
Ong il tesoro nascosto della solidarietà
Articolo pubblicato su La Repubblica del 14 febbraio 2008
Autore: Francesca Caferri, Anais Ginori
Ettore Abate, revisore di conti per la Ernst & Young «Se dovessi dare un consiglio a un donatore italiano – spiega – gli direi di chiedere innanzitutto il bilancio sociale della Ong ce ha scelto di sostenere». Creato negli anni scorsi, questo documento è un primo passo verso la trasparenza dell’attività di associazioni che, in nome del non profit, a lungo sono sfuggite a qualsiasi controllo. «Oltre ai dati economici, vengono pubblicate informazioni qualitative in grado di illustrare i risultati della “mission” dell’organizzazione», spiega Abate. Eppure questo strumento da noi è quasi ignorato: non essendo obbigatorio per legge – come invece accade in molti paesi europei – solo un’associazione su sei lo utilizza. La trasparenza comunque non è tutto: bilancio alla mano, chi sarebbe in grado di decifrare cosa si nasconde sotto “servizi finanziari” e “materie prime”, fare la differenza tra “promozione” e “fundraising” o capire se i costi del personale in missione sono compresi alla voce generale “stipendi” o a quella “costi del progetto in loco”? Altro problema: in Gran Bretagna e Francia la rendicontazione dei singoli progetti è obbligatoria, in Italiano: eppure questo è un modo per garantire ai donatori che i soldi devoluti a una finalità non siano stornati per altri scopi. È in nome di questo principio, ad esempio, che nel 2005 Medici Senza Frontiere bloccò le donazioni per lo Tsunami una volta raggiunta la cifra necessaria alle operazioni.
«I bilanci dovrebbero essere comprensibili e accessibili da tutti» dice Carlo Laganà, partner Deloitte, un’altra società specializzata nella certificazione dei conti. In Italia, concordano gli esperti, il cittadino-benefattore parte davvero svantaggiato. Le amministrazioni pubbliche sono più tutelate: ogni finanziamento alle Ong deve essere poi oggetto di un riscontro, ma per i privati non ci sono disposizioni simili. Anche nel caso del 5 per mille, da cui le Ong hanno tratto nel 2006 quasi 193 milioni di euro, le autorità pubbliche non hanno imposto l’obbligo di fornire riscontri ai cittadini. «Diciamo che i controlli non piacciono a nessuno. Anche le Ong fanno resistenza» osserva Marcon, che all’ambiguità degli aiuti umanitari ha dedicato un libro.
Per comprendere l’affidabilità di un gruppo, la certificazione dei bilanci da parte di terzi – facoltativa ma praticata dalle più grandi organizzazioni umanitarie – è una prima garanzia importante: dimostra che c’è stato un controllo indipendente. Ma neanche questo è sufficiente. «Quello che serve davvero per conquistare la fiducia di chi ci finanzia è la continuità – racconta Daniele Scaglione di Action Aid Italia – da noi ci sono sei persone incaricate di tenere contatti con i donatori. Cerchiamo di far sapere nel modo più dettagliato possibile dove vanno i soldi». Sforzo lodevole ma, ancora una volta, del tutto volontario. In Germania, per esempio, esiste dal 1893 lo Duetsches Zentralinstitut für soziale Fragen che si occupa di controllare e certificare le Ong. L’unico tentativo di creare un’ Athority italiana del settore sta fallendo. Il presidente dell’Agenzia per le Onlus. Stefano Zamagni, ha avvertito che, con i tagli previsti ai fondi, l’organismo governativo incaricato della vigilanza sul non profit potrebbe chiudere entro agosto. Consola poco il fatto che il problema sia comune: quando la Federazione europea per l’etica e lo sviluppo ha inviato 4000 questionari sul tema trasparenza alle più grandi Ong europee sono tornate indietro meno del 10 per cento delle risposte.
