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Maria Alberta Faggioli Saletti da spigolature.it
Post n°159 pubblicato il 21 Ottobre 2008 da marialberta2004
click sull'immagine-foto di G. Saletti Il Sacro Bosco di Bomarzo (Viterbo), primo ottobre 2008. Voi che pel mondo gite errando vaghi/ di veder maraviglie alte e stupende/ venite qua, dove son faccie horrende,/ elefanti, leoni, orchi et draghi (iscrizione nel “Sacro Bosco di Bomarzo”. Bomarzo è l’ultimo paese dell’alto Lazio, al confine con l’Umbria e con le toscane province di Grosseto e di Siena). Obbliga ad un racconto dettagliato la mia visita al “Sacro (antico) Bosco di Bomarzo”, popolare, e caro a letterati, poeti e pittori, al suo “Parco dei mostri”, definizione nata dalla fantasia popolare. Il bosco, denso d’ombre, d’intrichi, di scrosci, sembra generare dal suo stesso grembo le apparizioni mostruose. La natura, con il suo mistero, è… la libera protagonista: le sculture e le architetture ne divengono parti integranti (Maurizio Calvesi, Il Sacro Bosco di Bomarzo, in Scritti di Storia dell’Arte in onore di Lionello Venturi, I, Roma, p. 369). Chi entra, dopo il cancello ornato dallo stemma degli Orsini, è accolto dalle Sfingi con la scritta-dilemma Dimmi poi se tante maraviglie sien fatte per inganno o pur per arte, ma anche dall’enorme faccia mostruosa con la bocca spalancata, sormontata da un globo turrito (il Castello Orsini in miniatura). Grossi massi tufacei sparsi per il pendio, di Peperino grigio, la pietra sempre protagonista nella storia e nell'arte viterbese, annunciano esseri colossali in pietra locale che trascendono sia come dimensione sia come immagine ogni norma di natura. Un primo incontro avviene vicino all’aqua di un torrentello -sotto una vegetazione densa e caotica di estremo fascino- con il feroce gigante Ercole, in piedi, che squarcia Caco. Il visitatore, immerso tra le piante, perde il controllo del reale… Egli è assalito dall’umidità, dal gorgoglio delle acque, dal canto degli uccelli, dalla natura nel suo stato di spontanea licenza, ma anche da mostri che non sa più dominare concettualmente e proporzionalmente. Il demonico lo assale. Un demonico, però, che a tratti scompare per venir sostituito da una lussuosa eleganza stilistica e da una precisa e confortevole imitazione archeologica (Eugenio Battisti, L’Antirinascimento, I-II, Garzanti, Milano 1989-prima ediz. Feltrinelli, Milano 1962, vol. I, pp. 145-151). Scendendo a valle, su un ripiano del terreno, si presenta un’enorme Tartaruga dal muso squadrato; di fronte, una Casetta, costruita sopra un masso inclinato, che sembra un posto di ristoro accogliente ed è invece un ambiente ostile, dato che il suo pavimento e le pareti sono storte. Uscito dalla Casetta, il visitatore trova l’ampio Anfiteatro, e statue mostruose come il Drago, l’Elefante e l’Orco disposte in modo da apparire riunite, quasi come ad un appuntamento magico, con un’ingegnosità prospettica che non ha precedenti (E. Battisti, op. cit., p. 151). L’orripilante Orco che pare una tomba rupestre scavata nel tufo richiama gli Etruschi ed impone una condizione per l’ingresso: accettare lo scherzo della tomba etrusca trasformata in sala di banchetto. Un’altra componente del Bosco di Bomarzo è quella esotica: mostri mai visti, recita una scritta, come appunto il Drago che veglia notte et giorno sulla purezza delle Fontane, la Tartaruga, che ricorda opere di piccole dimensioni, forse in pietra dura o giada dell’Estremo Oriente, e il gigantesco Elefante sormontato da una torre e condotto da una guida. Dopo l’incontro con Cerbero a tre teste, due chiuse, l’altra pronta a mordere, si giunge al Tempio funebre, in alto, in uno spiazzo, dal quale si vedono il borgo e il castello di Bomarzo. Le superstiti scritte epigrafiche e poetiche aiutano a capire qualcosa. Anzitutto l’aspetto ludico: Sol per sfogare il core, nel 1552, dichiara il principe Pier Francesco Orsini, detto Vicino, di aver fatto sorgere il parco, un parco fatto di meraviglie, di stranezze all’aperto, ma anche per liberar d’ogni oscuro pensier l’animo. Il suo ideale visitatore deve procedere con ciglia inarcate et labbra strette, nell’itinerario labirintico da fiaba, con un rito d’iniziazione durante il quale il protagonista muoia, e quindi risusciti da uomo nuovo. Un aspetto “fiabesco” della cultura rinascimentale che ci suggestiona ancora. L’architetto che ha progettato il parco, forse Pirro Ligorio, era comunque una persona che conosceva uno dei principi cari a Michelangelo, quello di far nascere la forma dall’interno del blocco di materia, di non separarla dalla sua base di tufo e di prato, proprio come nel non finito michelangiolesco. In più casi, infatti, è evidente che i mostri sono massi erratici scolpiti ’in loco’ (E. Battisti, op. cit., p.155). Alla fine del percorso, il visitatore curioso di vedere cose mai viste, che ha letto il dilemma se siano state fatte per incanto o per qualche artificio umano, pensa che è ben difficile, nel Sacro Bosco di Bomarzo, distinguere fra i suggerimenti della natura e la consapevolezza dell’architetto.
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