Creato da alex.canu il 28/01/2012

alessandro canu

arte, racconti, idee

 

 

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LA CENA DEI MORTI

Post n°115 pubblicato il 01 Novembre 2013 da alex.canu
 

 

   - Sshh, zitto, eccoli, stanno salendo, li senti?

- Io non sento niente, sei sicuro che verranno stasera?

- Vengono tutti gli anni, nella notte dei morti, appena il babbo e la mamma spengono le luci.

   Il buio che si crea improvvisamente dentro la casa è totale e definitivo, carico di una paura nuova, sconosciuta e minacciosa. Non è una notte come le altre questa, la mamma è stata insolitamente più gentile oggi. Ha dato ai figli un pezzo di pane con la sapa a testa, preparato con l’aiuto di tia Mantòi. Le due donne hanno lavorato insieme, in silenzio, come non le si vede mai. Prima la mamma è andata da lei, poi è venuta la zia a casa loro. Il risultato è stato una còrbula grande di pabassinos e pane ‘e saba che sono stati nascosti e accuratamente protetti da una coperta di lana, sotto il lettone grande.

- Non dovete toccarli, bambini, - ha detto Aisentha, la mamma, minacciandoli col dito,        - questi sono per loro.

- Loro chi? - ha chiesto intimorito Ghelànu a suo fratello quando sono rimasti da soli, con una voce da femmina di cui si è vergognato subito.

- I morti, ha detto lui, - stasera vengono i morti a casa nostra.

   Nughavi, il suo fratello più grande, lo spaventa sempre, gli piace mettergli paura e poi ridere di lui. Si nasconde dietro gli angoli dei muri o dietro le porte al buio e quando passa gli strilla forte. Ghelànu urla per lo spavento e lui ride e lo insulta chiamandolo cagasotto. Più d’una volta é dovuto intervenire il babbo per punire gli eccessi del figlio maggiore che talvolta umilia pesantemente il fratellino.

- Sssh, stanno venendo, presto nascondiamoci sotto le coperte.

- Ma io ho paura, frigna il fratello, - chi deve venire a quest’ora?

- Vengono loro, il nonno, lo zio Angelino disperso nella Guerra Grande, il fratello della mamma, quello che hanno trovato morto a trent'anni, preso da una fucilata alla schiena. 

- Viene anche la sorella del babbo, quella che aveva i figli morti dentro la pancia prima che nascessero?

- Vengono tutti stasera, verrà anche lei portandosi i cadaveri dei figli in braccio. Hanno fame, non mangiano da più di un anno.

   La casa di Aisentha Chnua è composta da quattro stanze in tutto. Due al piano di sotto, un ingresso e cucina, che danno direttamente sulla strada dove lei ogni mattina spazza, prima di preparare la colazione a suo marito e ai suoi due figli maschi. Nughavi, il maggiore, ha sette anni e mezzo e un carattere ribelle e rancoroso. Ghelànu ha da poco compiuto sei anni ed è più disponibile a sorridere con la mamma. Anzichu se lo porta volentieri dietro con se sull'asina a lavorare in campagna, dove il bambino va a caccia di piccoli animali. Gli piace vederlo rincorrere le lucertole o prendere delicatamente fra le mani gli uccellini piccoli caduti dal nido. Nughàvi le uccide le lucertole, gli strappa la coda e le zampette prima di inchiodarle all'albero di olivo. Anzichu ha segnato con una croce quell’albero, ma a niente sono servite le cinghiate che gli ha dato. Quando trova quelle povere bestiole crocifisse guarda con pena impotente a suo figlio. 

   Ghelànu vorrebbe accendere la luce e sbirciare per la stanza, il buio gli mette angoscia e Nughavi non fa niente per tranquillizzarlo. Trattiene il fiato e cerca di bucare il buio con i suoi occhi di gatto, ma non funziona, stasera pare che i suoi super poteri siano inutili.

- Eccoli! dice Ghelànu soffocando la voce con la mano, - zitto ora. Ricordati: qualsiasi cosa dicano o facciano tu non devi mai rispondere alle domande che ti faranno, giuralo.

- Lo giuro, - dice il fratello mentre inizia a piangere di un pianto angosciato e ancora infantile. - Ho paura, cosa ci chiederanno?

- Non lo so, - gli risponde infastidito Nughavi, - chiedono pane, chiedono se ci siamo comportati bene quest'anno, se facciamo i compiti o se aiutiamo il babbo e la mamma.

