: 
Egli è ragione 50 
che l’abbian cara, tanto al dire è scura. 
Ed el, pur seguitando il suo sermone: 
"Trogoditi questa gente si dice, 
come tu puoi saper da piú persone". 
Così cercando il paese infelice, 55 
tra ’l Nilo e ’l monte, in verso il sen d’Arabia, 
dove Etiopia serra le pendice, 
gente trovammo di sí scura labia, 
ch’a riguardare i corpi e’ lor costumi, 
non so ch’al mondo di piú strani v’abia. 60 
Quando li vidi, tal miracol fumi, 
che stupefatto a Solino mi volsi, 
ch’era la luce di tutti i miei lumi. 
Quel mi guardò, sí come parlar volsi, 
e disse: "Non temer; fa che ’l cuor deste, 65 
che ’l sangue per le vene torni a’ polsi. 
Questa gente, che vedi senza teste, 
e ch’an la bocca e gli occhi dentro a’ petti, 
non son per danno altrui né per tempeste. 
Guarda e passa oltra e fa che ti diletti 70 
d’averli visti e forma in fra te stesso 
l’abito, la grandezza e gli altri aspetti". 
"Non per tema, diss’io, di loro adesso 
mostrai smarrito; tanto m’hai sicuro, 
ch’alcun non temo, quando ti son presso. 75 
Ma ’l subito vedere e ’l loco scuro 
maravigliar mi fe’; ma non ti grevi 
dirmi il lor nome, ché d’altro non curo". 
Ed ello a me: "Nominati son Brevi 
per altrui e per me: e questo è giusto, 80 
se ben li guardi e che vuoi dir rilevi". 
E io: "Se la natura avesse al busto 
la testa aggiunta, parrebbon giganti, 
tanto hanno lungo e lato l’altro fusto". 
Cosí parlando, passavamo avanti, 85 
andando lungi dai lor freddi stalli, 
che per le grotte ne parean cotanti. 
E come mostran li Tedeschi e i Galli 
comunalmente de la carne bianchi, 
cosí costor come oro sono gialli: 90
per ch’io non vidi mai sí novi granchi.
 
 
 

Della Casa 07: rime

Post n°1157 pubblicato il 30 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

XXXI

Le bionde chiome, ov'anco intrica e prende
Amor quest'alma, a lui fidata ancella,
ferro recide, e sempre ver' me fella
e scarsa man quel sì dolce oro offende.

Né di tanto splendor priva, m'incende
con men cocente o men chiara facella
l'alma mia luce; e fa sì come stella
che con l'ardente crin fiammeggia e splende,

né, quello estinto, men riluce poi,
né men co' i propri rai nuda le notti
per lo sereno ciel arde e sfavilla.

Non è franco il mio cor, lasso, interrotti
i saldi e infiammati lacci suoi:
né de l'incendio mio spenta è favilla.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 31 (pag. 16)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 279


XXXII

Arsi; e non pur la verde stagion fresca
di quest'anno mio breve, Amor, ti diedi,
ma del maturo tempo anco gran parte:
libertà cheggio, e tu m'assali e fiedi,
com'uom ch'anzi 'l suo dì del carcer esca;
né prego valmi, o fuga, o forza, od arte.
Deh qual sarà per me secura parte?
qual folta selva in alpe, o scoglio in onda
chiuso fia, che m'asconda?
e da quelle armi, ch'io pavento e tremo,
de la mia vita affidi almen l'estremo?

Ben debb'io paventar quelle crude armi
che mille volte il cor m'hanno reciso,
né contra lor fin qui trovato ho schermo
altro che tosto pallido e conquiso
con roca voce umil vinto chiamarmi.
Or che la chioma ho varia, e 'l fianco infermo,
cercando vo selvaggio loco ed ermo,
ov'io ricovri, fuor de la tua mano:
ché 'l più seguirti è vano,
né fra la turba tua pronta e leggera
zoppo cursore omai vittoria spera.

Ma, lasso me, per le deserte arene,
per questo paludoso instabil campo,
hanno i ministri tuoi trovato il calle;
ch'i' riconosco di tua face il lampo
e 'l suon de l'arco, ch'a piagar mi vène:
né l'onda valmi, o 'l giel di questa valle,
né 'l segno è duro, né l'arcier mai falle.
Ma perch'età cangiando, ogni valore
così smarrito ha 'l core
com'erba sua virtù per tempo perde,
secca è la speme, e 'l desio solo è verde.

