
COSTRUIRE IL PCL O “DESTRUTTURARLO”?
Cari/e compagni/e
come potete vedere in fondo al testo, alcuni compagni del coordinamento nazionale del mcPCL, presentatori o sostenitori di alcuni emendamenti al testo in discussione per la nostra assemblea nazionale dei delegati, annunciano pubblicamente sul giornale della Rete dei comunisti Contropiano “l’apertura di una battaglia politica basata sulla critica serrata ed esplicita agli irrigidimenti ideologici tanto all’interno del Pcl quanto a quelli (speculari e sostanzialmente equivalenti) delle altre componenti della sinistra non istituzionale, nostri potenziali interlocutori. Questa battaglia politica si sostanzia nella pratica di una nuova e diversa fase costituente (sottolineatura nostra) del Pcl che parta proprio dall’apertura di un confronto critico tra quanti ritengono necessaria la sostanziale ridefinizione dell’approccio teorico pratico dei comunisti rivoluzionari…”. Da qui “i molti compagni del PCL che condividono queste brevi note si impegnano a costruire momenti concreti di dibattito politico volti da un lato a destrutturare posizioni politiche identitarie e dall’altro ad attivare una fase costituente del movimento che, restituendo a questo termine la sua antica nobiltà lo porti ad essere luogo d’innovazione teorico-pratica… non identificabile nè in un indistinto "abbracciamoci " nè in un accodamento ai detentori di verità proprie del ciclo di lotte alle nostre spalle”.
In altre parole, e più semplici, i compagni “emendatari” annunciano di fatto la propria costituzione in “frazione pubblica” del mcPCL, impegnata a “destrutturare” l’attuale movimento per rifondarlo su basi diverse. Di più: decidono di annunciare la scelta non ai compagni del mcPCL ma ad un'altra organizzazione politica. E questo al piede di partenza del percorso nazionale di discussione interna del nostro movimento.
Questo fatto, e il contenuto delle posizioni espresse nell’articolo, richiedono per parte nostra alcune considerazioni di fondo molto chiare, di metodo e di merito.
UN METODO INACCETTABILE
Nel metodo consideriamo profondamente scorretto il comportamento tenuto e gravemente dannoso per l’insieme del mcPCL.
I compagni “emendatari”, che avevano significativamente votato contro il testo nazionale per la conferenza, avevano il dovere e il diritto di presentare un proprio testo alternativo al dibattito del mcPCL: entro un confronto libero e trasparente che avrebbe dato a tutti i compagni la possibilità di conoscere la reale profondità delle divergenze. Peraltro proprio per consentire il libero esercizio di questa facoltà di proposizione alternativa, avevamo noi stessi proposto in sede di coordinamento nazionale (dopo il voto contrario dei compagni “emendatari” sul testo) un'apposita modifica del regolamento originario dell’assemblea. Modifica approvata, accolta dai compagni che avevano sostenuto gli emendamenti in questione nel voto di questo dispositivo e respinta da altri membri del CN, contrari agli emendamenti.
Ebbene, i compagni della minoranza hanno esattamente capovolto questa elementare logica democratica.
Da un lato, pur avendo votato contro il testo nazionale, hanno evitato di presentare un testo alternativo, mascherando di fatto la propria contrapposizione dietro l’apparenza di emendamenti “correttivi” e dunque rinunciando ad un assunzione di responsabilità e di chiarezza all’interno del mcPCL.
Dall’altro lato hanno aperto una battaglia politica ”pubblica” contro la linea proposta dal coordinamento nazionale del mcPCL in vista della imminente conferenza. Ed hanno scelto di farlo sul giornale di un’altra organizzazione, in occasione di una sua assemblea nazionale ed in aperta contrapposizione all’intervento del compagno Marco Ferrando, quale portavoce del mcPCL, sul numero precedente di Contropiano. Quindi con la ricerca della massima visibilità della propria contrapposizione all’orientamento del mcPCL e con la propria autoproposizione pubblica di soggetto politico interlocutore, parallelo e alternativo. Capiamo la soddisfazione con cui un organizzazione politica “concorrente” ha prontamente ospitato l’attacco al mcPCL sul proprio giornale. Capiamo meno l’incredibile disinvoltura con cui tre dirigenti del nostro movimento hanno messo tutto il mcPCL e tutti i nostri compagni di fronte al fatto compiuto di una contrapposizione pubblica, nel momento stesso in cui si sono sottratti alla responsabilità di una proposta alternativa interna. O meglio, lo capiamo solo nell’ottica purtroppo dichiarata del loro testo: quella di “destrutturare” l’attuale mcPCL nel nome di "una sua nuova e diversa fase costituente …”. In altre parole, e più semplici, l’ottica dello sparigliamento di quanto sinora abbiamo costruito nel nome di un’imprecisata “innovazione teorica pratica”.
