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BEATRICE e LA SUA STORIA

Post n°343 pubblicato il 18 Settembre 2008 da GURU1960
 
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Alla fine del XVI sec., fra il 1598 e il 1599, si consumava un destino che sconvolgeva la città di Roma di papa Clemente VIII, un fatto che impensierì tantissima gente: la decapitazione di Beatrice Cenci.
Beatrice Cenci (1577-1599) era figlia di Francesco Cenci, un nobile aggressivo - conte - più volte accusato e incriminato per i suoi vizi, la cui ricchezza proveniva dal padre, Cristoforo, tesoriere dello Stato Pontificio. Il carattere di Francesco era violento, brutale, sadico e molestava quotidianamente sia Beatrice che gli altri figli: un vero incubo per i familiari e per i servi.
La madre di lei, tale Ersilia Santacroce, nobildonna di antico casato romano, era morta in seguito a un parto gemellare, nel 1584, dopo aver dato alla luce ben dodici figli in 22 anni di matrimonio. Il padre si risposò 9 anni dopo con Lucrezia Petroni vedova Velli, da cui non ebbe prole.
Tale era la prepotenza di Francesco - più volte condannato e sempre scagionato -, che gli stessi fratelli di Beatrice chiesero udienza al papa con il fine di denunziarlo, e persino la stessa ragazza, esasperata, scrisse una lettera al pontefice, si dice, mai arrivata.
Passarono i mesi, fino a quando, non sopportando più i maltrattamenti del genitore, Beatrice, insieme ai fratelli, decise di vendicarsi. Dopo un fallito tentativo di sequestro, si riuscì, con l’aiuto di due vassalli, Olimpio Calvetti e Marzio Catalano, che detestavano Francesco, di farlo dormire profondamente mediante una pozione di oppio, dopodiché con un martello conficcarono dei chiodi nella testa.
Morto Francesco, gettarono il corpo da un balconcino, affinché sembrasse una caduta naturale.
Era il 9 settembre 1598, il fatto era accaduto nel loro possedimento di Petrella Salto, vicino a L’Aquila, in Abruzzo.
Qualcosa non andava per il verso giusto. I vicini s’insospettirono, il racconto dei giovani non venne ben accettato, il Pontefice aveva i suoi dubbi.
Un giorno fu arrestato uno dei sicari, che raccontò alle autorità come si svolsero in realtà gli avvenimenti. Si aprì un’inchiesta per esaminare il caso. I ragazzi furono torturati. In difesa dei giovani Cenci si prodigarono addirittura principi e cardinali. Ma il destino ha le sue strade: sia i fratelli, eccetto il giovanissimo Bernardo, che la stessa Beatrice furono condannati a morte. Clemente VIII ordinò la loro esecuzione per l’11 settembre 1599, un anno dopo la morte di Francesco.
La folla mormorava, pregava, si agitava. La giovane salì sul patibolo, sistemò i capelli, lanciò un furioso grido, morì colpita dalla lama affilata della spada del boia. Aveva appena 22 anni. Il corpo fu sepolto nella chiesa di San Pietro in Montorio, al Gianicolo, Roma.
La gente pianse un’innocente vittima, vittima della violenza paterna. La ragazza oramai era diventata un’eroina popolare, era entrata nell’immaginario collettivo, nascevano addirittura leggende.
Eppure, la storia continua.
Nel 1798, durante l’occupazione francese, un gruppo di soldati aprì la sua tomba, rubando il vassoio d’argento su cui era stata appoggiata la testa, giocando finanche con questa come fosse una palla.
Ecco dunque che Beatrice diventa, col passare degli anni, il simbolo dell’ingiustizia, il simbolo di un’infanzia rubata, il simbolo di una giovane che deve subire passivamente torture e molestie.
 
Beatrice Cenci fu personaggio di vari autori fra cui Stendhal, nelle sue Cronache Italiane, di Percy Shelley, con una sua tragedia, di Alberto Moravia che le dedicò anch’egli una tragedia, e tanti altri.
Vi è poi un ritratto, che si dice di Guido Reni, ma che, in verità, sembra essere di uno dei suoi allievi, dove si rappresenta la giovane Beatrice con un volto quasi angelicale, genuino, innocente, con un turbante bianco sulla testa e un mantello, anch’esso bianco, che le copre il corpo, come a significare la sua purezza.
Perfino il cinema s’interessò di lei.

La chiesa di San Tommaso ai Cenci, è una chiesa di Roma, nel rione Regola, situata in Piazza Cenci; un’uscita laterale conduce in Piazza delle Cinque Scole, nel rione Sant’Angelo.

Questa chiesa è incorporata al palazzo dei Cenci presso la riva del Tevere, ove nel medio evo stavano le mole, dalle quali prese il titolo in capite molarum (a capo delle mole). Ebbe anche l'appellativo di San Tommaso Fraternitatis poiché fu, per un certo periodo, sede della Romana Fraternitas, uno dei più importanti ed antichi sodalizi romani. Dall’annesso palazzo dei Cenci, dal XV secolo in poi, prese il nome attuale.

Negli atti della visita sotto Alessandro VII, si trova la seguente relazione:

« Questa chiesa si dicea anticamente De capite molarum, nunc de Cenciis, è sita nella Regola nel luogo detto Monte Cenci, è filiale di s. Lorenzo in Damaso. Ha un'imagine del Salvatore e di s. Tommaso che tocca le piaghe del S. N. A destra v'è una cappella con pitture relative a s. Francesco, si dice fondata da Cristoforo Cenci, oggi posseduta da Felice e Cristoforo Cenci eredi del primo. Vi è una cappella o altare sotto la invocazione di s. Maria della Sbarra che oggi è posseduta da D. Giulio de Cenci avvocato concistoriale che ha un reddito di circa 100 scudi. Vi è una sepoltura pei bambini, una per gli uomini, una per le donne. Ha una sola nave fornicata. Vi si fa la festa di s. Tommaso con i primi e secondi vespri. Non v' ha battisterio, perché si portano a battesimo a s. Lorenzo in Damaso. Vi è sulla porta un' epigrafe che ricorda essere la chiesa sotto il giuspatronato dei Cenci. Ha un reddito certo di sc. 250. L'anno 1554 Rocco Cenci ottenne da Giulio III il giuspatronato della chiesa … Pio IV nell' anno 1559 con la bolla Ratione congruit confermò la suddetta concessione che venne eseguita dai vescovi di Tivoli… Nella chiesa vi sono 3 altari sotto l'invocazione di s. Tommaso, a sinistra quello del ss. Crocifisso o di s. Caterina senza dote, ed un altro sotto l'invocazione della Nat. di N. S. G. C. La parrocchia ha circa 25 case. Il campanile ha due campane. »
(M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Roma 1891, p. 573-574)

Fra i due portali della facciata si trova l’iscrizione funeraria romana di Marcus Cincius Theophilus; per l’assonanza col proprio nome fu murata qui dai Cenci.

L’interno è a pianta rettangolare; l'altare maggiore conserva un tondo di murra turchina, una varietà di marmo molto rara, l'unico che si conosca in Roma; nella prima cappella a sinistra, Storie della Vergine del Sermoneta (1585).

Oggi la chiesa appartiene alla Confraternita dei Vetturini, che ogni anno, l’11 settembre, vi fanno celebrare una messa in ricordo del supplizio di Beatrice e Giacomo Cenci.

Biblio:

Antonin Artaud, I Cenci
G.B. Niccolini, Beatrice Cenci
Franco Cuomo, Addio Amore (Beatrice Cenci)
A. Dumas, I Cenci, in Delitti Celebri

 
 
 
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