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FRAGILE: Regalo di natale

Post n°109 pubblicato il 05 Gennaio 2013 da alex.canu
 

 

 

    Il primo paio d'occhiali da sole che ho avuto erano della Bausch & Lomb. Li portavano i piloti dei caccia americani. Mi costarono un occhio e li persi in chiesa, nella cattedrale di San Nicola. Li dimenticai sopra un banco e quando tornai indietro dopo venti minuti già non c'erano più. Una signora anziana mi disse che un giovane con i capelli biondi come l'oro li aveva presi. Lo disse con un tono ispirato, quasi mistico. Oggi sospetto che sia stata proprio lei a portarseli a casa. Mai fidarsi delle signore anziane, sopratutto in chiesa. Così risparmiai ancora e riuscii a ricomprarmene un altro paio, sempre a goccia, col ricciolo dorato. Un amico mi disse che il ricciolo serviva per quando ti voltavi in moto e il vento te li poteva strappare via. A me il secondo paio di Ray Ban non me li portò via il vento, ma un gruppo di hooligans di Sorso. Era proprio il giorno del mio compleanno e me ne stavo seduto da solo su una panchina ai giardini pubblici. Mi si avvicina questo gruppo di teppisti e uno mi dice, mi fai provare i tuoi occhiali? sai me ne devo comprare un paio proprio come i tuoi, ma non sono tanto sicuro. Io gli dico di no e allora un altro, con la faccia da delinquente, mi viene vicino e con tono minaccioso mi intima, è meglio se glieli fai provare. Io mi levo gli occhiali e penso che è l'ultima volta che li vedo. Il ragazzo che me li aveva chiesti se li misura, guarda verso il cielo, sorride e dice, belli sono proprio così che li stavo cercando. L'amico si mette a ridere e quelli scappano tutti insieme. Sono rimasto seduto su quella panchina per un altro quarto d'ora buono, con l’aria imbambolata, la gente mi scambiava per un tossico, poi mi sono alzato e me ne sono andato. Avevo un appuntamento con una ragazza con la quale uscivo da qualche settimana e quella mi dice, ma dove sono i tuoi occhiali da sole che non te li levi mai? Io le dico che me li avevano appena rubati e lei deve aver pensato che ero un fesso. Infatti dopo neanche quindici giorni mi ha lasciato senza darmi una parola di spiegazione. Non ho più avuto da allora un paio di Ray Ban a goccia, anche perchè nel frattempo erano già passati di moda, fino a pochi mesi fa, quando me ne sono ricomprato un altro paio, il terzo. Forse per questo motivo dio ha voluto darmi il dono raro e curioso di trovare occhiali dappertutto, da sole, da vista, da presbite per leggere da vicino e da miope per guardare lontano. Occhiali di tutti i generi, alla moda, di foggia antiquata, vintage, da pensionato con la montatura dorata o in ottone leggero. Ho trovato occhiali sulle spiagge, per la strada, negli spogliatoi dei grandi magazzini, nelle cunette delle mulattiere o spaccati sull'asfalto. Ho trovato occhiali di tutte le marche, Vogue, D&G, Bounty, X-Ide, Dior e altre griffe di cui non mi sono curato. Molti non mi sono chinato neppure a raccoglierli. Alcuni li ho tenuti per me, tutti gli altri li ho regalati.

    Sopra una panchina di granito trovai una volta un paio di occhiali da vista in plastica dura, con la montatura grossa e nera d’altri tempi, pesavano un quintale. Mi davano un un’aria alla Ray Charles. Entrai da un ottico e chiesi se potevo metterci le lenti da sole. Lui mi disse che si poteva fare ed ecco che avevo un paio d’occhiali da sole nuovi di zecca. Mi durarono una vita, non riuscivo a perderli. Alle volte li abbandonavo di proposito, ma quando tornavo indietro stavano ancora li, non piacevano a nessuno e nessuno me li voleva rubare. Io mi ci ero affezionato perchè una volta, una ragazza che mi piaceva, mi aveva detto che quegli occhiali potevano stare bene solo a me. Io lo presi come un complimento. Dovrebbero stare ancora da qualche parte, dentro un cassetto magari o dentro una di quelle scatole, dove finiscono le cose che non vogliamo più o di cui non riusciamo a liberarci. Un giorno li voglio cercare per metterli ancora e guardarmi allo specchio come facevo sempre.

