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Creato da: pcl_sestrilevante il 14/01/2007
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI- SEZIONE DI SESTRI LEVANTE :sede in via AURELIA 146 LOC.TRIGOSOTEL.3490544071 NICOLA -PCL CHIAVARI -tel.3200895143 -3881623803 Massimo- PCL LAVAGNA Roberto TEL.3409672384

 

 
« Messaggio #58Messaggio #60 »

Post N° 59

Post n°59 pubblicato il 14 Gennaio 2008 da pcl_sestrilevante
Foto di pcl_sestrilevante

La conferma di una scelta.

Contro il governo Prodi e il trasformismo delle sinistre

RELAZIONE INTRODUTTIVA di Marco Ferrando


Primo Congresso PCL - Relazione Introduttiva

Primo Congresso PCL - Relazione introduttiva



Cari compagni, care compagne,

siamo giunti qui, al Congresso Fondativo del Partito Comunista dei
Lavoratori, a coronamento di un anno e mezzo di intenso lavoro
politico.

Un anno e mezzo difficile, faticoso, come tutti noi ben sappiamo,
ma che ha visto confermate, nella forma più clamorosa, tutte le ragioni
della nostra scelta.


Un anno e mezzo fa, alla vigilia della nostra rottura col PRC, e
quindi del suo ingresso al governo, mentre il gruppo dirigente di quel
partito annunciava sui muri di tutta Italia che “l’Italia sarebbe
cambiata davvero”; mentre le future “sinistre critiche” chiedevano
l’appoggio esterno al governo, da “influenzare” con il movimento, noi,
controcorrente, dichiaravamo che l’annunciato governo Prodi avrebbe
“rappresentato il blocco dominante delle grandi imprese e delle
banche”, formulando una previsione precisa , che cito : “il programma
dell’annunciato governo risponde pienamente al programma di
Confindustria. Il progetto di riduzione di 5 punti del cuneo fiscale,
mira a travasare alle imprese e ai loro profitti un’ enorme mole di
risorse. Il combinarsi della nuova offerta alle imprese di decine e
decine di miliardi con la riduzione del debito pubblico ed il rilancio
dell’avanzo primario, ha una sola e unica conclusione: una nuova
stagione di attacco allo stato sociale, di rinunce, di sacrifici per i
lavoratori. Le classi dirigenti del Paese chiedono al PRC non solo di
corresponsabilizzarsi a quel programma, ma anche di controllare le
reazioni sociali a quel programma[…]. L’unica scelta possibile dei
comunisti, per noi irrinunciabile, è quella dell’opposizione” (11
febbraio 2006)

Per aver detto questo, da soli, in innumerevoli sedi interne ed
esterne al PRC, fummo oggetto di attacchi pesanti e talvolta di
sarcasmo.
Oggi, milioni di lavoratori hanno sperimentato sulla propria pelle, per un anno e mezzo, la cruda verità di quella previsione.


E del resto, se solo volessimo restare per un attimo alla
superficie della cronaca di questi mesi, e persino degli ultimi giorni,
potremmo dire a noi stessi che quando vediamo un Presidente del
Consiglio che nella conferenza stampa di fine anno ostenta candidamente
i propri doni di Natale alle grandi imprese senza che nessuno a
sinistra muova, non dico uno scandalo, ma neppure un appunto ; quando
vediamo un Oliviero Diliberto che evoca la salma di Lenin mentre
continua a votare le missioni di guerra del proprio imperialismo;
quando vediamo un Fausto Bertinotti, già laudatore della Folgore, che
negozia con Berlusconi leggi elettorali reazionarie e presenta le
encicliche di Papa Ratzinger ( proprio mentre la sua alleata Binetti,
su ispirazione di Dio, vota contro i diritti degli omosessuali) beh,
lasciatemelo dire, abbiamo non solo la conferma plastica delle nostre
scelte, ma per ciò stesso la distanza politica e persino morale che ci
separa dall’ Unione e dalle sinistre in essa coinvolte.


Ma noi non abbiamo voluto e non vogliamo restare in superficie.
Perché le ragioni del nostro nuovo partito non stanno semplicemente
nell’opposizione a Prodi, ma hanno le loro radici in vent’anni di
storia italiana e nel richiamo esemplare di quei vent’anni al bilancio
dell’intero Novecento.


In questi vent’anni, molto è cambiato nel mondo, in Europa e di riflesso in Italia.

Il crollo del muro di Berlino, e dunque il crollo dello stalinismo, con l’impetuosa restaurazione del capitalismo ad est.

La nascita dell’Unione Europea, dentro la nuova competizione mondiale.

La riorganizzazione profonda del capitalismo italiano – economica,
politica, istituzionale – inseparabile dal nuovo contesto
internazionale.
E qui, in questa svolta d’epoca, è maturata quella profonda
ricomposizione della sinistra italiana e dei suoi assetti di
rappresentanza, che proprio oggi sta completando la propria parabola.