LA RIMOZIONE DELLO STALINISMO
Nel merito, il testo dei tre compagni conferma e chiarisce, effettivamente, la profonda distanza con l’impostazione programmatica di principio su cui abbiamo fondato e avviato il mcPCL. I quattro punti programmatici del mcPCL vengono formalmente onorati e liquidati in 5 righe: con la precisazione significativa che andrebbero riferiti alla “situazione contingente del nostro paese” (!?). Nei fatti l’intero testo rimuove alla fondamenta il significato stesso dei quattro punti programmatici: quello della rottura con lo stalinismo, con la sua politica novecentesca e con la politica cui oggi si richiamano, in varie forme, i partiti e le tendenze eredi di quella tradizione nelle diverse parti del mondo.
Il bilancio del novecento che viene evocato nel testo è infatti la negazione stessa del bilancio. Da un lato si rivendica indistintamente l’esperienza "comunista" del novecento, complessivamente intesa, come storia di rivoluzione e di liberazione. Dall’altro si afferma che oggi, con “il modificarsi delle contraddizioni” tutte “le grandi opzioni teoriche del novecento, dal socialismo in un solo paese alla rivoluzione permanente …” sarebbero indistintamente ”esaurite”, e che dunque occorre evitare ogni “arroccamento ideologico…su prospettive superate dai fatti”.
Non potrebbe esservi confusione più grande.
Il Novecento non è stato solo l’esperienza, pur straordinaria, di grandi rivoluzioni proletarie, di resistenze antifasciste, di movimenti di liberazione anticoloniali. E‘ stata anche l’esperienza del loro tradimento o degenerazione da parte di partiti e apparati che, dagli anni trenta, le hanno subordinate agli interessi materiali di una casta burocratica privilegiata. O vogliamo forse accomunare in un indistinto slancio retorico (quello sì “propagandistico”) il potere dei soviet e il regime staliniano che lo distrusse; la grande rivoluzione spagnola e il massacro di anarchici e poumisti; l’eroica resistenza partigiana e la politica di unità nazionale del PCI inclusa l’amnistia per i fascisti; l’occupazione delle fabbriche nel maggio francese del 68 e l’accordo tra il PCF e De Gaulle; l’ascesa dell’autunno caldo e il compromesso storico del PCI; le ricorrenti sollevazioni popolari in paesi coloniali e semicoloniali (come l’Irak) e la loro subordinazione ai blocchi con le borghesie nazionali, a tutto vantaggio di correnti reazionarie o fondamentaliste? E persino là dove la sollevazione di massa e la forza popolare hanno imposto, in condizioni eccezionali, la rottura con il capitalismo consentendo grandi conquiste sociali (come in Cina o Vietnam), davvero si può evitare il bilancio della storia post rivoluzionaria di quelle società, sotto il dominio di dittature burocratiche che oggi stanno gestendo la restaurazione più selvaggia del capitalismo contro milioni di operai e contadini? Naturalmente si può ignorare tutto questo e parlare indistintamente dei” comunisti del Novecento” e della loro gloria. Ma così si finisce, paradossalmente nel nome del “nuovo”, col riproporre la più vecchia delle mitologie: e per di più nel momento storico in cui il crollo dello stalinismo su scala mondiale segna la loro disfatta.
I QUATTRO PUNTI PROGRAMMATICI SONO …” UN’ OPZIONE ESAURITA”?
Ma soprattutto è significativo che la clamorosa rimozione del bilancio dello stalinismo conviva con la sentenza del ”esaurimento” di tutte “ le grandi opzioni teoriche “ del Novecento. In altri termini quello stesso comunismo novecentesco che è stato indistintamente esaltato viene oggi indistintamente seppellito: le vittime con i carnefici, il programma della rivoluzione con quello della controrivoluzione. Disgraziatamente questa sentenza dell’ ”esaurimento” di tutte le opzioni è una liquidazione teorizzata dell’appello con i 4 punti programmatici fondativi del mcPCL e quindi di quel primo vero bilancio, a positivo, del Novecento che essi contengono. Un bilancio che non riguarda il passato ma il futuro del nostro movimento, la sua azione , il suo programma .