- Noi li abbiamo sempre fatti i compiti vero? e il babbo e la mamma li abbiamo aiutati, si ?

- Non sempre, a volte ci siamo comportati molto male, ma tu non glielo devi dire, non gli rispondere mai.

   Le stanze dei bambini e dei genitori sono attigue, su al primo piano. Una rampa buia  di sette scalini d’ardesia nera, sui quali Nughavi disegna animali fantastici col gesso, separa la cucina dal piano di sopra, dove sono le camere da letto. La luce non vi è mai stata messa e adesso è tutto sepolto dentro un buio infinito che ha inghiottito la casa. Improvvisamente, dal piano di sotto, si sente come uno spostare di sedie, uno strascicare pesante di piedi che si avvicinano faticosamente alle scale. I due fratelli, protetti dalla coperta, sono paralizzati dalla paura. Un lamento sommesso, addolorato, carico di note rancorose, si alza dal fondo degli scalini intrufolandosi nel buio fitto della casa di Aisentha e Anzichu Chnua.

- Mira chi semus pighendhe sa primma ischalina, 

   ohi Maria... mama din doj!

   Nughavi e Ghelànu rimangono immobili sotto la coperta, il più piccolo si pente di non essere andato in bagno quando il babbo gliel’aveva detto. Proprio quella sera non gli scappava, tanta era la curiosità dei morti, ma ora vorrebbe correre e chiudersi dentro. 

   Oggi Aisentha Chnua ha apparecchiato di nuovo la tavola dopo cena. Ha dato il pane ‘e saba tradizionale ai figli e una frittata di uova, dicendo che per stasera bastava così. I figli hanno provato a chiedere qualcos'altro, ma il babbo non ha voluto che prendessero niente di più. Dopo cena la mamma ha sparecchiato tutto, in fretta. Ha lavato per bene piatti e bicchieri poi ha iniziato a cucinare un sugo di carne, denso e saporito, quello che piace a tutti loro e che lei non prepara quasi mai.

- Buoono! ha detto Ghelànu, - adesso lo mangiamo?

- No, - ha detto la mamma, sorridendo tristemente, - non è per noi.

Non gli è piaciuto il modo come l’ha detto, il suo tono di voce era misterioso e inquieto, carico di oscure allusioni.

- Mira chi semus pighendhe sa segundha ischalina, 

   ohi Maria... mama din doj!

- Se non è per noi per chi prepari? - insistette il figlio.

- Per i morti, - ha detto lei, facendosi improvvisamente seria, - per i nostri cari defunti, stasera li sentirai, se starai sveglio.

- Mira chi semus pighendhe sa terzha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   La mamma ha messo la tovaglia più bianca, senza macchie, la più pulita fra tutte. Il profumo caldo e pieno del sugo di carne era intollerabile. Sull'altro fornello una pentola piena d'acqua iniziava già a borbottare. Gli spaghetti erano pronti per essere buttati dentro. Sulla tavola sono state messe le forchette per la pastasciutta, i tovaglioli puliti, frutta e un dolce fatto con lo strutto. Vino rosso e acqua della Fontana Nuova, pane fatto quel giorno stesso e il formaggio coi vermi che il babbo ha portato sù dalla cantina, dove lo conserva per gli ospiti importanti.  Intanto Anzichu Chnua attizzava il fuoco sul braciere, lo ravvivava con dei pezzi di sarmento secco e aggiungendo altro carbone. Era una cosa insolita, perché alla stessa ora,  le altre sere, iniziava invece a coprirlo con la cenere. 

- Posso assaggiare il sugo, mamma? i morti si arrabbieranno?

- Non si arrabbierà nessuno, ma ricordati che non devi toccare niente di quello che è abbiamo preparato per loro.

- Mira chi semus pighendhe sa quartha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Sei un cagasotto fifone, - gli dice Nughavi, assestandogli una gomitata su un fianco. 

- Sono già arrivati al quarto scalino, ancora altri tre e saranno qui da noi. Ghelànu si fa coraggio e sporge appena la testa fuori dalle coperte. Tira su naso e occhi e guarda verso la porta.  Dalle fessure scorge un bagliore sinistro, si ripete che sono solo le fiamme del braciere, ma pensa invece che siano le fiamme alte dell’inferno, quelle stesse che don Quirico Usai, qualche giorno prima, gli ha fatto vedere in una immaginetta sacra: - Questo è il demonio, - gli ha detto, - è malvagio e crudele e se la ride di tutti noi.

