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Lunigiana, Castel dell'Aquila

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Il camino del Marchese Iacopo (Ia parte)

Post n°110 pubblicato il 08 Novembre 2007 da marialberta2004
 

E’ rimasto nel Castel dell’Aquila un unico camino di arenaria “color fosco naturale” sul quale risaltano la scritta IAC MAL (Iacopo Malaspina) e lo stemma dei Malaspina dello Spino fiorito. (v. tags: Stemma)

Chi era il marchese Iacopo (Giacomo) Malaspina?

Era il figlio, terzogenito di Aurante Orsini, sorella di Clarice, la moglie di Lorenzo il Magnifico, e di Leonardo III, importante marchese dei feudi di Castel dell’Aquila, Gragnola e Viano.

Iacopo aveva altri tre fratelli, Lazzaro, primogenito morto giovane (prima del 1516),Giovanni eGaleotto.                                                                                                                                                                                                     

Per iniziare a conoscere Iacopo Malaspina, che risulta profondamente legato al Castello dell’Aquila, è opportuno ricordare che un evento del 1513 gli ha spianato un’ importante carriera, quella ecclesiastica romana, perché in quell’anno viene eletto papa, Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, con il nome di Leone X, pontefice dal 1513 al 1521.

Il papa è suo cugino! Sua madre, infatti, giova ripeterlo, è Aurante Orsini, la cognata di Lorenzo il Magnifico.

Divenuto sacerdote, Iacopo, che può appoggiarsi al papa Leone X, dal quale è “grandemente amato”, ne ottiene un Protonotariato Apostolico e la Rettoria della Chiesa di Monte de' Bianchi poco lontano dalle sue terre, in attesa di conseguire il cardinalato.

A Roma, però, egli non teme di oltepassare limiti o regole, e conduce una vita talmente dissoluta che, anche se uomo di chiesa, non può diventare Cardinale, perché, abusando della sua posizione sacerdotale, attorno all’anno 1515, s’introduce in un convento di “sacre vergini” e ingravida una “professa”, tenendo spudoratamente nascosto il figlio venuto al mondo cui è stato dato il nome di Lepido. Benchè questa colpa gli sia stata perdonata dal papa, tanto che egli può restare nella Corte pontificia, per le sue “malvagie abitudini” gli viene a mancare quel favore “che non avrebbe meritato giammai”, così, attorno al 1520, deve addirittura abbandonare Roma, per ritirarsi in Lunigiana. Con lui, a Roma, in quell’anno, c’è anche il fratello Giovanni.[1]

Sul fratello Giovanni, è interessante riportare quanto scritto da Pompeo Litta, il grande genealogista, e dall’abate Emanuele Gerini: nelle divisioni fatte, nel 1516, con i fratelli, Galeotto e Iacopo, gli spetta una parte di Castel dell’Aquila con Pian di Molino, mentre Iacopo riceve il feudo di Viano, con Gallogna e Vezzanello, e Galeotto ha anch’egli una parte di Castel dell’Aquila con Gragnola.[2]

Per Eugenio Branchi, il grande storico della Lunigiana feudale, Giovanni, il secondogenito di Leonardo e di Aurante, “condomino” con i fratelli, abita per poco tempo nel feudo, preferendo affittare tutto quello che gli appartiene al fratello Iacopo, per 30 corone d’oro all’anno. Prima della morte del padre (1505[3]), Giovanni ha sposato Teodorina, figlia del marchese Tommaso Malaspina di Villafraca, ed è andato ad abitare a Verona dove sono nati i due figli maschi, Leonardo e Leone, tenuti agli studi a Padova dal 1520 al 1530. A Verona, è Capo dell’Accademia Filarmonica nonchè poeta di qualche pregio per i suoi tempi. Nel 1520, Giovanni si trova a Roma, come detto, presso il cugino, Papa Leone X, non si sa con quale incarico. Egli, infatti, ha raggiunto il fratello Iacopo, sacerdote, amato dal papa del quale ha perso il favore, a causa di ripetuti misfatti compiuti alla sua corte, e quindi sta per ritornare in Lunigiana.

Possiamo ritenere che Iacopo, fosse in Lunigiana nel 1523, sulla base di un documento di quell’anno, contenuto nel “Codex” dell'abate Gerini; si tratta della "Aderenza (di durata decennale) tra la Repubblica Fiorentina e i Marchesi del Castello dell'Aquila e Viano in Lunigiana, Giovanni, Giacomo e Galeotto Malaspina".[4]

Oltre al normale carattere di 'accomandigia', viene sancito che, se i tre fratelli incorrano in lite, o abbiano tra loro contrasti, vengano riconosciuti come competenti giudici, gli 'Otto, di Pratica, di Firenze', secondo accordi creati dal Comune della città, per legare a sé quei feudatari che non poteva rendere sudditi (diritto riservato all’Imperatore), ma solo alleati.[5]   

Pur avendo stipulato una 'accomandigia', Firenze non vi mantiene fede, negando l'aiuto al Feudo di Castel dell'Aquila, poco dopo, in occasione della venuta in Lunigiana, nell'estate  del 1524, di Giovanni de' Medici, detto 'delle Bande Nere', con al seguito 1200 cavalli, al soldo del Re di Francia. Il mancato sostegno da parte dei fiorentini costa al Castel dell'Aquila parecchi scudi d'oro, da pagare a Giovanni 'delle Bande Nere', come “taglia”, per evitarne gli assalti e quindi la medesima fine di altri marchesi Malaspina, ai quali vengono occupati e distrutti vari castelli.[6]

