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Creato da antonioi0 il 05/02/2009
CULTURA E GIUSTIZIA
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Post n°3771 pubblicato il 06 Aprile 2023 da antonioi0
La definizione dei concetti di monumento e patrimonio ed i limiti entro i quali essi si muovono sono, quindi, determinanti per definire l’ambito della tutela. L’idea che l’ambiente, inteso come sfondo al monumento, potesse avere una importanza, in relazione al monumento o anche in se stesso, viene da una riflessione che prende le mosse dai pensatori inglesi del XIX secolo, in particolare da John Ruskin (1819-1900) e William Morris (1834-1896), che, in un momento storico di grandi trasformazioni, recuperavano i valori del passato, che la società, e la città con essa, in veloce cambiamento aveva perso considerando l’architettura solo come sovrastruttura decorativa di edifici rappresentativi185. Per Ruskin186, che possiamo considerare il teorico della conservazione e precursore della riflessione sulla tutela dei centri antichi, come per Morris, al contrario e meglio, il costruito racchiudeva in sé il significato di una intera società. La sua teoria parte dalla considerazione dell’architettura come espressione del passaggio dell’uomo sulla terra e come imposizione di se stesso sulla natura, l’architettura come segno di un accordo, un equilibrio tra le azioni dell’uomo e della natura. E’ per questo motivo che per il teorico inglese è impossibile non parlare unitariamente di architettura, intendendo sia quella delle epoche passate che quella a lui contemporanea e di nuova costruzione. E’ riduttivo considerare la singola emergenza architettonica come unica espressione della storia, ma occorre contemplare l’intero ambiente naturale e gli ambienti antropizzati antichi, nei quali si materializzano i modi stessi della comunità e dei singoli individui in rapporto alla loro vita, al loro lavoro, al tempo libero e all’abitare187: il concetto di monumento, per Ruskin prima e poi per Morris, si estendeva, dunque, dalla singola emergenza architettonica all’architettura domestica, la casa di abitazione che egli considera come un tempio, «principio di tutte le altre (architetture), che non disdegni di trattare con rispetto e ponderatezza le abitudini piccole così come quelle grandi, e che riesca a vestire della 185 «E l’architettura? Riflette una classe dirigente ormai insensibile ai valori ambientali, copia morbosamente gli stili del passato, inventa una decorazione degli interni adatta ad accogliere polvere, ad appesantire il lavoro domestico, ad intralciare il movimento, ad ingombrare lo spazio, con soprammobili giapponesi e ornamenti vittoriani. (…) L’architettura ufficiale dell’Ottocento rispecchia una civiltà che accoppiava le infezioni, la vita insalubre e guasta, il mercato delle aree fabbricabili con la religione del progresso, le vaghezze romantiche, le teorie del libero arbitrio e del laissez-faire, con il mito dell’uomo autosufficiente in un’epoca sempre più determinata dall’economia della macchina.» (B. Zevi, Storia dell’architettura moderna. Vol.I, Einaudi, Torino 2004, pag.27). 186 «Il critico inglese concepisce il fenomeno artistico come un aspetto della vita umana. Lungi dal ritenerlo un esperienza a sé stante, ne coglie gli aspetti individuanti attraverso le connessioni che esso ha con le altre componenti caratterizzanti l’esisitenza.(…) L’architettura è arte quando si inserisce nell’armonia del creato.(…)Esiste una relazione fra edificio e vita di chi l’abita. Esso non assolve sola la funzione di riparare l’uomo, è segno del suo modo di concepire la vita. Tale testimonianza va conservata nel tempo al fine di documentare l’inidvidualità di ogni popolo e i valori esistenziali che ne hanno segnato e ne segnano il cammino storico.» (A.L.Maramotti Politi, Ruskin fra architettura e restauro in S. Casiello, La cultura del Restauro, Marsilio, Venezia 2005, pag.119). 187 L. Santoro, Restauro dei monumenti e Tutela ambientale dei centri antichi, Arti Grafiche Di Mauro, Cava dei Tirrenidignità di un’umanità appagata l’angustia delle circostanze storiche»188, che si traduce in quell’insieme di costruzioni, anche modeste, che mostrano le differenze nelle quali, nei secoli, si sono espresse le società, «il carattere e l’occupazione di ogni uomo e, in parte, la sua storia»189, donando all’ambiente urbano che ne consegue un valore corale di grande interesse, testimonianza della dignità, della saggezza e dell’equilibrio di un popolo che da qui parte per realizzare anche le “grandi architetture”190. In questo è contenuta tutta l’attualità del pensiero ruskiniano e la enorme forza innovativa della sua teoria che fissa in modo inequivocabile cosa e soprattutto perché conservare. Una conservazione, dunque, che non poteva essere ridotta al solo monumento rappresentativo, ma che doveva necessariamente abbracciare l’intero ambiente naturale e costruito, una conservazione che per i due pensatori inglesi si esprimeva anche nel non negare una continuità storica tra passata, presente e futura città191. L’estensione del concetto di monumento dal singolo edificio a brani di tessuto urbano procede di pari passo con lo sviluppo di quella nuova disciplina alla quale Cerdà darà il nome di Urbanizaciòn con l’intento di definire non solo la concentrazione di popolazione ma anche lo sviluppo della città stessa192 e l’Ottocento marca uno spartiacque importante nella riflessione sulla città, sia in senso urbanistico sia per ciò che riguarda l’interesse alla conservazione. Le grandi opere, improntate alla ricerca di un’immagine di città rispondente alla nuova classe emergente borghese, che restituisse, di essa, una visione di grandezza e di potere economico, militare, sociale e politico, portarono allo sventramento193 dei tessuti medievali del centro cittadino, in Francia, a Parigi, attraverso gli ampi rettifili haussmaniani che tagliavano la città proponendo primi piani degli edifici-simbolo, imponenti fughe prospettiche e grandi piazze radiali194. Così come in Francia, in diverse altre parti d’Europa, gli sventramenti operati per ragioni di igiene, prima, e di estetica poi, misero in pericolo i quartieri storici gotici, o cinque-seicenteschi come in Italia. 188 J. Ruskin, Le sette lampade dell’architettura, Jaca Book, Milano 1981, pg. 214. 189 Ivi, pg. 215. 190 R. Di Stefano, Presentazione a Le sette lampade dell’architettura, in J. Ruskin, op.cit.,pg.18 191 Non vi è distinzione per Ruskin tra Architettura antica e nuova Architettura; con la stessa cura con cui si costruiva in passato e con regole simili va costruita la nuova città, pur nel fervore delle nuove scoperte relative alle industrie e ai trasporti che mutano inevitabilmente i modi di vita, le abitudini dell’uomo, un uomo ricacciato indietro «in una folla sempre più numerosa che si accalca alle porte della città. L’unica influenza che possa in qualche modo prendere il posto di quella delle foreste e dei campi in un modno come questo, è la forza dell’antica architettura. Non staccatevi - afferma Ruskin - da essa per il gusto di avere una piazza di forma regolare, o un marciapiede alberato dietro la siepe, o una
strada elegante o una banchina senza ostacoli. |

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