- Ma il demonio, ha detto la mamma, che non esiste - si difende il bambino.

- Altrocchè se esiste, - ha rincarato il parroco, caricando la voce. - Il male è dappertutto, ha contagiato il mondo.  

   Sulle scale si sente un rumore soffocato di passi, come di un lungo corteo che inizi appena a salire, respirando con affanno. Forse sono i morti che nel salire le scale si appoggiano faticosamente al muro.

- Ma i morti ci vedono al buio?

- I morti vedono tutto, dice il fratello a bassa voce, - vedono e sanno tutto. Sanno anche che ora te la stai facendo addosso.

- Non è vero, non me la sto facendo addosso, anche tu hai paura!

 Nughavi tace, il fratello più piccolo sente il suo respiro farsi pesante, le sue mani gli prendono il braccio e lo stringono con forza.

- Mi fai male, - gli dice Ghelànu con una vocina lamentosa, - lasciami. Ho visto il bagliore del fuoco sulle scale, i morti stanno per arrivare. Secondo te si accorgeranno che ci siamo nascosti qui, sotto le coperte?

- Non ci toccheranno, i morti hanno paura dei vivi. Se si accorgeranno di noi ci chiederanno da bere, oppure faranno domande sui loro cari che hanno lasciato qui sulla terra. Parlano con voce bassa, lentamente e piangono chiedendo dei loro bambini o dei morti in guerra. Domandano pane, mentre ripetono sempre la stessa parola, pietà. Ma tu non ti lasciare convincere se con lamenti penosi ti chiederanno, per favore, di mostrarti. Non gli rispondere mai, sennò ti prendono e ti portano via con loro. Dei bambini che si sono portati via non li hanno mai più restituiti ai loro genitori e ora se li trascinano appresso, come dei cagnolini morti.

- Mira chi semus pighendhe sa quinta ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   Mancano ancora due scalini, poi i morti entreranno nella stanza. La porta era stata  chiusa da Nughavi, ma adesso non è più tanto sicuro di averla chiusa bene. 

- Forse non l’ho accostata completamente, - dice al fratello, - vai tu a vedere se è chiusa.

- Non ci voglio andare, - risponde Ghelànu seccamente.

- Mira chi semus pighendhe sa sestha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

 

   Dalla cucina si sente il crepitare del fuoco e l’odore pungente del sugo di carne si mescola a quello della paura. 

- Avranno mangiato tutto quello che gli ha preparato la mamma? - chiede Ghelànu a Nughavi.

- I morti non lasciano mai niente in tavola. Mangiano una sola volta all’anno e se il cibo non gli piace urlano e bestemmiano dio e i santi. La carne la tagliano con i denti, strappandola, perché non bisogna mettere coltelli sulla tavola. Loro non li devono neanche vedere, ma si arrabbiano e li cercano dappertutto. Gridano che non possono mangiare in quella maniera e aprono i cassetti buttando a terra tutto. La mamma li deve nascondere bene e anche il coltello a serramanico che il babbo porta nella tasca della giacca, stanotte deve lasciarlo fuori casa.

- Mira chi semus pighendhe sa settima ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   Il corteo dei morti si muove lentamente, ha salito le sette scale una dopo l’altra, cantando quella sinistra melodia, cadenzando l’avvicinamento ai due bambini, in un avvicendarsi ritmico di rumori e voci. Nughavi e Ghelànu si stringono fino a farsi male, conficcandosi le unghie dentro la carne. Fra un attimo la porta si aprirà e i morti entreranno nella loro stanza.

   Ghelànu sente la maniglia abbassarsi con uno scatto morbido e percepisce il leggero cigolare della porta girare lenta sui cardini. Un rumore soffocato di passi e vestiti che strusciano sui muri viene avvertito dai due fratelli. La porta è stata lasciata aperta e attraverso le coperte di lana filtra una luce aranciata che illumina appena i loro volti. Nughavi si muove lentamente emettendo un leggero gorgoglio della pancia ed è a quel punto che Ghelànu si copre gli occhi con le mani lasciandosi andare ad un pianto soffocato e nervoso. Il silenzio dentro la stanza è insopportabile e quel lieve gorgogliare della pancia, unito al ridicolo pianto a cui non ha resistito il fratello più piccolo, tradisce la loro presenza. 