Evidentemente i fratelli, che vivono "indivisi", sono “accomandati” incapaci di organizzare quella difesa che, sola, può garantire integrità e sicurezza nel feudo, così nel 1527 Giovanni ‘delle bande nere’ incendia Gragnola.[7]

Durante questi tormentati anni, Iacopo si trova a subire gravi sciagure, perché, dopo il ritorno in Lunigiana, egli ha preso dimora (“sua stanza”) nel Castel dell'Aquila, dimostrando nel frattempo buone doti di amministratore delle entrate del suo patrimonio e di quello comune, cui ha aggiunto le entrate di Giovanni prese in affitto per 30 corone d’oro all’anno.[8]

Non ha però la stessa cura nella conservazione dei diritti feudali, perché tascura di farsi rinnovare l'investitura, come la prassi prevede, quando all'Imperatore Carlo V succede Ferdinando I (l’investitura feudale dall’Imperatore Carlo V è stata ottenuta il 3 gennaio 1529[9]).

Da uomo “pratico dei signorili doveri”, rimedia,  porgendo suppliche al nuovo imperatore, per sé e per i “condomini”. Nell’istanza, appoggiata dal Granduca di Toscana, include senza esito la domanda di riconoscimento dei suoi due figli naturali, Lepido (già ricordato), e Ottavio (nato da una donna contadina coniugata), per inserirli nella successione feudale. Insieme con i fratelli ottiene solo la nuova investitura, con diploma di Ferdinando I.[10]

D’ora in poi, afferma lo storico della Lunigiana, visto che non è riuscito a dare ai figli uno stato civile compatibile con la successione feudale, userà superbia e prepotenza, per arricchirli.

E’ tuttavia riuscito a conservarsi la fama di “distinta assennatezza”, visto che con il nipote Leonardo, laureato a Padova in giurisprudenza, viene eletto curatore testamentario dei figli del marchese di Villafranca Giovan-Spinetta (1535).[11]

Resta da dire qualcosa su Galeotto, il terzo figlio di Leonardo e Aurante, le cui vicende sono simili a quelle di numerosi altri marchesi Malaspina.

Quello che però incuriosisce è come questo marchese ha concluso la sua vita. Informa il Branchi che Galeotto è morto a Viano, nel 1545, ucciso da due loschi figuri. Il 12 novembre di quell’anno, il 1545, Galeotto III che si trova “in un suo orto fuori del castello”, viene ammazzato.

Si sa che gli assassini sono Corallino da Silano e Pierino da Petrognano, della Garfagnana, un tale che, bandito dal ferrarese, era stato sette anni a Gragnola dove si era sposato ed era diventato “molto familiare del marchese Iacopo”, fratello dell’ucciso.[12] 

(continua) 



[1] E. BRANCHI, cit., vol. III, pp. 692, 695; P. LITTA, Malaspina, in “Famiglie celebri italiane”, Milano 1819, Tav. XIV (Ramo estinto dei Marchesi di Gragnola).

[2] P. LITTA, Malaspina, cit., Tav. XIV; Abate E. GERINI da Fivizzano, Memorie Storiche d’Illustri Scrittori e di Uomini Insigni nell’antica e moderna Lunigiana , Massa , Frediani 1829, I-II, rist. anast., A. Forni Editore, Bologna  1986, t. II, pp. 359-360.  

[3] G. GIRARDIN, M.A. FAGGIOLI SALETTI, Quello che mi è successo mentre son stata nel Castello dell’Aquila. 7-22 maggio 1638. Un manoscritto inedito sulle drammatiche vicende della marchesa Cleria Malaspina di Treschietto, Ferrara 2005. Trascrizione dei documenti: G. L. MASETTI ZANNINI, p. 51

[4] Doc. CXC, 15 febbraio 1523, “Codex” in possesso dell’Abate E. GERINI da Fivizzano, in G. SFORZA, cit., p. 105.

[5] “Aderenze” e “accomandigie” di questi anni sono state studiate da Cesare MAGNI, I feudi imperiali rurali della Lunigiana nei secoli XVI-XVIII, in “Studi di Storia e Diritto in onore di E. Besta”, III, Giuffrè Ed., Milano 1938, pp. 53-54, che ha esaminato la situazione dei feudi imperiali della Lunigiana. Le “accomandigie” “o aderenze” erano vere alleanze coll’imposizione di aiutarsi, in pace e in guerra, con possibilità d’invio di truppe e presidi nel feudo, confacilitazioni doganali e commerciali reciproche e continuavano ad essere fatte sul modello di quelle del tempo in cui il Comune di Firenze si era mosso alla conquista del contado. L’accomandigia toscana era però un accordo che, sotto la veste giuridica feudale, si poteva considerare un “vero trattato internazionale”, perché il feudo imperiale conservava pienamente la sua extraterritorialità di fronte al sovrano toscano.

[6] La quietanza di pagamento è sottoscritta solo il 27 settembre 1525, con il pagamento di 2500 scudi d’oro, in E. BRANCHI, cit., vol. III, p. 689.

[7] M. MASCARDI, Storia di Fivizzano (dattiloscritto senza data), p. 296.

[8] E. BRANCHI, cit., vol. III, pp. 691, 695.

[9] E. BRANCHI, cit., vol. III, p. 689.

[10] E. BRANCHI, cit., vol. III, pp. 695-696.

[11] E. BRANCHI, cit., vol. III, p. 693.

[12] E. BRANCHI, cit., vol. III, p. 690.

 
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