Un parlamento dei lavoratori per i lavoratori
Le Sinistre fuori dal Parlamento? Costituiamo allora, a partire
dalle lotte, un parlamento delle sinistre, a base operaia e popolare,
da contrapporre al governo Berlusconi e al «suo» parlamento
addomesticato, che sia espressione unificante delle mobilitazioni,
luogo pubblico di confronto tra posizioni e proposte diverse oggi
presenti nel movimento operaio, e al tempo stesso sede democratica di
organizzazione e unificazione dell'iniziativa di massa. Peraltro: se la
Lega Nord inventò il Parlamento della Padania come simulazione di un
contropotere secessionista, per quale ragione il movimento operaio non
potrebbe dar vita a un proprio Parlamento come espressione reale di
un'alternativa istituzionale di classe?
Partiamo da un principio di realtà. Due anni di subordinazione
clamorosa al governo Prodi da parte degli stati maggiori della sinistra
italiana - in una maggioranza di governo che per oltre un anno andava
da Mastella a Turigliatto - hanno spinto alcuni milioni di lavoratori
all'astensione e altri milioni, a parità di condizione, verso il «voto
utile» al Pd contro Berlusconi. Così i dirigenti Arcobaleno non solo
hanno regalato l'Italia a Berlusconi dopo aver votato per due anni le
stesse politiche di Berlusconi (il peggio del peggio); non solo hanno
regalato a Bossi settori operai e popolari facile preda di suggestioni
xenofobe proprio perché privati di ogni difesa sociale (e anzi colpiti
dal centrosinistra per conto della grande industria e delle banche); ma
hanno regalato a industria e banche la totale rappresentanza
dell'attuale Parlamento. O vogliamo ignorare la precisa documentazione
disponibile circa il regolare finanziamento dei principali partiti di
governo, di centrodestra e centrosinistra, da parte dei potentati della
finanza, dei grandi petrolieri, dell'industria farmaceutica, ecc.?
Basterebbe citare il libro di Stella «La casta» nell'unica parte omessa (non a caso), dai media.
L'attuale Parlamento, occupato all'80% da Pdl e Pd, spartito cioè
tra Berlusconi-Fininvest e Veltroni-Colaninno-Banca Intesa (con un 5% a
Casini-Caltagirone) è persino nella sua rappresentanza politica,
l'espressione diretta e/o indiretta del grande capitale. Di una piccola
minoranza privilegiata che grazie ai propri partiti, distinti ma
complementari, riesce a assoggettare a sé la maggioranza della società,
nel finto gioco di un'alternanza tra élite che si spaccia
spudoratamente per «democrazia». Ecco, l'attuale Parlamento è la più
clamorosa confessione della democrazia borghese: di quell'«inganno per
i poveri» di cui parlava Lenin un secolo fa e che oggi è persino più
ipocrita e volgare di un tempo.
Ma allora perché non contrapporre al governo Berlusconi e
all'attuale Parlamento l'embrione di una democrazia vera, di una
democrazia dei lavoratori per i lavoratori? La logica che accompagnava
la proposta di Gramsci dell' «Antiparlamento» , o la grande tradizione
del consiliarismo italiano, non sono proprio oggi spunti preziosi da
rielaborare e riattualizzare? Questo è il senso della nostra proposta.
Come Pcl siamo impegnati più che mai nella costruzione del nostro
partito, l'unico che non si è compromesso, né in tutto né in parte, col
centrosinistra e il suo disastro. Ma non contrapponiamo la costruzione
del Pcl all'esigenza di un vasto fronte unico di lotta contro il
governo Berlusconi e l'aggressione confindustriale. Un Parlamento
popolare eletto direttamente dal popolo della sinistra a partire dalle
fabbriche, dai luoghi di lavoro, dal territorio, con delegati
permanentemente revocabili e privi di ogni privilegio sociale, con un
criterio di rappresentanza integralmente proporzionale tra le diverse
posizioni, organizzazioni, partiti, sarebbe una grande espressione
democratica di unità e di forza. E al tempo stesso uno straordinario
laboratorio di autorganizzazione di massa. Sarebbe la sede pubblica di
organizzazione della mobilitazione popolare contro il governo, di
controinformazione e denuncia delle sue politiche, di confronto libero
e aperto tra i lavoratori, in una grande casa di vetro, sulla
costruzione di un'alternativa di società e di potere, fuori da un puro
dibattito accademico separato dalle lotte.
Insomma, di fronte al volto corrotto e lontano della politica
dominante e del suo parlamentarismo, un Parlamento popolare sotto il
controllo dei lavoratori potrebbe divenire il riferimento di vasti
settori di classe, un fattore di coinvolgimento progressivo di strati
popolari oggi sfiduciati e passivi, di settori popolari
antiberlusconiani oggi immobilizzati dal Pd, e persino di strati operai
che hanno ripiegato a destra ma che presto saranno sotto i colpi del
governo che hanno votato e potranno cercare nuove strade.
Questa proposta ha una sola implicazione, non sufficiente ma
necessaria: la prospettiva di un'opposizione radicale, di sistema, al
governo delle destre e alle classi dirigenti del paese, fuori da ogni
ipotesi di ricomposizione, per l'oggi e per il domani, col Partito
democratico di Veltroni e con la vecchia logica dell'alternanza.
Per questo dubito, realisticamente, che la proposta del
«Parlamento popolare» possa interessare gli stati maggiori delle
sinistre Arcobaleno, tanto più nel momento in cui sono avvitati in una
guerra intestina senza ritorno. Mi auguro invece possa interessare dal
basso tutte le forze e energie disponibili a ricostruire unitariamente,
dalle attuali macerie, una prospettiva di riscatto per i lavoratori.
Che faccia finalmente piazza pulita di ogni vecchio trasformismo.
Marco Ferrando
info@pclavoratori.it
Inviato da: nives_1987
il 25/06/2008 alle 20:30