    Non ho saputo resistere alla tentazione e qualche anno fa, in seguito all'enorme successo di “The Matrix”, un film fantascientifico, in cui una tecnologia crudele e dittatoriale annienta il libero arbitrio di ciascuno di noi, mi sono comprato gli splendidi occhiali da sole di Neo, l'Eletto. Mia moglie ha cercato di dissuadermene in tutte le maniere, ha fatto appello al precario bilancio familiare, al bambino ancora piccolo, al mutuo infinito da pagare, alle bollette, persino alle mie precarie capacitá di ricordare dove lascio le cose, alle alluvioni, alle cavallette, alle sette piaghe d'Egitto. Niente, non c'é stato verso, quando un uomo prende una decisione non torna più indietro. Acquistai, pagandoli una fortuna, un paio di Silhouette originali. Erano leggeri come piume, bellissimi. Dico, "erano", perché non li possiedo piú. Era estate e faceva un caldo torrido. Tornavo dal mare, avevo il bambino a cavalluccio sulle spalle, lo zaino distrattamente buttato a tracolla. La tasca esterna era rimasta aperta e quelli devono essere saltati giù, in una parte non meglio chiarita della spiaggia o nella stradina polverosa che porta al parcheggio delle auto. Sono corso indietro ripercorrendo lo stesso tratto di spiaggia, ma dei miei occhiali da sole nuovi nessuna traccia. Ho chiesto in giro, alla gente sdraiata sotto gli ombrelloni, ma nessuno ne sapeva niente, nessuno li aveva visti. Li avevo comprati da appena due mesi, li custodivo come una reliquia della croce di Gerusalemme. Dopo l’uso li riponevo sempre nell’astuccio di plastica nera rigida. Qualcuno mi puó spiegare perché gli occhiali a cui tengo di più li perdo con sconcertante facilità, mentre quelli che trovo, o che non mi piacciono in modo particolare, mi rimangono attaccati per sempre?

