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Punti di domanda e qualche risposta su di noi e la società, con un pizzico di umorismo

 

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PERCHE' L'ITALIANO PENSA COSI' #2

Post n°30 pubblicato il 02 Marzo 2015 da traggogolone
 
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Continua dal precedente articolo l'indagine sulle cause più profonde, in merito al cattivo pensare degli italiani, sulla scorta dell'illuminante ed imperdibile testo di Ermanno Rea "La fabbrica dell'obbedienza".
Qui si entra nel vivo del problema:

"Provo a semplificare.
La Controriforma conferisce in maniera definitiva alla confessione carattere privato e auricolare in cui prevale la concezione del peccato come crimine, almeno in parte risolvibile, oltre che attraverso il pentimento, sulla base di una transazione con l'autorita ecclesiastica.
In altri termini, la Chiesa pretende di esercitare, attraverso la penitenza, un potere disciplinare sui singoli cristiani, in netta contrapposizione con la concezione luterana della penitenza che non ha niente da spartire con l'espiazione mediante le opere o il pagamento in denari»
Siamo al nodo principale della contrapposizione Riforma-Controriforma.
Lutero pretende una Chiesa definitivamente spoglia di tutte le sue gerarchie, senza più un clero inteso come casta separata.
Per il monaco riformatore tedesco tutti i cristiani devono partecipare al sacerdozio, tutti possono e devono conoscere la Sacra Scrittura.
Quanto alla confessione, essa investe l'intima coscienza del credente che, conformemente alla predicazione di san Paolo, vive un rapporto diretto con Dio attraverso la Fede. Niente intermediari, quindi: la Chiesa non ha alcuna discrezionalità di giudizio, nessuna facoltà di comminare ammende, di imporre sanzioni di alcun genere, figuriamoci di praticare torture ed esegui di morte.
Per queste cose c'e lo Stato; c'è la pubblica autorita; c'è il potere dell'imperatore.
Non credo di esagerare affermando che siamo al punto più drammatico e significativo della rottura dell'unita cristiana, con l'Europa che si divarica in due contrapposte concezioni religiose e politiche che non tarderanno ad avere ripercussioni di carattere addirittura antropologico.
In ogni caso, di natura culturale: tra un'Italia attraversata da una prepotente vocazione teocratica (e esattamente a questo punto che nasce quella «questione cattolica» che non ci scrolleremo più di dosso) e un'altra cospicua parte del Continente avviata sulla strada di una laicità destinata ben presto a trasformarsi in «rivoluzione borghese».
Ma dove attinge Lutero la sua ispirazione di una Chiesa estranea alle beghe del secolo, interamente spiritualizzata, in cui la supremazia della fede implica la cancellazione, oltre che delle gerarchie, dello stesso clero?
L'ho appena detto, sia pure di sfuggita: nel corso delle sue lezioni sulle epistole di San Paolo che egli svolse all'Università di Wittenberg.
Dopo tutto vi era un ponte tra Dio e l'uomo, si legge nel già citato volume "L'europa del Cinquecento", e questo era la sola Fede (sola fide), che è dono gratuito di Dio, nel quale l'uomo deve avere fiducia, "fiducia" e "fede" presero il posto di "paura" ed "opera".
Per Lutero la penitenza era l'umilta della fede.
(::) Mi e capitato di leggere le Confessioni di Sant'Agostino e di scoprire la somiglianza delle parole di Lutero con quelle di questo straordinario per non dire trascinante scrittore e padre della Chiesa, che si richiama a sua volta a san Paolo e intende la confessione dei peccati come celebrazione dell onnipotenza divina, contatto diretto con Dio.
Per sant'Agostino, soltanto Dio sa se nel confessarmi ho detto la verità oppure ho mentito, quindi soltanto Dio è in grado di giudicarmi ed eventualmente assolvermi (i primi capitoli del Libro Decimo delle Confessioni risultano particolarmente illuminanti su questo tema)."
Lutero, insomma, nella sua condanna della pratica delle indulgenze - e in generale delle pretese della chiesa di amministrare giustizia attraverso lo strumento attraverso lo strumento della penitenza - non appare un disarmato improvvisatore, ha alle spalle tutta una tradizione di religiosità interiorizzata e responsabile, cui richiamarsi.
Ricordiamolo, la domanda che ci accompagna in questo veloce viaggio nel passato e dentro noi stessi è se siamo tutti figli della Controriforma.
Io penso che gli eventi di quel concilio ci abbiano plasmati molto al di la di quanto sia comunemente riconosciuto perfino dalle voci più critiche nei confronti di santa romana Chiesa. Quegli eventi continuano a vivere dentro di noi più condizionanti che mai.
Come ho gia detto, noi siamo le nostre istituzioni.
Al punto che, anche quando critichiamo le gerarchie vaticane, e in particolare la figura del papa, o ne denunciamo la strisciante invadenza, esse possiedono il nostro sentimento, delimitano i confini della nostra ribellione, imprimono il loro marchio alle nostre stesse proteste facendo di noi, al più, dei cattolici amareggiati, forse dissidenti, mai dei non cattolici."

 

 
 
 
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