Rigido già di bella donna aspetto
pregar tremando e lacrimando volli,
e talor ritrovai ruvida benda
voglie e pensier coprir sì dolci e molli,
che la tema e 'l dolor volsi in diletto.
Or chi sarà che mia ragion difenda?
o i miei sospiri intempestivi intenda?
Roca è la voce, e quell'ardire è spento;
e agghiacciarsi sento
e pigro farsi ogni mio senso interno,
com'angue suole in fredda piaggia il verno.

Rendimi il vigor mio, che gli anni avari
tosto m'han tolto, e quella antica forza
che mi fea pronto, e questi capei tingi
nel color primo, che di fuor la scorza
come vinto è quel dentro non dichiari;
e atto a guerra far mi forma e fingi,
e poi tra le tue schiere mi sospingi,
ch'io no 'l recuso, e 'l non poter m'è duolo.
Or nel tuo forte stuolo
che face più guerrer debile e veglio?
Libero farmi il tuo fôra e 'l mio meglio.

Le nubi e 'l gielo e queste nevi sole
de la mia vita, Amor, da me non hai,
e questa al foco tuo contraria bruma:
né grave esser ti dee, che frale omai
lungi da te con l'ali sciolte i' vole.
Però che augello ancor d'inferma piuma
a quella tua, che in un pasce e consuma,
esca fui preso: e ben dee viver franco
antico servo stanco
suo tempo estremo almen là dove sia
cortese e mansueta signoria.

Ma perché Amor consiglio non apprezza,
segui pur mia vaghezza,
breve canzone, e a madonna avante
porta i sospiri di canuto amante.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Canzone 1 (pag. 32)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 280

Note:
Parla il Bembo con molta lode di questa canzone in una lettera a Girolamo Quirini. Si vede scritta in età matura. E quand'anche ciò non si dicesse dall'autore in più luoghi, si farebbe palese per la continua perfezione dello stile e del verseggiare.
St. 1, v. 2. Anno breve è detto per vita; come "dì" nello stesso significato.
St. 2, v. 7; e st. 3, v. 1-2. Selvaggio loco devesi intendere per inabitato. Paludoso instabil campo, ec, fa credere al Quattromani che il poeta voglia qui parlare di Murano ove abitava; al Menagio sembra con queste parole descritta Venezia, ed è forse meglio, dacchè accenna subito dopo al suo innamoramento. O che forse la Cammilletta era di quell'isola, ciò che non sappiamo. Potrebbero studiarsi a questo fine i primi quattro versi della strofa quarta.
St. 3, v. 7. Falle per falla. Solite licenze domandate dalla rima. Ma questa è notabile, usandosi cambiare più volentieri l'ultima vocale nei congiuntivi che negl'indicativi. Il Tasso però nel sonetto Quel d'eterna beltà raggio lucente (quarantesimo degli amorosi ) ha nell' ultimo verso vole per vola.
(Carrer, cit., pag. 314)



XXXIII

Ben veggo io, Tiziano, in forme nove
l'idolo mio, che i begli occhi apre e gira
in vostre vive carte, e parla e spira
veracemente, e i dolci membri move;

e piacemi che 'l cor doppio ritrove
il suo conforto, ove talor sospira,
e mentre che l'un volto e l'altro mira,
brama il vero trovar, né sa ben dove.

Ma io come potrò l'interna parte
formar giamai di questa altera imago,
oscuro fabro a sì chiara opra eletto?

Tu Febo (poi ch'Amor men rende vago),
reggi il mio stil, che tanto alto subietto
fia somma gloria a la tua nobil arte.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 32 (pag. 17)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 284

