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Jens Lekman - An argument with myself

Post n°157 pubblicato il 25 Ottobre 2011 da syd_curtis
 

 




Scrivere di Jens Lekman è complicato, perché i rimandi sono tutti lì, bene esposti, talmente esposti da far pensare a un gioco consapevole e ironico. Voce che paga evidentissimi tributi a Morrissey (e solletica le corde degli orfani degli Smiths, il sottoscritto tra questi), melodie che rimandano ai fifties, da Orbison in giù, come pure più in generale al british pop d'annata, da Costello a Bragg, da Roddy Frame agli Orange Juice, con l'aggiunta di un po' di esotismo (soprattutto in quest'ultimo EP) alla Paul Simon e lo spettro immancabile di Stephin Merritt dietro le spalle. Canzoni romanticone da ascoltare a fari spenti mentre si limona col/la fidanzato/a e si sbircia verso la sponda opposta del lago. Basta per celebrare Lekman come il reuccio dell'indiepop? Chi lo sa. Per alcuni sarà solo inutile retromania, già visto e già sentito. Ad altri basta il colore delle sue camiciole eleganti. Eppure. Le sue canzoncine semplici, zuccherine, fanno breccia, inutile negarlo o nascondersi dietro il dito del retrò. Non so esattamente quale elemento riesca a mettere in campo, ma ci riesce. Una cosa va pur detta: la scrittura di Lekman, i suoi testi, ha pochi eguali nel panorama pop internazionale. Indaga i rapporti sentimentali, le paure, i dolori, le titubanze da un angolo prospettico insolito, del tutto personale. La vista da casa Lekman, si potrebbe dire. Guardare dalla finestra, vedere cose che non si erano viste, non in quel modo. Il segno, il tratto scelto è l'abbozzo, un mix di timidezza, pudore, malinconico sconcerto, ironia sottilissima. Cose di cui sorridi e di cui poi ti ammali.

Prendete a caso, due tre canzoni da quel Oh you're so silent, Jens, raccolta della costellazione di EP usciti nel suo primo periodo, primi anni duemila sino all'esordio di When i said i wanted to be your dog (qui la canzone omonima :-). Prendete una ballata esangue e fragilissima come The dept of forgotten songs. Un minuto e trenta, otto righe per evocare lo spettro di un triangolo amoroso tutto particolare: il destino di una ragazza sola e abbandonata, sedici o quarantacinque anni fa lo stesso, che ricorda un bacio del suo boyfriend di cui, ahilei, non era destinataria. Tutto regolare? Mica tanto. Lekman parla di dischi, canzoni abbandonate, 7" pollici che custodiscono sul retro la propria sorella cattiva, quella evil b.side sister che s'attira gli sbaciucchi del (ex) fidanzato senza cuore.

At the department of forgotten songs
There is a crying girl
She's lonely
She's just sixteen
Or forty-five
She's been abandoned for almost all her life
She can remember the boy who kissed her
But it was meant for her evil B-side sister

Si pensi ai giochi di parole di Maple Leaves, dove una donna si perplime sulle brutture del proprio corpo e l'innamorato di turno confonde Fall/Autunno con il gruppo di Mark E. Smith: ce n'è di che perdere la testa. O Sky Phenomenon, dove l'atmosfera si riempie del colore della birra spillata. E si potrebbe continuare per pagine, sempre più confusamente. Si potrebbe citare interamente il testo di The opposite of hallelujah, una delle sue più belle canzoni, una delle mie preferite, in cui le immagini sono così vivide - l'oceano che fa sembrare stupidi, la sorella più giovane che adora il fratellone, il granchio che esce dalla conchiglia e la fa sembrare inutile, il dolore che non si riesce a dire, la sostanziale inconoscibilità dell'altro: come condensare tutto ciò in una canzonetta pop da tre minuti, che mette a disagio e nello stesso tempo, genialmente, fa venir voglia di battere il piede a ritmo sul tappeto? Eccolo, il testo.

I took my sister down to the ocean
But the ocean made me feel stupid
Those words of wisdom I had prepared
All seemed to vanish into thin air
Into the waves I stared

I picked up a seashell
To illustrate my homelessness
But a crab crawled out of it
Making it useless

And all my metaphors fell flat
Down on the rocks where we sat
She asked where are you at?

But sister, it's the opposite of hallelujah
It's the opposite of being you
You don't know 'cause it just passes right through you
You don't know what I'm going through

You don't know what I'm going through
You don't know what I'm going through
You don't know what I'm going through

We made our way home on the bikes we had borrowed
I still never told you about unstoppable sorrow
You still think I'm someone to look up to
I still don't know anything about you
Is it in you too?

You've got so much to live for, little sister
You've got so much to live for

But sister, it's the opposite of hallelujah
It's the opposite of being you
You don't know cause it just passes right through you
You don't know what I'm going through

You don't know what I'm going through
You don't know what I'm going through
You don't know what I'm going through
You don't know what I'm going through


In una intervista bellerrima che potete leggere sul sito dell'etichetta discografica, secretly canadian (il nome più bello che ci sia, ne converrete), Lekman spiega parte del suo procedimento creativo, utilizzando una metafora calzante: to make a bird out of a feather, di una piuma, fare un uccello. Nel suo caso, è vero il contrario. Le cose di cui vorrebbe scrivere sono pesanti, ma non ne ha voglia. Sottrae peso.

It’s when you try to make something bigger out of something that’s not very big at all. I felt like I was doing the opposite. I knew that there were all these heavy things that I needed to write about, but I just wanted to write about nothing. So I was making a feather out of a bird – a very stubborn and sad little bird.

Questo nuovo EP (in streaming su Vulture), che forse ai non adepti o agli ascoltatori frettolosi potrà sembrare niente di che, ha il merito di riconsegnarci (forse) il Lekman che credevamo perduto, dopo ben quattro anni di silenzi. Abbandonato per il momento il pop orchestrale di Night falls over Kortelada in funzione di una esibizione più sobria, ci regala cinque canzonette che miscelano come al solito le influenze di cui sopra, ci si incistano sotto pelle, ascolto dopo ascolto, non svelano il segreto che ci incatena misteriosamente, ci fanno compagnia sotto il cielo malinconico di ottobre, quel sole tubercolotico pallido ricordo di luglio, parlano di cose piccole minute quotidiane col solito sguardo non quieto, non appiccicoso, non retorico, inusuale, spiazzante. Si discute con se stessi, si cerca un buffo approccio -mancato- con Kirsten Dunst, sfidando l'ira di Spiderman, si promettono cose a un amico malato, si cerca una direzione su google maps come si cercasse un luogo dove stare, una persona a cui legarsi. Un disco che ha un po' il sapore di un ritorno a casa. Gli archi romanticoni che sono sempre stati parte dell'immaginario sonoro di Lekman, qui sono dosati con parsimonia e paiono bene azzeccati. Quel noto mix di tenerezza romantica e ironia appassionata.

Per i pochi fortunati, Lekman sarà in concerto il 27 Ottobre, unica data italiana, alla Salumeria della Musica di Milano. Non fatevelo mancare.

 

 
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