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OMBRA - PARABOLA

Post n°6 pubblicato il 11 Aprile 2013 da yululunga
Foto di yululunga

 

                               Ombra (parabola)

 

 

           Sebbene io proceda nella valle dell’ombra (salmo di davide)

 

 

 

Voi che leggete siete tuttora tra i vivi; ma io che scrivo avrò da tempo percorso la strada che conduce alla regione delle ombre. Poiché strane cose accadranno, e si sveleranno segreti, e secoli trascorreranno, prima che queste righe siano viste dagli uomini.

E, allora, taluni non crederanno, altri dubiteranno, ma alcuni troveranno molto da meditare nelle lettere che qui incido con stilo di ferro.

Era stato un anno di terrore, di affetti più intensi del terrore, quali non hanno nome sulla terra. Prodigi erano accaduti, e segni, e ben ampie s’erano distese ovunque le nere ali della Pestilenza. Ma a coloro che erano arguti conoscitori delle stelle non era ignoto quanto maligno fosse l’aspetto dei cieli; ed a me, tra gli altri, Oinos, il greco, era palese che era ormai sopraggiunto il mutamento dei tempi, quel settecentonovantaquattresiimo anno, in cui, entrando Ariete, il pianeta Giove si trova in congiunzione col sinistro Saturno inanellato di rosso.

Lo spirito proprio dei cieli, se molto non mi inganno, si disvelava non solo nella sfera terrestre, ma nelle anime, nelle immaginazioni, nelle meditazioni umane.

Attorno ad alcune ampolle di vino di Chio, entro le mura di una nobile dimora, in una città di tenebre detta di Tolemaide, sedevamo, noi sette, ed era notte.

E non v’era accesso a quella sala se non per un altro portale di ottone: aveva forgiato il portale Corinnos, l’artigiano, ed essendo opera di nobile fattura , era serrata dall’interno.

Nella tetra stanza, neri drappeggi escludevano dalla nostra vista la Luna, le stelle infauste, le strade fatte deserte; ma il presentimento e la memoria del Male nulla poteva allontanare.

Attorno a noi dovunque v’era qualcosa che non so chiaramente descrivere: una gravezza dell’aria, la sensazione di soffocare, ansia, e soprattutto quell’orribile condizione di esistenza nota a chi ha nervi sensibili, quando i sensi sono alacri e desti, mentre languono le forze del pensiero. Un morto gravame ci opprimeva.

Opprimeva le membra, gli oggetti domestici, i calici a cui bevevamo; le cose tutte erano intristite e invilite, eccettuate solo le fiamme delle sette lampade di ferro che rischiaravano il nostro festino. Levandosi in lunghe esili linee di luce, ardevano ceree ed immote, e nello specchio che quel lume disegnava  sulla tonda tavola d’ebano attorno alla quale sedavamo, ciascuno di noi osservava il proprio volto esangue, e lo sguardo acceso e inquieto negli occhi chinati dei compagni.

E tuttavia ridevamo ed eravamo lieti al modo  che era nostro, un modo isterico, e cantavamo i canti di Anacreonte – che sono demenza, e profondamente bevevamo, sebbene il purpureo vino mi rammentasse il sangue.

Giacchè un altro era presente nella nostra stanza, il giovane Zoilo, Morto, giaceva costui lungo disteso nel sudario, genio e demone del luogo. Ahimè! Non aveva parte alcuna nella nostra letizia, ma il suo volto, sfregiato dalla peste, e gli occhi, nei quali la Morte solo a metà aveva spento gli ardori del morbo, sembravano interessati alla nostra allegria, così come forse i morti partecipano alla allegria di coloro che debbono morire.

Ma sebbene, io, Oinos, sentissi che gli occhi del morto mi fissavano, mi costringevo a non avvertire quella espressione rancorosa, e guardando con sguardo saldo nelle profondità dello specchio di ebano, cantavo con voce fragorosa e stentorea i canti del figlio di Teios.

Ma poco alla volta i miei canti si tacquero, e l’eco, che si perdeva tra i drappeggi  luttuosi della stanza, si fece fioca, e indistinta, e si spense.

Ed ecco, dall’oscurità di quei drappeggi tra cui si disperdevano i canti sonori, si fece avanti un’ombra oscura, indefinita – un’ombra quale la Luna, allorché pende bassa nel cielo, potrebbe disegnare da una figura d’uomo: ma era ombra non d’uomo, né di Dio, né di cosa consueta.

E, per un poco oscillando tra quei drappeggi, sostò infine in piena vista davanti alla superficie di quel portale. Ma l’ombra era indistinta, indefinita, senza forma, e non era ombra d’uomo, né di Dio, fosse Dio di Grecia o di Caldea, o egizio.

E l’ombra indugiava sulla soglia metallica, sotto l’arcuata cornice del portale, e non fè gesto, né disse verbo, ma ivi si fermò e rimase.

E il portale, là dove sostò l’ombra, era, se ben ricordo, di contro ai piedi del giovane Zoilo avvolto nel sudario. Ma noi sette, lì radunati, che avevamo visto l’ombra farsi strada tra i drappeggi, non osavamo fissarla saldamente, ma, abbassavamo lo sguardo, e continuamente fissavamo le profondità dello specchio di ebano.

Ed alla fine, io, Oinos, pronunciando parole sommesse, chiesi all’ombra il suo nome e la sua dimora. E l’ombra rispose: “io sono ombra, e la mia dimora è accanto alle Catacombe di Tolemaide, prossima alle oscure pianure di Elisio che toccano le rive del tristo canale di Caronte”.

Ed allora noi sette balzammo inorriditi dai nostri seggi, e restammo in piedi, e tremavamo, rabbrividendo, sgomenti, poiché la modulata voce dell’ombra non era voce di un essere solo, ma di una moltitudine, e variando cadenza di sillaba in sillaba, torbidamente colpiva le nostre orecchie, con gli accenti indimenticabili e consueti di mille e mille ormai scomparsi amici.

 

                                                           Edgar Allan Poe – Racconti di terrore e mistero.

 

 
 
 
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