La larga maggioranza della burocrazia dirigente del PCI che dopo
l’89 si liberò in fretta e furia della zavorra ingombrante del vecchio
partito per scalare un governo borghese divenuto finalmente
accessibile, conclude il proprio tragitto vent’anni dopo nel “partito
delle imprese” di Walter Veltroni: quel partito democratico
all’americana che fa dell’intrattenimento (persino telefonico) con
vecchi e nuovi faccendieri della finanza la sua nuova vocazione.

Parallelamente, un PRC nato formalmente come “cuore
dell’opposizione” al maggioritario, alla concertazione, all’Europa di
Maastriicht, ma senza bilancio della storia, senza principi, senza
rottura col riformismo, come pura occupazione di uno spazio politico ed
elettorale rimasto scoperto, ha concluso il proprio tragitto, dopo
infinite giravolte, nel governo dei sacrifici e della guerra,
nell’abbraccio arcobaleno con Pecoraro Scanio e Mussi, quale aspirante
vassallo del Partito Democratico.


Storie diverse, certo, ma correlate tra loro; e che non solo sono
tutte corresponsabili, come poi dirò, delle sconfitte dei lavoratori e
dei movimenti, ma che hanno costruito e accelerato proprio dentro la
sconfitta operaia, la propria mutazione progressiva, il proprio
trasformismo. Con effetti enormi di disorientamento, crisi, abbandono
presso grandi masse del popolo della sinistra.

Ebbene, non c’è rimonta da quella sconfitta, non c’è ricostruzione
di una prospettiva alternativa del movimento operaio se non con la
ricostruzione di un’altra sinistra italiana, di un’altra direzione. Che
nasca dalla rottura totale con la socialdemocrazia, con lo stalinismo,
con la loro deriva.
Questo è il senso del Partito Comunista dei Lavoratori.

Questa è la ragione che ha sospinto la lunga battaglia politica che
ha accompagnato la sua formazione. Il PCL nasce oggi, ma ha una sua
storia. Non solo quella di un anno e mezzo del movimento costitutivo.
Ma quella di quasi vent’anni di battaglia politica contro la deriva
della sinistra italiana: una battaglia controcorrente dentro lo spazio
storico nuovo liberato dal crollo dello stalinismo e dallo scioglimento
del PCI.
Anche noi, dunque, nasciamo nella svolta d’epoca del fine ‘900.
La nostra piccola storia sta nella storia più grande del movimento
operaio internazionale. Così il nostro progetto. Quello di un partito
dei lavoratori: che assume il mondo del lavoro e le sue ragioni
indipendenti come propria radice sociale e scelta di campo. Quella di
un partito comunista: che vuole ricondurre le rivendicazioni e le lotte
del mondo del lavoro e di tutti gli oppressi ad un’alternativa
anticapitalistica di società e di potere.


Questo nostro progetto non è astratto, ideologico, velleitario.
Risponde alla necessità concreta di ricostruire una rappresentanza
politica di classe indipendente, di fronte all’offensiva capitalistica
contro i lavoratori e alla crisi della loro rappresentanza.
Dispone di spazi concreti nelle difficoltà e contraddizioni che,
nonostante tutto, disseminano non solo l’avanzata del capitale, ma
anche la riorganizzazione delle sinistre che si pongono al suo
servizio.

Questo è il quadro d’insieme del documento congressuale che abbiamo proposto al congresso.



La borghesia domina. La sua egemonia si riduce


La borghesia italiana ha riportato affermazioni significative in questi vent’anni.

Sul terreno della lotta di classe, dove i morti della Tyssen-Krupp,
assassinati dal capitalismo italiano, misurano tragicamente
l’arretramento della condizione operaia; sul terreno della
riorganizzazione capitalistica, attraverso la lunga “rivoluzione
passiva” degli anni Novanta; sul terreno della politica internazionale,
attraverso l’inserimento nella spartizione mondiale delle zone
d’influenza, e la partecipazione alla corsa verso i nuovi mercati.
E proprio il quadro della nuova competizione mondiale detta l’incessante offensiva sociale contro i lavoratori.

Altro che la “borghesia buona” di Marchionne salutata da Bertinotti
! Il capitalismo italiano migliora le sue posizioni nel mondo (ed in
particolare i propri profitti) sulla pelle di milioni di operai, di
giovani precari, di immigrati.