Quando abbiamo posto alla base del mcPCL l’appello con i 4 punti programmatici lo abbiamo fatto, testualmente, per “recuperare e attualizzare il patrimonio programmatico del marxismo rivoluzionario riscattandolo dalla lunga rimozione teorica e pratica di cui è stato oggetto da parte della socialdemocrazia e dello stalinismo”. Lo abbiamo fatto dunque, dichiaratamente, per recuperare il filo storico di “un’opzione” certo sconfitta nella storia del Novecento con esiti tragici per il movimento operaio internazionale; ma che proprio il bilancio di quanto è avvenuto e il contesto storico d'oggi rendono straordinariamente attuale e vitale, su scala nazionale e internazionale.
Altro che “opzione esaurita”! Perché “le nuove contraddizioni” seppellirebbero i vecchi principi? Semmai è vero l’opposto. In un nuovo contesto mondiale segnato dalla crisi capitalistica, dall’esaurimento di uno spazio storico riformistico, dall’omologazione di vecchi apparati riformisti e sindacali alla gestione governativa delle controriforme sociali e delle guerre imperialiste, nulla è più attuale e vitale che recuperare e attualizzare quei principi del marxismo rivoluzionario che per mezzo secolo socialdemocrazie e stalinismo hanno calpestato: l’esigenza di partiti comunisti e di un internazionale rivoluzionaria basati sulla rigorosa opposizione ad ogni governo borghese, sulla rivendicazione di un'alternativa di potere della classe operaia e delle masse oppresse nella forma della loro autorganizzazione democratica e consiliare, sulla necessità di elaborare in ogni lotta di massa sistemi di rivendicazioni transitorie che riconducano gli obbiettivi immediati agli scopi finali. Non si tratta, come è ovvio, di un programma esaustivo, nè del surrogato di un' “analisi concreta della situazione concreta” sempre necessaria e preziosa; tanto meno di un surrogato dell’analisi della nuova composizione di classe su cui non a caso il nostro documento per la conferenza nazionale si diffonde a lungo. Si tratta della cornice dei principi di fondo e degli orientamenti strategici entro cui sviluppare il programma, aggiornare l’analisi, articolare l’azione. Viceversa contrapporre l’analisi concreta a quei principi considerati “esauriti” o, teorizzare il loro valore nazionale e per di più "contingente", significa andare in mare senza bussola e finire inevitabilmente sugli scogli. Perché se è vero che la bussola di per sè non garantisce il raggiungimento della metà, è ancora più vero che gettare in mare la bussola garantisce certamente il naufragio. Specialmente quando il mare è tempestoso.
Del resto non è esattamente ciò che è accaduto, in tempi migliori, a tante imprese politiche che, come i compagni “emendatari”, sentenziavano l’”esaurimento” dei “vecchi” principi della politica rivoluzionaria nel nome del ”nuovo”? Sono almeno 35 anni che, in forme diverse, gruppi dirigenti o intellettuali delle varie aree dell'estrema sinistra italiana continuano a denunciare, come un disco rotto, ogni riferimento al leninismo e alla sua continuità rivoluzionaria come “archeologia ideologica”, “inservibili ferri vecchi”, “verità superate o dispute inutili”. Vogliamo accodarci, da ultima ruota del carro, a questa interminabile litania che ha prodotto solo fallimenti o vogliamo finalmente costruire qualcosa di … “nuovo”?
UNA PROPOSTA VELLEITARIA E DISTRUTTIVA
Nel loro affondo contro “l’arroccamento ideologico, le verità superate, l’approccio scolastico dogmatico e settario” del mcPCL, i compagni trascurano di indicare, esplicitamente, la natura concreta della loro proposta alternativa. Tuttavia essa emerge, con sufficiente chiarezza, dall’insieme dei loro argomenti: è la proposta dell’ ”unità dei comunisti”. Ma unità su cosa è con chi? Come mcPCL noi abbiamo rivendicato dall’inizio la più ampia unità di tutti i compagni disponibili, al di là delle diverse provenienze e dei diversi percorsi, nella costruzione di un partito comunista rivoluzionario: per questo abbiamo combinato la massima apertura, fuori da ogni settarismo, con la massima fermezza sui quattro punti programmatici, a partire dall’antistalinismo. I compagni rovesciano l’intera impostazione: i principi programmatici diventano un riferimento "contigente", e ciò che rimane sul campo è la ricerca confusa di una aggregazione con soggetti od organizzazioni che respingono un’aggregazione su una base programmatica marxista rivoluzionaria (i 4 punti appunto), spesso nel nome di una eredità staliniana. La stessa scelta del giornale Contropiano come luogo e occasione di una contrapposizione pubblica alla linea del mcPCL ci pare emblematica di questo orientamento. Purtroppo di tratta di un orientamento potenzialmente letale per il nostro movimento .