   Dopo una lunga pausa, lo strascicare dei piedi dei morti si fa ancora sentire. Respirano un’aria densa e satura a cui non sono più abituati, tossiscono come i vivi, mentre si avvicinano al loro letto con un mormorio appena sussurrato, denso di pena. Forse tireranno via le coperte rivelando la presenza dei due bambini. Forse li porteranno via con loro e non li restituiranno mai più ai loro genitori. Improvvisamente Ghelànu e Nughavi sentono il materasso abbassarsi, come se la stanchezza di una persona vi si fosse adagiata sopra. Il più piccolo percepisce con la mano la depressione creatasi sul bordo del letto, ma ogni suo muscolo è paralizzato dal terrore, come se un’oscura minaccia lo stesse artigliando saldamente. I due bambini si scambiano una rapida occhiata quando sentono il defunto, seduto accanto a loro, tirare sù un lungo, faticoso, respiro. Poi una voce amara e oscura inizia il suo doloroso racconto:

-  Avevo anch’io due bambini come voi, pietà per me, paurosi e disubbidienti. Non gli piaceva molto andare a scuola. Volevano solo giocare e divertirsi a uccidere gli animali più piccoli e innocenti, torturandoli e crocifiggendoli senza alcuna pietà agli alberi.  Poi un giorno si sono allontanati dalla loro casa, senza chiedere il permesso ai genitori e qualcuno ha trovato i loro quaderni in fondo ad un burrone a baddhe enthu. Il lamento del maestrale faceva girare vorticosamente le pagine, ma niente vi era mai stato scritto sopra. I loro cadaveri sono stati ritrovati sui rovi del lentischio e delle more, imprigionati nel groviglio dei loro lunghi rami stravolti e spinosi. I volti infantili dei miei figli erano ancora imbrattati del viola del succo delle bacche.  Siete anche voi così?

    Ghelànu respira affannosamente, Nughavi piange, schiacciato dalle sue colpe, resistendo alla tentazione di gridare: - No! Noi siamo disubbidienti, ma non facciamo mai del male a nessuno! A quel punto il misterioso defunto si alza dal loro letto e i due fratelli sentono chiaramente il materasso sollevarsi producendo un lieve fruscio della lana di cui è imbottito.

- Andiamo, dice questi agli altri morti, qui non abbiamo più niente da fare, la pietà non è conosciuta da questi due bambini.

   Il tetro corteo si avvia muto verso la porta ed esce dalla stanza, si odono attutiti i loro passi pesanti scendere le scale. La lugubre litania riprende. 

- Mira chi semus falendhe sa settima ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Mira chi semus falendhe sa sestha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Mira chi semus falendhe sa quintha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   Quando i morti si allontanano i due fratelli sentono una lontana fiducia restituire energia alle loro membra intorpidite. Riescono già a muovere braccia e gambe.

- Mira chi semus falendhe sa quartha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Mira chi semus falendhe sa therza ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

 

   Il canto funebre si fa più flebile e lontano, Nughavi e Ghelànu finiscono col non udirlo più, sentono in lontananza lo scatto metallico della serratura della porta di casa, quindi questa richiudersi pesantemente con un tonfo sordo. Ghelànu avverte ancora le dita del fratello che lo stringono, ma quella pressione ha ora il potere di rassicurarlo. Non corrono più pericoli, i morti sono andati via. Lui non ha risposto alle loro domande, come gli aveva ordinato Nughavi. Certo aveva pianto un po’, ma anche il fratello si era lasciato spaventare. Ora si sentiva al sicuro, sporse un poco la testa da sotto la coperta e si bevette tutto d’un fiato  quel buio nero. Nell’aria aleggiava ancora un vago sentore di ragù e di formaggio coi vermi. Le campane della chiesa di san Bartolomeo suonarono i dodici tocchi della mezzanotte. Il bagliore del fuoco nel braciere si era attenuato e non scoppiettava più come prima. Fu l’ultima cosa che i due fratelli sentirono e videro quella notte, prima di cadere nel sonno atteso. 

   Il buio più profondo si impossessò della casa di Aisentha e Anzichu Chnua. L’indomani al loro risveglio i due bambini non troveranno neppure una briciola della cena dei morti. Fra un anno, chissà, non crederanno più a quelle oscure voci.

 

 

 
 
 
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