Il fatto che Romano Prodi, col suo ineffabile sorriso, prometta
oggi qualche elemosina sociale sui salari, nel momento stesso in cui le
sue finanziarie regalano in due anni 15 miliardi a imprese e banche e
preservano la legge 30 di Berlusconi, è solo una recita ipocrita che
serve a mascherare la verità: e la verità è che la borghesia italiana
non ha nulla da offrire e redistribuire. E non perché in astratto le
manchino le risorse, ma perchè la nuova concorrenza capitalistica
internazionale spinge a investire quelle risorse, ricavate dallo
sfruttamento dei lavoratori, in ulteriore riduzione del debito
pubblico, nuove detassazioni dei profitti, ristrutturazioni
antioperaie, acquisizioni e fusioni, delocalizzazioni, cioè, in altri
termini, in nuovo sfruttamento. Come oggi avviene a tutte le latitudini
del mondo, sotto i governi borghesi di ogni colore.

Peraltro non è un caso che le promesse di qualche piccola
detassazione dei salari, servano oggi a coprire la nuova annunciata
concertazione tra Prodi, Epifani, Montezemolo sulle cosiddette regole
contrattuali: che significa, in parole povere, attaccare il contratto
nazionale, prolungare la parte economica dei contratti, subordinare
ancor più i salari alla produttività (cioè allo sfruttamento ), come
Prodi ha apertamente detto, dividere ancor più e impoverire il grosso
del mondo del lavoro.

Né è un caso se le politiche e missioni di guerra, utili al
posizionamento del capitalismo italiano nel mondo, non solo vengono
confermate e persino rafforzate in Libano, in Afghanistan, nei Balcani,
ma ricevono una nuova pioggia di miliardi a scapito della spesa sociale
e contro i diritti di autodeterminazione di altri popoli.

E tuttavia la marcia offensiva della borghesia italiana si combina con due contraddizioni rilevanti.


La prima è la crisi di consenso.

La borghesia domina più di prima, ma si riduce la sua egemonia
sulla società italiana. La crisi di consenso non ha valore
congiunturale e di superficie. Ha un carattere di fondo e una base
materiale.
L’impoverimento progressivo del lavoro dipendente; l’espansione
enorme del precariato; la proletarizzazione di ampi settori
impiegatizi; l’indebitamento drammatico di milioni di famiglie; e
persino la crisi sociale di ampie fasce di piccola borghesia e di
lavoro autonomo, hanno scavato negli anni, nel loro insieme, un fossato
profondo tra la maggioranza della società e le politiche dominanti.
Questo non determina meccanicamente una radicalizzazione di
lotta, ed anzi spesso si accompagna a processi di demotivazione e
passivizzazione. E tuttavia accumula fascine.
Gli stessi circoli dominanti manifestano una preoccupazione
crescente. Se addirittura il governatore Draghi e Montezemolo, nel
mentre rapinano i salari, riconoscono la “questione salariale”, non lo
fanno certo per sensibilità sociale, né solo perché preoccupati di un
eccessivo calo dei consumi. Lo fanno anche perché temono il rischio, a
distanza, di una rottura sociale.

La seconda è la crisi delle forme di rappresentanza politica ed istituzionale.

Quindici anni fa, proprio per aggirare la crisi di consenso delle
proprie politiche e la dissoluzione della vecchia DC, la borghesia
appoggiò leggi elettorali maggioritarie e il bipolarismo, col fine di
assicurarsi formule di governo più stabili e intercambiabili nella
gestione delle politiche antioperaie, ottenendo indubbi risultati.
E tuttavia i due poli d’alternanza forgiati dalla storia politica
di vent’anni hanno accumulato contraddizioni interne esplosive, e sono
oggi a pezzi.

Il Centrodestra è esploso, sotto l’effetto dirompente di un
ritorno populistico del berlusconismo che conferma l’anomalia del
fenomeno Berlusconi, dei suoi interessi privatistici, aziendali, di
clan, della sua congenita difficoltà sia a rappresentare, sia a
ricomporre attorno a sé un “normale” partito borghese conservatore.
Ma anche il Centrosinistra è in crisi, perché è in crisi il suo
blocco sociale di riferimento, come già accadde nella sua legislatura
precedente. Tenere insieme Montezemolo e i suoi operai, le banche e le
famiglie indebitate, è impresa improba, quando non si può ridistribuire
ricchezze. La crisi del governo Prodi e dell’Unione ha, al fondo,
questa radice. Il fatto che la crisi si sia approfondita proprio con la
nascita di quel PD che si candidava a fattore di stabilizzazione, dà la
misura della sua serietà.
E certo oggi, l’asse tra Veltroni e Berlusconi, nel peggior
mercimonio reazionario di riforme elettorali e istituzionali, non è
solo la conferma, al di là delle recite, della convergenza
programmatica di fondo tra i partiti dominanti di Centrosinistra e
Centrodestra: è anche la misura della crisi del vecchio bipolarismo
della seconda repubblica e della difficoltà a trovare un nuovo
equilibrio.



parte 1

 
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