Non è un pregiudizio, ma un fatto: tutte le organizzazioni della cosiddetta sinistra non istituzionale respingono, ad oggi, i nostri punti programmatici, singolarmente e nel loro insieme. La Rete dei comunisti teorizza e pratica la separazione tra attività sindacale (programma minimo) e linea politica, sino a realizzare blocchi elettorali col centro sinistra di Veltroni a Roma, con ampio sconcerto (dei settori migliori delle loro base); i Cobas rifiutano politicamente e culturalmente il concetto stesso di partito comunista, dentro una dimensione di puro antagonismo; tutti rifiutano la prospettiva stessa di una internazionale comunista rivoluzionaria, sublimandola di volta in volta, nel corso del tempo, con l’identificazione nel mito stalinista o nazionalista radicale del momento; oppure, parallelamente, tessendo un’imperturbabile relazione fraterna con partiti ”comunisti” che governano con la borghesia contro i lavoratori, come in Brasile, in India, in Sudafrica.
Naturalmente questo fatto non preclude l’unità d’azione su obbiettivi comuni, che spesso siamo proprio noi a ricercare contro ogni settarismo (come in occasione del 30 settembre a Roma); nè la disponibilità incondizionata al confronto più aperto, che infatti ci vede impegnati in molteplici iniziative pubbliche con i compagni della Rete , dei Cobas e di altre formazioni in giro per l’Italia (a Milano, Roma, Bologna, Caserta, Salerno, Firenze…). Ciò che preclude è la possibilità di costruire uno stesso partito: se non attraverso la rinuncia, e dunque la cancellazione, della ragione fondativa della nostra impresa. Nel suo piccolo, proprio il testo dei compagni “emendatari” su Contropiano è emblematico di questa dinamica: anche solo per alludere all’eventualità di un soggetto comune con la Rete dei comunisti, i compagni sono indotti a non solo a rimuovere ogni critica o differenziazione dalle posizioni della Rete, ma a sviluppare quattro pagine di attacco alle posizioni del mcPCL, alle sue "verità superate", ai suoi "arroccamenti ideologici", ecc.
Peraltro ciò che rende grottesco questo approccio è, oltretutto, la mancanza della minima concretezza. Infatti nessuna delle organizzazioni interlocutrici, reali o presunte, ha la minima intenzione di fare un partito comune con il mcPCL: non solo per le differenze di programma e di principi, di cui quelle organizzazioni sono ben consapevoli, ma perché più in generale non hanno ad oggi alcuna intenzione di fare un partito. Come tante organizzazioni centriste la loro pulsione dominante al fondo non è quella di una reale prospettiva rivoluzionaria, ma quella di conservare ed eventualmente allargare un proprio spazio di estrema sinistra all’interno di questa società. Ciò che è certo le carica di possibili contraddizioni interne, sulle quali è importante per noi intervenire. Ma possiamo farlo solo contrastando i loro gruppi dirigenti, non fornendo loro copertura contro il mcPCL come fanno i compagni" emendatari".
Ecco dunque il paradosso della posizione di questi compagni: la loro proposta è al tempo stesso velleitaria e liquidatrice. Non costruisce una diversa prospettiva “a positivo”, semplicemente ”destruttura” ciò che abbiamo insieme costruito.
DOVE STA IL MINORITARISMO?
I compagni presentano la loro proposta come antidoto ad "una visione minoritaria e marginale, numericamente e politicamente", del mcPCL.
E’ vero il contrario. Rinchiudere il mcPCL in una sorta di relazione intergruppi con altre piccole organizzazioni centriste (a prescindere da considerazioni di merito), è la vera via del minoritarismo. Non solo non allargherebbe il perimetro del nostro progetto (di cui peraltro minerebbe la natura politica) ma ci chiuderebbe in un piccolo recinto -quello sì autoreferenziale - a scapito della visibilità pubblica e della proiezione di massa del mcPCL.