Note:
Lisabetta Quirini fu gentildonna famosa per bellezza, o che tale la tramandarono alla posterità il pennello di Giovan Bellini e di Tiziano, e i panegirici degli innamorati. Era sorella a Girolamo Quirini, grande amico del Casa, che gli confidava i suoi amorazzi colla Cammilletta. Messer Girolamo, a cui non piaceva la ignobile tresca, volle trovargli cosa più fine di sua mano (Lettere al Gualteruzzi, X), e il condusse a far visita alla sorella. Marcantonio Flamminio aveva sviato il Casa da quella conoscenza, sotto spezie di carità; carità di volpe, perchè anche il Flamminio viveva innamorato di Madonna. Coloriva di onestà la sua gelosia, "ricordando con quanta gravità convenga stare un Legato, e che non sta bene a tor le innamorate al prossimo"; ma monsignore faceva il sordo (ut supra, IV). Si mise nella buona grazia di Madonna, vendicandosi del poco leale consigliero (ut supra, XVI); e prese ristoro nella conversazione di lei dalle controversie con Sebastiano Venier sopra le immunità ecclesiastiche, e dalle polemiche vergeriane. La cantò idolo suo, dipinta da Tiziano; come dipinta dal Bellino era stata cantata dal Bembo: e le due poesie stanno in ragione della fama de' due pittori. Il ritratto del Tiziano, ricordato dal Vasari ad una col sonetto del Casa (Vita di Tiziano), trovavasi in Roma, per testimonianza del Menagio, e una copia in Venezia appresso i Padovani pittori. Il sonetto del Bembo pel quadro del Bellino comincia: O immagine mia celeste e pura. Altro ne fece il Bembo sullo stesso argomento: Son questi que'begli occhi, ec.: e il Casa pure continuò con quell'altro: Son queste, Amor, le vaghe trecce bionde, XXXIII della nostra raccolta; e non avrebbe cessato, se più gravi studj non lo avessero costretto a far tregua con le Muse e con Tiziano. (Lettere al Gualteruzzi, XXV). Ora vengo, ch'è tempo, ai sonetti. Fu censurato dal Menagio nel v. 5 del primo il doppio messo a lato al cuore per modo da lasciar dubitare che ne sia l' aggettivo: il Menagio ha ragione, ed è uno degl'innumerabili esempi dell' avvertenza che aver si vuole nella collocazione delle parole in una lingua, com'è la nostra, che, distinguendo i casi cogli articoli, non soffre molte costruzioni naturalissime alla latina. Noto nel secondo il "breve carta", in luogo di breve tela o simile, che si legge nel primo verso della prima terzina: i commentatori ne tacciono.
(Carrer, cit., pag. 305)



XXXIV

Son queste, Amor, le vaghe trecce bionde,
tra fresche rose e puro latte sparte,
ch'i' prender bramo, e far vendetta in parte
de le piaghe ch'i' porto aspre e profonde?

È questo quel bel ciglio, in cui s'asconde
chi le mie voglie, com'ei vuol, comparte?
Son questi gli occhi, onde 'l tuo stral si parte?
né con tal forza uscir potrebbe altronde.

Deh chi 'l bel volto in breve carta ha chiuso?
cui lo mio stil ritrarre indarno prova:
né in ciò me sol, ma l'arte inseme accuso.

Stiamo a veder la meraviglia nova,
che 'n Adria il mar produce, e l'antico uso
di partorir celesti Dee rinova.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 33 (pag.17)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 285


XXXV

L'altero nido, ov'io sì lieto albergo
fuor d'ira e di discordia acerba e ria,
che la mia dolce terra alma natia
e Roma dal penser parto e dispergo;

mentr'io colore a le mie carte aspergo
caduco, e temo estinto in breve fia,
e con lo stil ch'a i buon tempi fioria
poco da terra mi sollevo ed ergo,

meco di voi si gloria: ed è ben degno,
poi che sì chiare e onorate palme
la voce vostra a le sue lodi accrebbe.

Sola per cui tanto d'Apollo calme,
sacro cigno sublime, che sarebbe
oggi altramente d'ogni pregio indegno.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 34 (pag. 18)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 286

Note:
Risponde a un sonetto del Bembo, che incomincia: Casa, le cui virtuti han chiaro albergo. Spira da questo sonetto l'alta stima in cui il Bembo era tenuto dal Casa, che l'imitò frequentissimamente, e sempre imitandolo il migliorava. Asperger colore alle carte è frase leggiadra e insolita, quando direbbesi ordinariamente, e secondo l'autorità de'dizionarj, aspergere di colore le carte. La voce vostra (v. 11.), allude alle poesie del Bembo: potrebbe anche stare per la lingua, di cui il prelato veneziano fu assai benemerito.
(Carrer, cit., pag. 307)

 
 
 
 
 

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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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