  Due anni fa camminavo vicino alla porta di Brandemburgo a Berlino, sulla Tiergartenstrasse che taglia in due i giardini omonimi. Piccoli carriarmati color pastello, come giocattoli montati sopra piedistalli di cemento, testimoniavano di un recente passato fatto di sospetti e reciproche crudeltá. Li osservavo, affascinato dal loro aspetto infantile e tragico. Poco sotto, a ridosso della siepe che ci separava dalla esposizione, una panchina di legno scuro lasciava brillare un oggetto. Mi avvicinai e osservai con curiosità un paio di occhiali da vista, con montatura in acciaio leggermente brunito a riscaldare la fredda superficie del metallo crudo. La foggia era degli anni settanta e chi li aveva posseduti, fino a qualche attimo prima, doveva essere certamente un signore anziano. Le lenti erano appena rigate, montate su una cornice rettangolare stondata agli angoli. Portavano inciso sulle stanghette un codice: “bz 22 co2”. Un paio di occhiali così si potevano vedere in quei film di spionaggio sulla guerra fredda, dove sovietici e americani si scambiavano i rispettivi prigionieri sul ponte di Potsdam, non tanto lontano da Berlino. I due nemici camminavano lentamente, provenendo dalle rive opposte del fiume, dove agenti schierati del K.G.B. e della C.I.A. vigilavano che le operazioni andassero a buon fine e si evitasse una guerra nucleare. I due prigionieri si incontravano per un attimo appena, scambiandosi un rapido sguardo. Ecco, il prigioniero dell’est poteva avere degli occhiali come quelli, magari con una delle lenti rotte. Li raccolsi e me li misurai, calzavano perfettamente, ma non potevo vedere con chiarezza dato che le lenti avevano una leggera graduazione da miope. I carriarmati giocattolo apparivano deformati, come dietro un vetro antico, la bocca del cannoncino era puntata minacciosamente verso il cielo e il piedistallo appariva pericolosamente inclinato. Me li levai e attesi per qualche minuto, ma nessun membro del Komintern venne a reclamarli. Immaginai kilometri di filo spinato, grida di Achtung!, raffiche di mitragliatrice, e rimproverai mutamente le lenti di non essere rotte. Li misi dentro la borsa e tornato in albergo li interrogai a lungo, ma niente raccontarono. Mi spiegai tutto ció con la paura del muro e del blocco sovietico, una guerra di spie? Cosa significava la misteriosa sigla “bz 22 co2”? Un messaggio in codice? Digitai l’enigmatica sigla su google, ma apparvero solo messaggi di fatine disponibili in mises di lingerie striminzite, non lontane dalla cittá dove vivo attualmente. Il mistero rimase tale, ma qualche giorno dopo, in una fredda mattina di febbraio, notai un signore con degli occhialoni anni settanta all'angolo della strada. Indossava un pesante cappottone grigio, portava il bavero rialzato, la sciarpa era di lana grezza, incrociata sul davanti e un cappello nero di feltro. Si riscaldava le mani guantate, dandosi piccoli colpi secchi, che risuonavano come schiocchi nel mattino gelido. Dalla bocca gli usciva vapore denso. Mi puntava I suoi piccoli occhietti da topo miope, fissandomi con inspiegabile insistenza. Mi fermai per un attimo a osservarlo, mormorai con le labbra la sigla misteriosa, “bz 22 co2”, se alle volte quell'uomo potesse riconoscerne il senso e lui mi rispose, inaspettatamente, facendomi un segno, una dolce alzata delle sue sopracciglia folte. Poi scattò il verde e ognuno prese una direzione diversa. Quando mi voltai, vidi il signore col cappotto che ancora mi osservava con fare ammicante. Indeciso sul da fare allungai il passo.

