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SINDROME CINESE

Post n°32 pubblicato il 15 Aprile 2007 da sunking77
 
Tag: Cronaca

immagineStampa e opinione pubblica non hanno certo mostrato di sottovalutare il valore sintomatico dei disordini scoppiati nella Chinatown milanese, ma pur nell'allarme non ne hanno colto, mi sembra, tutta la portata. E allora diciamolo subito senza giri di parole: la questione decisiva che gli avvenimenti di Milano obbligano a guardare fino in fondo è una questione di sovranità, la questione della sovranità dello Stato italiano, del valore effettivo delle sue leggi sull'insieme del territorio. «Non esistono zone franche », ha detto il sindaco Letizia Moratti, ma magari fosse vero: nel nostro Paese, invece, «zone franche » sono sempre esistite; fin dalla sua unità. E anzi è proprio questo uno dei tratti costitutivi del suo Dna.
Da 150 anni zone interne della Calabria e della Sardegna, come l'Aspromonte, il Soprammonte o parti della Barbagia, interi quartieri dei grandi agglomerati urbani del Mezzogiorno (penso a Napoli, a Palermo), sono luoghi dove il dominio della legge e la possibilità per le forze dell'ordine di esercitarlo sono quanto mai aleatori.Acustodire queste autentiche enclave extraterritoriali sta un'ulteriore caratteristica storica del nostro Paese: l'esistenza di potenti organizzazioni criminali radicate in quegli spazi e loro padrone di fatto. Come è stato già notato, non c'è alcuna vera differenza tra l'assalto ai vigili urbani da parte dei cinesi di via Sarpi e il più o meno identico assalto, che si ripete quasi ogni settimana, nei vicoli di Napoli da parte di torme di donne inferocite, ogni qualvolta la polizia vi fa irruzione.
Dopo un secolo e mezzo dalla sua unità l'Italia, insomma, è l'unico Stato dell'Europa occidentale dove allignano due aspetti patologici che rappresentano altrettante facce della stessa medaglia: porzioni non proprio minuscole della sua società sono dedite ad attività illegali se non criminali, e in parallelo parti del territorio nazionale sono virtualmente fuori dalla sovranità dello Stato; chi vi entra, anche il semplice turista, lo fa a suo rischio e pericolo. Ma ora questo dato storico del nostro Paese minaccia di subire un brusco salto quantitativo e quindi qualitativo. La rivolta della Chinatown milanese è per l'appunto il segnale che forse l'antica extraterritorialità/extralegalità italiana, collocata tradizionalmente in alcune zone del Mezzogiorno interno e delle sue città, è sul punto di estendersi alle metropoli del Nord. Principalmente per effetto di comunità di immigrati che sono in certo senso per loro natura stessa alternative alla comunità nazionale, non condividendone la lingua, la storia, la cultura, quasi sempre neppure la religione.
A forza di rivendicare esplicitamente la propria extraterritorialità culturale — come è il caso degli islamici con la richiesta di scuole islamiche — o di praticare una forma di ferrea anche se silenziosa extraterritorialità, come nel caso dei cinesi, è inevitabile che si arrivi, come si è di fatto arrivati a Milano, a rivendicare una sorta di vera e propria extraterritorialità legale, che vuol dire, in pratica, l'anticamera della extraterritorialità politica vera e propria. E’ solo un caso che si siano viste sventolare nel centro della capitale lombarda ad opera dei dimostranti le bandiere della Repubblica Popolare cinese? La statualità italiana, già insidiata fin dalle sue origini dalla presenza nel Mezzogiorno di spezzoni violenti di anti-Stato, si vede così costretta, in prospettiva, ad affrontare il problema nel Settentrione di queste enclave nascenti, o già consolidatesi, di extraterritorialità di fatto che hanno origine fuori dei nostri confini.
E per chiudere il cerchio, va osservato che proprio i fenomeni appena accennati producono a loro volta, in quella parte significativa della popolazione italiana che li vive più da vicino, sentimenti confusi ma forti di autonomismo estremo, desideri di autogestione dell'ordine pubblico, talora di secessionismo, che finiscono per rendere ancora più grave la crisi dell' involucro statual-nazionale. Tutto porta a concludere, insomma, che sia giunto il momento di reagire con forza allo stato di cose esistenti. Ma intervistato ieri, il ministro degli Interni, Giuliano Amato, ha reputato opportuno parlare di «dialogo», di «percorsi di integrazione », dei diversi tipi di immigrazione, e così via sociologizzando.
Tutte ottime cose; le quali però, mi sembra, vengono dopo una cosa preliminare che forse dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni di un ministro degli Interni (il quale invece, singolarmente, nella sua intervista non ne ha fatto neppure cenno): vale a dire l'imposizione della legge, la necessità di trasmettere a tutti il messaggio che chi esce fuori dalla legge sarà sempre e comunque sanzionato. Non è un caso se i Paesi a cui è effettivamente riuscito di integrare gli immigrati sono solo i Paesi dove su questa regola non è stato permesso a nessun nuovo arrivato, a differenza che in Italia, di farsi la benché minima illusione.

 
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