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Cronache mediorientaliL'ultimo libro di quello che forse è l'ultimo grande inviato di guerra, il britannico Robert Fisk, poteva anche chiamarsi 'cronache di un fallimento annunciato'. E il fallimento sarebbe quello della politica estera delle grandi potenze, così come sono emerse dalla Prima Guerra mondiale, in Medio Oriente. Trenta anni fa, come oggi. Fisk racconta una storia che copre un periodo di tempo che va dal 1980, con l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Armata Rossa sovietica, al 2003, con l'invasione dell'Iraq da parte delle truppe della Coalizione guidata dagli Stati Uniti. Un periodo per certi versi breve, ma che nell'economia di quello che il grande storico Eric J. Hobsbawm ha definito il 'secolo breve', diventa determinante. Fisk riesce a disegnare, alternando articoli scritti all'epoca dei fatti con riflessioni attuali, un quadro disarmante: all'inizio degli anni Ottanta l'Afghanistan era occupato e devastato, Iran e Iraq si combattevano in una guerra micidiale e il Libano era dilaniato da una guerra civile, aggravata dall'invasione delle truppe d'Israele. Badate bene: primi anni Ottanta, ma sembra oggi. Con l'Afghanistan ancora occupato e devastato, con l'Iraq a brandelli e il Libano sotto attacco l'anno scorso e da quel giorno paralizzato. E la grandezza della testimonianza del giornalista inglese sta proprio nel fatto che nelle sue lucide corrispondenze si coglie in pieno come proprio quasi trenta anni fa vennero gettate le basi dell'attuale disastro. Un incontro con la Storia. Leggere le pagine di Fisk, dove la storia incontra la Storia, dove i potenti si raccontano come la povera gente, rende l'idea di come siano state sbagliate le scelte del cosiddetto Occidente nel costruire pezzo per pezzo quell'immensa polveriera che è oggi il Medio Oriente. La cinica realpolitick delle cancellerie di Washington, Londra e Parigi, lungi dal produrre risultati, ha generato il clima di terrore nel quale si vuole far vivere la gente. Clima di terrore che permette la restrizione dell'ambito di tutela dei diritti civili e 'l'arruolamento' dell'informazione, che cessa di essere 'cane da guardia della democrazia' per diventare parte in causa di un disegno liberticida e di rielaborazione delle opinioni pubbliche. Fisk, giornalista di razza, sbugiarda gran parte delle 'versioni ufficiali' delle quali oggi si nutre la gran parte dei mezzi d'informazione di massa. E racconta di come Osama bin Laden, oggi simbolo del male e giustificazione per qualsiasi violazione del diritto, altri non è che una creatura di quelle stesse classi dirigenti che oggi vogliono convincerci che va annientato. E racconta di come Saddam Hussein ha gasato i curdi, crimine che lo ha portato alla forca, utilizzando armi che l'Occidente stesso gli ha venduto. Lo stesso fondamentalismo islamico, oggi spauracchio dell'Occidente, è stato tollerato, armato, finanziato e sostenuto da coloro che oggi lo additano come il nazismo del XXI secolo. Il valore di un testimone. Tutte cose già dette e ridette, potrà obiettare qualcuno. Ma non è come tutte le altre volte, perché Fisk c'era, e sa quel che dice. Questo è il contenuto esplosivo di questo libro, che potrebbe e dovrebbe essere consigliato come strumento didattico. Fisk non fa teorie nei salotti dei talk show televisivi. Gira i fronti di guerra, con il suo taccuino, nel quale annota ossessivamente da decenni i nomi di quelle vittime civili citate troppo spesso in forma di numeri. Ha parlato di persona con i potenti della Terra, quelli che vengono considerati dell'asse del Bene e quelli che vengono considerati dell'asse del Male. Il disegno che esce dal suo racconto è drammatico, ma anche molto lucido. Permette di comprendere fino in fondo quel senso di frustrazione e rabbia che opprime i popoli del Medio Oriente, schiacciati da sempre tra le baionette degli occupanti da una parte e i dittatori e i fondamentalisti creati in vitro da quelle stesse potenze, che a volte colonizzano con strumenti differenti. (fonte: www.peacereporter.it 26/10/07 autore christian Elia ) |


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il 25/03/2009 alle 01:27
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