   Una domenica sera, battuta da una pioggia lamentosa e buia, rientravamo a casa in automobile. Il bambino dormiva sdraiato sul sedile posteriore. Il ritmare lento e noioso dei tergicristalli faceva da contrappunto allo scivolare delle ruote sull’asfalto bagnato. Rallentai a poche centinaia di metri da casa, nel nostro stesso quartiere, perché alcuni ragazzi facevano a botte, occupando l’intera corsia destra e parte del marciapiede. Due auto erano parcheggiate sghembe e gli sportelli erano completamente spalancati.  Alcuni ragazzi, come sempre in questi casi, tiravano via i loro compagni, cercando di calmare gli animi, ma i due contendenti erano decisi a spaccarsi la faccia a vicenda. Si colpivano con calci e schiaffi che non andavano mai a segno, uno di loro perse una scarpa che gli scivolò via disperdendosi lontana.  Mi fermai ad osservare, non ascoltando le esortazioni di mia moglie a tirare dritti per la nostra strada. Lasciai andare i tergicristalli che spostavano ritmicamente la pioggia che cadeva. Quando i ragazzi si allontanarono, sgasando e facendo stridere le ruote sull’asfalto, notai sulla strada bagnata una macchia nera che brillava, come di vetro scuro. Mi chinai e raccolsi un bellissimo paio di “Persol” da sole, con una montatura marrone che imitava l'osso di tartaruga. Una delle due stanghette si era rotta, ma ripararli non sarebbe costato eccessivamente. Ero quasi sicuro di sapere a chi appartenessero, ma assolsi me stesso pensando che non si puó scendere dalle automobili e bloccare il traffico, per suonarsele fra bande rivali di giovinastri ubriachi e facinorosi. Non restituirli sarebbe stata la giusta ammenda per un atto di inciviltá, cosí mi tenni gli occhiali Persol. Ripararli mi costó effettivamente poco e mia moglie mi accusò di essermi fermato apposta per fregare qualcosa a quei poveri ragazzi ubriachi. Naturalmente non è così come sostiene lei. Peró poco tempo dopo, sempre di notte, sempre in automobile, sempre col bambino che dormiva dietro, tornavamo da una breve gita domenicale. Eravamo stati in Umbria, sulla valle del Tevere, in una magnifica giornata di sole, pranzo in trattoria, foto al bambino e tutto il resto. Tornavamo a casa, dicevo, sará stato verso mezzanotte, lungo un rettilineo, ad una ventina di kilometri da casa, un gattino bianco mi attraversa la strada e si blocca sulla linea di mezzeria. Per non prenderlo in pieno schiaccio con tutti e due i piedi sul freno e inchiodo la macchina. Il gattino fugge via spaventato, ma passano due secondi appena e sento una grande botta che mi manda l'automobile due metri piú avanti. Grido, porca puttana, mia moglie si mette a strillare, si sveglia il bambino e chiede con voce piagnucolosa cosa è successo. Quando scendo dalla macchina tre graziose ragazze mi aggrediscono, insultandomi e  chiedendomi a gran voce perché cazzo avevo frenato di colpo. Io rispondo che un animale, improvvisamente, mi aveva tagliato la strada costringendomi a scegliere se ucciderlo o frenare. Capisco quello che è successo, ma sono disponibile a riconoscere la mia colpa e pagare i danni. Le ragazze si calmano, forse colpite dalla storia del povero animale scampato alla morte, invece mia moglie si agita sempre di piú. Mi dicono che stavano andando in discoteca, sono giovani e carine, elegantissime, con i tacchi alti e spaventate per quello che era successo. Quella che guidava mi dice, tra le lacrime, che il padre le aveva lasciato l'automobile solo dopo ore di assalto frontale, e ora ecco quello che le avevo combinato. Le dico di non preoccuparsi, che loro non hanno colpa di niente, che avremmo compilato il C.I.D. Il cid?, pronuncia lei stupita. Cos'é il cid? Mi ripete sospettosa. Il C.I.D.  le spiego, é la constatazione amichevole dei danni subiti e provocati. Dovrei averne una copia nel cruscotto, le dico. Adesso lo prendiamo e lo compiliamo insieme, facciamo il disegnino con le parti entrate in collisione, prendiamo tutti i dati e domani lo porti dal tuo assicuratore. Vedrai che tutto si risolverà in pochi giorni e la macchina di tuo padre tornerà nuova come prima. Mia moglie mi osservava estereffatta mentre aprivo il cruscotto e prendevo, in mezzo a mille carte disordinate, un cid sgualcito. Ecco, dico alla ragazza, adesso lo compiliamo, tu scrivi qui che..., su questa riga…, no su quest'altra forse. Guardavo il foglio di carta, ma non riuscivo a leggere il carattere piccolissimo col quale era scritto lo stampato. Frugai in macchina alla ricerca di un paio di occhiali da lettura, dovevo averne uno da qualche parte. Trovai occhiali da sole con le montature piú fantasiose, a goccia, tondi, quadrati, anni settanta e ottanta, da ciclista variopinti come gli occhi dei calabroni, retrò, con le lenti verdi, marroni e sfumate. Trovai di tutto, tranne gli occhiali per leggere da vicino. Le ragazze intanto si spazientivano. Quando ce ne andiamo da qui? ripetevano. Dobbiamo aspettare, perché il signore non trova gli occhiali per leggere il cid, fece la simpatica guidatrice. Cos’è il cid? gridarono le altre due sceme. La prima glielo spiega e quelle dicono, ah beh, allora facciamo l'alba! Mi offesi, lo posso dire? mi offesi a morte e allora chiesi a mia moglie di completare lei la parte nostra nel cid del cazzo. Io mi chiusi in macchina e finsi di tranquillizzare il nostro bambino che continuava a piagnucolare, chiedendo quando saremmo tornati a casa. Pensai ai ragazzi che avevamo sorpreso ad azzuffarsi sotto la pioggia e mi convinsi, ancora di più, che ogni cosa fatta é resa. Da quel giorno, dentro al cruscotto dell’automobile, tengo sempre due paia di occhiali da lettura, non si sa mai.

