
Molly rincasò dopo il lavoro. I media continuavano a pubblicare idiozie sulla teoria della Grande Balene Bianca e non si riusciva più a capire quanto fossero vere le notizie allarmiste provenienti dalle colonie o quanto venissero amplificate per far vendere i giornali. Della missione del Cetus 9, però, non c’era notizia alcuna; né trapelava qualcosa da ufficiali e cadetti dell’accademia che frequentavano durante le pause il caffè nel quale lavorava.
Molly si sentiva schiacciare da quell’attesa al buio: chissà quando avrebbe rivisto davvero Ismaele. Era la fine di agosto, e anche i fiori che il suo amato le aveva regalato erano infine sfioriti. Percorrendo il vialetto di casa notò qualcosa davanti alla porta: sembrava una borraccia. La raccolse e ne aprì il tappo, che sibilò, quando il vuoto all’interno si riempì del caldo della sera. Era proprio una delle borracce dell’accademia. Molly la capovolse, e ne uscì un foglio arrotolato. Lo raccolse e incominciò a leggere: Oh Molly, perdonami se non tornerò…
Appena ebbe finito di leggere si sentì mancare le gambe, tanto da doversi appoggiare al muro. Non c’era una data, ma era la calligrafia di Ismaele, che sembrava raccontare qualcosa inerente alla missione… Ma come era possibile?
Il cuore le sobbalzò nel petto quando si accorse di non essere sola: le tre donne dalla pelle di luna che aveva sognato erano comparse dietro di lei, avvolte nelle vesti che cambiavano colore ad ogni movimento. Le sorrisero: «Tutti saranno annientati! Tutti tranne uno, uno puro di cuore.»
Molly alzò verso di loro il biglietto appena rinvenuto, e con un nodo in gola sussurrò: «Ismaele…»
«Uno puro di cuore», mormorarono all’unisono le tre vestali. Poi scomparvero.
Molly si chinò per raccogliere il messaggio di Ismaele, ma era sparito anche quello, così come la borraccia.
Si tirò su, cercando di capire cosa fosse successo, quando il suo sguardo venne attirato da una macchia di luce al davanzale della sua finestra: i fiori di luna, incredibilmente di nuovo aperti e splendenti, tintinnavano le loro corolle al far della sera, preparandosi per cantare alla luna.
Small entrò in uno stato catatonico, mentre il Cetus 9, ferito, si allontanava dal sole, verso il buio profondo. Nelle sue cavità metalliche si adoperavano squadre di riparatori per rimettere in sesto i motori principali, prima che avvenisse lo scontro finale.
Small ascoltava solo la musica dell’universo, a nulla valsero le mie suppliche di rispondermi, di confidarsi con me.
«È inutile», mi apostrofò un veterano dal corridoio. «Ho già visto questa scena, figliolo, ed è sempre la stessa cosa: non ti può sentire perché la morte sta parlando con lui, lo sta chiamando.»
«Small, non ascoltare», dissi, e gli misi le mani sulle orecchie, stupidamente, perché l’astronauta continuò: «Il tuo amico è telepatico, sente con tutto il corpo. Come pensi di fermarlo?»
«Così!», gridai. «Così!»
Avvolsi le mie braccia intorno a Small, e lo strinsi forte, molto forte.
La voce dell’astronauta si fece più dolce: «Lascia stare, è come se cercassi di infondere il respiro vitale nel marmo bianco di una tomba.»
«E lo farò!», dissi. «Oh, Small, è Ismaele che ti parla! Il tuo amico. Dannazione, Small, ti chiedo, anzi no, esigo! Che lasci perdere! Proprio in questo istante, basta! Mi arrabbierò molto con te se non la smetti. Non ti parlerò più! Io, io…»
E in quel momento mi interruppi, perché non riuscivo a respirare. «Mi metterò a piangere.»
Fui sorpreso dalle mie stesse lacrime e mi tirai indietro per vederle cadere sui miei palmi intorpiditi. Porsi le mani a Small, mostrandogli quelle lacrime.
«Small, guarda, per favore, guarda», implorai.
Ma Small non guardò.
Cercai di pensare a cosa dovevo fare.
Poi mi voltai e colpii il contatto radio sul quadro di comando.
Neanche a farlo apposta l’interfono prese a gracchiare: «Allarme rosso! Tutti ai propri posti! Allarme rosso!»
Probabilmente la Grande Balena Bianca ci aveva infine colto di sorpresa, pensai.