La risposta al problema (reale) di un nuovo accumulo di forze attorno al mcPCL sta in un indirizzo esattamente opposto. Non nel rendere il nostro profilo più accomodante con le posizioni di altre piccole organizzazioni. Ma in un vero e proprio salto delle nostra proiezione di intervento sui luoghi di lavoro, nel territorio, nei movimenti, nelle organizzazioni sindacali, presentandoci sempre più chiaramente per quello che siamo e che ci distingue da altri soggetti: l’essere la forza della sinistra italiana impegnata a costruire, qui e ora, un partito di opposizione coerente per una vera alternativa anticapitalistica, fuori dai vecchi sentieri e percorsi che hanno distrutto, in tempi diversi, tutte le altre organizzazioni, grandi o piccole, delle vecchia sinistra italiana (dal PCI a Rifondazione passando per Dp e la vecchia estrema sinistra) .
Lo ripetiamo: non si tratta di trascurare relazioni unitarie con altre organizzazioni sul terreno della azione comune come oggi facciamo sul terreno antimperialista o nella battaglia del comitato unitario nazionale contro lo scippo del Tfr. Si tratta di non assumere quelle relazioni come la sostanza e il luogo della nostra costruzione. Si tratta di combinare quelle relazioni con la costruzione pubblica, sul terreno di massa, del nostro profilo e delle nostra proposta
E’ questo il salto che stiamo ricercando, con risultati positivi, con la petizione popolare ”giù le mani dal Tfr e dalle pensioni. Basta sacrifici”. Con la quale presentiamo a decine e, forse, centinaia di migliaia di lavoratori, a partire dalla grandi fabbriche, non solo la nostra proposta rivendicativa contro la concertazione, ma la stessa esistenza della nostra organizzazione e del suo progetto di partito. E‘ la prima campagna di massa del mcPCL su scala nazionale. Ed è soprattutto l’avvio di una fase nuova -quella sì- della nostra costruzione: una fase in cui l’allargamento e la costanza della nostra proiezione di massa, a partire dai luoghi di lavoro, deve diventare l’asse del nostro intervento. Assieme al salto di elaborazione collettiva di linea su tutte le tematiche di settore .
Ebbene, qual è l’ennesimo paradosso? Che gli stessi compagni che attaccano pubblicamente il cosiddetto arroccamento minoritario del mcPCL, respingono la campagna di massa della petizione. Non solo propongono un emendamento al testo nazionale che la cancella. Ma rifiutano di gestirla sul proprio territorio, a volte di fatto, a volte dichiarandolo apertamente. Ancora una volta contrapponendo assurdamente la relazione unitaria con altri soggetti - che non è in discussione - ad una campagna politica indipendente del mcPCL per la propria costruzione in un autonomo rapporto di massa. Ma non è questa forse la vera logica minoritaria e rinunciataria?
COSTRUIRE IL MCPCL NON DESTRUTTURARLO. L’ESIGENZA DELLA LEALTA’
In conclusione.
Siamo impegnati in una fase importante di costruzione del mcPCL, che combina un salto della discussione politica interna (assemblea dei delegati), uno sviluppo di proiezione di massa (petizione), una prima esperienza di battaglia elettorale in diverse situazioni locali. E' una fase delicatissima, densa di difficoltà e di nuove rilevanti potenzialità. Abbiamo bisogno della massima lealtà verso il mcPCL di tutti i nostri compagni a partire dai compagni dirigenti. Non è in discussione, naturalmente, la piena libertà di proposizione alternativa ed anche di battaglia organizzata di minoranza. Ma ad alcune condizioni inaggirabili:
1) L'esistenza una base comune di principi di fondo per nulla contingenti (i 4 punti programmatici)
2) L’impegno a sviluppare le proprie posizioni divergenti all’interno del mcPCL, non all’esterno contro di esso.
3) Il rispetto e l’applicazione pratica delle decisioni prese.
Entro queste coordinate elementari, ogni dialettica politica è un fatto non solo fisiologico, ma salutare per la costruzione di un comune partito.
Fuori da queste coordinate, singolarmente o nel loro insieme, avremmo solo una rissa inutile e distruttiva per tutti. Per la quale, è bene essere chiari, non vi sarà alcuno spazio.
Marco Ferrando, Franco Grisolia, Luca Scacchi e Michele Terra
Pubblicato sull’ultimo numero di Contropiano, l’articolo firmato da Gino Bortolozzo, Germano Monti e Aurelio Fabiani del Coordinamento Nazionale del mcPCL.
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il 04/03/2008 alle 09:33
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il 07/02/2008 alle 22:33
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