   Qualche settimana prima di natale faceva veramente freddo, tirava una tramontana dritta e nervosa che non lasciava mettere il naso fuori di casa. Ero molto indeciso se mettere tuta e pantaloncini e andare a fare una corsa, oppure starmene a casa a oziare un pochino. D’altra parte, avrei potuto alternativamente approfittare di quel pomeriggio, per andare in giro per negozi e tentare di mettere insieme un qualche regalo da sistemare sotto l’albero pieno di luci colorate, che avevamo preparato qualche giorno prima.  Mancavano ancora una decina di giorni al natale, ai regali avrei pensato più avanti. Indossai un k-way, misi un berretto di lana in testa e partii verso una strada di campagna, dove lascio solitamente l’auto parcheggiata, sotto un grosso albero. Infilai guanti e auricolari e feci qualche saltello di riscaldamento, mentre altri atleti mi sorpassarono. Chiusi bene ogni fessura da cui poteva incanalarsi aria gelida e allungai il passo in una rapida camminata che precedeva la corsa vera e propria. Durante questi ultimi giorni, lunghe e furiose pioggie si sono abbattute sulla nostra regione e le strade sono state invase da tonnellate di terra argillosa che ne ha modificato il tracciato e reso disagevole il percorso. Quel pomeriggio però, nonostante il freddo pungente, il cielo era azzurro, così decisi di tenermi in allenamento e vincere la mia solita pigrizia. Dopo qualche centinaio di metri di corsa lenta e svogliata, mentre guardavo distrattamente le cunette ai lati della strada, completamente ricolme di terriccio, vi scorsi una custodia in pelle scura, aperta come un frutto devastato. Mi avvicinai e mi chinai a raccoglierla, dentro era piena di terra umida e, sepolti dentro quel feretro di pelle, un paio di occhiali vintage con lenti sfumate emergevano come un misterioso reperto archeologico. Difficile dire se fossero da uomo o da donna. La montatura in plastica, color ocra striata di marrone, di grosse dimensioni, avvolgenti, lasciava pensare ad un paio d’occhiali da donna, ma oggi chi ci capisce più niente. Ho visto ragazzi con montature enormi, vistose, più adatte alle ragazze che non alla tradizionale sobrietà maschile, ma da qualche tempo queste distinzioni quasi non esistono più. Il design degli occhiali da sole è sfuggito di mano alle industrie del settore. Forme sempre più barocche si sono impadronite della comodità e praticità di stanghette e montature. Sembrano monumenti progettati da una mente contorta e visionaria. Le vecchie stanghette di una volta non esistono più, sostituite da curiose impalcature di supporto per griffe sempre più complesse ed aggressive. Ogni lente è marchiata in modo da essere riconoscibile anche da lontano. Gli astucci, fino a non molto tempo fa, erano delle semplici custodie che accoglievano gli occhiali con misurata discrezione. Oggi anche queste solidali compagne, custodi vigili degli occhiali, si sono evolute gonfiandosi a dismisura. Siliconate, pompate, nutrite con ormoni animali, formano delle sculture apribili, a zip, a scatto, con complessi meccanismi tecnologici. Sono oggetti a se stanti, difficilmente collocabili all’interno delle borse o delle tasche umane. Guardai la marca: Vogue; le stanghette: Vogue; entrambe le lenti: Vogue; la custodia e la pelle di daino interna: Vogue. Mi infilai tutto nella tasca del k-way e mi avvicinai ad un rigagnolo d’acqua, sciacquai dalla terra e dal fango, immergendo la custodia e gli occhiali fino giù in fondo. Tornai in macchina e rimisi in moto per tornare a casa. Digitai su internet la parola Vogue e andai alla ricerca di quel tipo di occhiali da sole. Quando li trovai rimasi senza parole, quei trenta grammi circa di plastica colorata, costavano un patrimonio. Ripulii in acqua calda e sapone la montatura, lavai per bene la monumentale custodia, svuotandola del fango, della terra, della polvere che poteva contenere e lasciai asciugare per un paio di giorni all’aria aperta. Tutto tornò come nuovo, incredibilmente pulito e brillante. Pochi giorni dopo sarebbe stato natale.

 
 
 
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