Peccato, perché il Terzo Settore avrebbe davvero bisogno di più regole e controlli. Negli ultimi quattro anni in Italia le Ong sono aumentate del 23% e così il flusso di denaro che si è riversato verso associazioni, fondazioni, cooperative sociali. «Fino agli anni Trenta – ha scritto il giornalista americano David Rieff, autore di “Un giaciglio per la notte” – solamente i missionari, occupati a salvare le anime, o i comunsti, intenti a fomentare la rivoluzione, agivano sulla base di un sistema di valori ispirato alla solidarietà universale». Dalla guerra del Biafra (1963) in poi è invece sviluppato l’umanitaresimo non governativo e transnazionale e i soggetti sono diventati migliaia, così come le loro attività. Da noi lo tsunami è stato uno spartiacque tra i gruppi di volontari vecchia maniera, legati a un’idea romantica delle missioni, e le nuove aziende umanitarie con stipendi pressochè identici alle multinazionali dell’industria. In quel Santo Stefano 2004 si è capito che il nostro pase poteva essere un mercato ricchissimo per le Ong: oltre 47 milioni di euro furono raccolti solo attraverso Sms. «È stato allora che molte organizzazioni internazionali hanno deciso di aprire una succursale italiana» osserva Marcon. La figura del “fundraiser”, dipendente o consulente specializzato nella ricerca di fondi, è diventata sempre più importante: il suo compito è affrontare la dura competizione sul portafoglio degli italiani. La beneficenza è diventata un gadget che spunta nelle liste nozze, in mezzo a una partita di calcio, dentro al concorso a premi. Con effetti paradossali. Quale azienda investirebbe 600mila euro per ricavare soltanta 90mila, come nel 2006 è capitato per una campagna di fundasing di una grande Ong? I costi del marketing sono lievitati vertiginosamente fino a rappresentare in qualche caso quasi un quinto del bilanco delle associazioni.
Se nessun cittadino può pensare che un euro donato si trasformi integralmente in un euro di cibo o medicine trasportati dall’altra parte del mondo, perché tutte le Ong hanno dei costi di mantenimento necessari e legittimi, la domanda da porsi è: qual è la giusta proporzione? Negli Stati Uniti, gli esperti fissano un tetto del 30% alle spese di struttura di una Ong. Se un’associazione destina al progetto meno del 70% della donazione iniziale non è considerata efficiente. «Ricordiamoci però che a seconda della missione umanitaria i costi della struttura variano molto. Un’organizzazione con personale medico specializzato avrà spese superiori a quella che distribuisce soltanto pacchi di riso e può utilizzare giovani volontari» specificano all’istituto italiano per le donazioni, il primo, e finora unico, organo che propone una sorta di “certificazione” delle Ong. Nato tre anni fa, ha creato il marchio «donare con fiducia», slogan che riassume la crisi di credibilità del settore. «Abbiamo un filo diretto con i cittadini – racconta una delle responsabili, Lorena Varalli – è vero che oggi c’è una maggiore richiesta di garanzie da parte dei donatori, ma non bisogna lanciare allarmismi». La risposta delle Ong alla Carta della donazione è stata ancora timida: 28 sigle hanno aderito al marchio, altre 15 sono in attesa di passare tutti i controlli.
In queso universo del bene che sta diventando una gigantesca nebulosa si rischia di tornare ad antiche abitudini. «Dare dei soldi soltanto a chi si conosce, di mano in mano» dice Marcon. Più piccola è la Ong, più è redditizzia per i donatori, come dimostra una recente ricerca della società Un-Guru per il Sole 24 Ore. In cima alla pagella di efficienza figura la Fondazione James non morirà (99,6% dei fondi raccolti effettivamente devoluti alla missione), che opera unicamente in Etiopia e si basa solo su lavoro volontario. «I gruppi piccoli hanno però un impatto ridotto – avverte Roberto Salvan, direttore del Comitato italiano per l’Unicef – possono agire su una singola comunità o comunque in spazi limitati. Solo i grandi come noi sono in grado di agire subito di fronte a una crisi». Come altre agenzie delle Nazioni Unite, l’Unicef è stata spesso criticata per i costi di gestione troppo alti. «Ma – conclude Salvan – avere una struttura pronta ad agire in qualunque momento costa molto. Non bisogna illudersi».