|
|
|
Tag Cloud
Ultimi commenti
Area personale
Menu
![]()
Questo blog è pubblicato con licenza Creative Commons: Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.
| « Condizioni imposte agli ... | Lettera aperta a Fini e Casini » |
Fabbrica Italiana Automobili Torino
La discussione degli ultimi mesi sulla riorganizzazione della FIAT ha avuto il merito di costringere i mezzi d'informazione a parlare di cose serie, che riguardano il futuro di una delle più grandi imprese del nostro Paese e dei suoi operai.
Scegliere da che parte stare non è come votare le nomination al grande fratello, occorre capire le ragioni delle due parti in causa.
La FIAT vuole massimizzare l'efficienza dei suoi stabilimenti e aumentare la produttività, per mantenere il passo dei concorrenti. Questa lotta per la sopravvivenza spiega i toni duri di Marchionne e i suoi errori.
Vista da fuori non è sembrata una trattativa, ma piuttosto una sottoscrizione delle condizioni poste dall'azienda. Questo è stato l'errore più grave, perché alla fine le auto le fanno gli operai e per essere affidabili e prive di difetti c'è bisogno che siano soddisfatti e senza preoccupazioni.
Le aziende per superare la crisi stanno imparando a produrre di più con meno, in pratica è l'occasione per aumentare la produttività. Questo dovrebbe essere l'obiettivo di "Fabbrica Italia", il piano di investimenti FIAT per ammodernare gli stabilimenti italiani.
L'italianità delle auto costituisce un fattore competitivo importante per il fascino del Made in Italy nel mondo, ma anche per gli italiani che scelgono i marchi del gruppo per ragioni patriottiche. Far venire meno questo legame, che negli ultimi 30 anni ci è costato 7,2 miliardi di euro*, non conviene a nessuno.
Il mercato dell'auto negli ultimi 15 anni è cambiato, ritrovandosi con gli stabilimenti di produzione localizzati dove non si vendono più auto. Nell'Unione Europea dieci anni fa si costruivano 17 milioni di vetture all'anno, mentre adesso se ne producono 12 milioni. In Italia si è passati da 1,7 milioni a poco più di 800.000, cioè quasi la metà. La produzione si è ridotta proporzionalmente al calo delle vendite, mentre nello stesso periodo in Asia si è passati da 10,3 milioni di auto vendute a 21,7 milioni.
Per questo oggi anche i marchi europei più prestigiosi realizzano le loro macchine in oriente, con gli stessi standard di qualità della casa madre e con l'obiettivo di venderle alla nuova borghesia di quei Paesi.
L'altro grande cambiamento riguarda il processo produttivo, ormai le case costruttrici si sono trasformate in assemblatori e fornitori di servizi, come ad esempio la manutenzione e il finanziamento per l'acquisto della macchina.
Ad esempio molte componenti della 500 sono fornite da aziende polacche, Paese in cui viene anche assemblata, romene (sistema sterzante), slovacche (sedili e pannelli porte). In pratica solo il motore è "made in Italy".
La competizione con i Paesi emergenti per la localizzazione degli stabilimenti non riguarda solo il costo del lavoro, che incide solo tra il 7 e il 12%, ma il costo dell'energia, le infrastrutture, la logistica, le relazioni industriali ed eventuali incentivi.
Hanno deciso di chiudere Termini Imerese non per il costo del lavoro, ma perché la Sicilia non ha autostrade e ferrovie in grado di rifornire le linee di produzione e poi distribuire le automobili. La responsabilità è dei ministri, degli assessori, dei presidenti, dei sindaci e della gente che ha permesso la loro elezione, svendendo il proprio voto. Non sono stati capaci di costruire le infrastrutture necessarie in 20 anni e ora i lavoratori pagano le conseguenze.
La parte debole del sistema sono proprio i lavoratori e in Italia le cose vanno peggio che altrove.
Un operaio tedesco è più produttivo, guadagna 2.000 euro netti al mese e fa buone macchine.
Eppure quando scoppiò la crisi, anche in Germania le vendite crollarono e i piazzali furono presto saturi di auto invendute. A quel punto il sindacato tedesco accettò riduzioni dell'orario, persino rinunce alla tredicesima, spostamenti a rotazione dei lavoratori in città diverse, ottenendo in cambio la rinuncia al taglio degli esuberi e alle delocalizzazioni. È una questione di responsabilità reciproca: l'impresa si impegna a garantire il posto di lavoro, mentre gli operai lavorano meno per lavorare tutti e costruiscono buone macchine.
In Francia lo Stato ha offerto finanziamenti alle imprese in difficoltà, ponendo come condizione il mantenimento dell'occupazione e la rinuncia alla delocalizzazione.
È affascinante la filosofia collaborativa che anima la parte maggioritaria della nazione tedesca, contribuendo alla loro crescita economica. La "mittbestimmung", la cogestione, vede i rappresentanti sindacali nei consigli di sorveglianza delle aziende, rendendoli partecipi alle scelte aziendali.
Tutto il contrario di quanto fatto da Marchionne, che si è rifiutato di svelare il piano industriale dell'azienda, imponendo agli operai di fare dei sacrifici con il ricatto di portare la produzione in Serbia. Non c'entra nulla la libertà d'impresa, si tratta solo di dumping sociale, cioè produrre dove i salari sono più bassi, in una sorta di asta al ribasso tra lavoratori in cui tutti perdono e solo lo pseudo imprenditore vince.
La motivazione è fondamentale, lo sanno bene i grandi condottieri che sanno convincere i "loro" giovani a marciare incontro alla morte.
Il governo in tutta la faccenda non è pervenuto, non è stato capace di far rispettare le regole esistenti, figuriamoci se avesse saputo dire alla FIAT che se chiudeva uno stabilimento, questo sarebbe divenuto proprietà dello Stato, che lo ha finanziato, e offerto in comodato d'uso ad un'altra industria automobilistica in grado di garantire i posti di lavoro.
Se le regole del mercato valgono per i lavoratori, dovrebbero valere anche per i datori di lavoro. Un po' di sana concorrenza farebbe in modo che per attrarre i migliori tecnici, le aziende sarebbero costrette a fare offerte adeguate.
Forse gli operai dell'Alfa Romeo si augurano di essere ceduti alla Volkswagen, che ne 2010 ha registrato un utile record di 2,2 miliardi al terzo trimestre e insieme ai "suoi" operai ha superato brillantemente la crisi.
* 7,2 miliardi sono gli aiuti di Stato ricevuti dalla FIAT per costruire gli impianti di Melfi e Pratola Serra, per la ristrutturazione degli altri e per la formazione degli operai. A questi bisognerebbe aggiungere la cassa integrazione e gli incentivi alla rottamazione.
|
|


Inviato da: amandaclark82
il 30/12/2016 alle 12:52
Inviato da: sexydamilleeunanotte
il 26/08/2016 alle 11:01
Inviato da: esternoluce
il 29/12/2015 alle 10:42
Inviato da: biancoblu78
il 11/02/2012 alle 10:36
Inviato da: ormalibera
il 29/10/2011 alle 15:01