Che lavoro fai?”, chiedono i nostri amici. E noi, chi dilungandosi in colorite ed irruente spiegazioni, chi con meste sintesi sconfortanti, rispondiamo: “la disoccupata da un momento all’altro”. Ci guardano, divertiti e inconsapevoli dei nostri drammi, ed incalzando curiosi ci stimolano a proseguire. “E che lavoro sarebbe? - ribattono, comunque non troppo interessati - O hai un impiego o non lo hai, semplice!”. Però sentenziano, sicuri delle loro convinzioni. E noi lì a tentare di chiarire che non è così facile spiegare qualcosa che non avremmo dovuto spiegare, credo. D’altronde almeno ci proviamo, sperando nella solidarietà dei nostri comuni affetti. Poi, con incedere stanco ed incerto, ci buttiamo nella mischia delle parole cercando almeno di trattenere nei nostri pensieri un valido filo conduttore. Preghiamo, “il discorso è questo: da diverso tempo ormai, - cerchiamo di darci un contegno - il mio stato è quello che benpensanti e politici chiamano ‘lavoro atipico’…”. “Ah, ho capito. Sei una precaria”, interrompono, illusi dalla frettolosa traduzione. “Aspetta, no. Non proprio. Ti dicevo che da circa quattro anni ho un lavoro fisso a tempo determinato come collaboratore coordinato e continuativo, il che mi ha garantito una valida precarietà anche nella certezza di un ruolo alternato di parasubordinato…”. “Eh?”, rimarcano stupiti e sospettosi. “Appunto. Nel senso che io un lavoro ce l’ho, o meglio ce l’avrei, perché mi alzo tutte le mattine per andarci, timbro il cartellino, rispetto gli orari e pago le tasse, però il mio è un lavoro flessibile”. “Cioè?”, chiedono ormai sempre più confusi. “Cioè, è un lavoro che richiede qualche sacrificio. Coi tempi che corrono devo, anzi direi che è meglio per me, piegarmi alle nuove esigenze del mercato, altrimenti rischio di spezzarmi”. Ci fissano annoiati e indifferenti, ma non disdegnano di regalarci qualche altro momento di ascolto passivo, nonostante l’argomento abbia perso per loro il già scarso interesse iniziale. Così ci offrono l’ultima cortesia: “senti, io tra poco devo scappare, vorrei proprio ascoltarti, ma devi essere più chiara e assolutamente sintetica”. “Va bene. - cediamo, ormai timorosi ed insicuri - Ma certo, anzi scusami, vedrai ti rubo soltanto un minuto. Stavo dicendo che tutto sommato io posso considerarmi una fortunata e devo ringraziare il cielo che mi concede ancora qualche opportunità, perché questo tipo di occupazione mi lascia un sacco di tempo libero da dedicare a me stessa, ai miei affetti, alle mie passioni e, se volessi, anche a cercarmi un altro lavoro. Ma io sto bene così, non voglio esagerare, che poi rischio di fare il passo più lungo della gamba. Perché fare il ‘disoccupato da un momento all’altro’ è un lavoro di enorme responsabilità che richiede abnegazione e spirito di sacrificio, senza che ti parli dello stress e della fatica che produce”. Come un fiume in piena, continuiamo cercando di riprendere coraggio, “almeno, però, tutto è compensato dall’aspetto economico, che non sarà certo elevato, ma ti da l’opportunità di considerarti un privilegiato, se non altro sotto il profilo fiscale. E poi, vuoi mettere? È vero che per tipologia di contratto vengo licenziata a fine progetto (circa ogni due, tre giorni) ma non sai la soddisfazione che provo ad essere assunta di nuovo, sento la stessa felicità di chi riesce a trovare un posto fisso senza, però, che per loro ci siano dei privilegi. Insomma, per concludere, il mio è un lavoro che ti fa pensare, stimola l’iniziativa, ti da l’opportunità di capire il tuo compito e riconosce i tuoi meriti. Senti, sarò presuntuosa, ma per me tutti dovrebbero essere assunti come ‘disoccupati da un momento all’altro’, sono sicura che ci sarebbe meno assenteismo, non trovi?”. Non ci siamo resi conto, travolti dalla nostra sintesi, che i nostri cari se ne sono andati nel bel mezzo del nostro soliloquio, che con squisita sensibilità non hanno voluto interrompere. Ma noi che li conosciamo e li stimiamo sappiamo che ci capiscono. Anche perché, guardando l’orologio, ci accorgiamo che si è fatto tardi anche per noi e se c’è una cosa che un ‘disoccupato da un momento all’altro’ non può assolutamente permettersi è di arrivare in ritardo. “Corro, forse ce la faccio”.
Inviato da: diamantis165
il 04/10/2008 alle 01:06
Inviato da: diamantis165
il 04/10/2008 alle 00:47
Inviato da: amy80.g
il 04/10/2008 alle 00:03
Inviato da: diamantis165
il 30/09/2008 alle 18:32
Inviato da: amy80.g
il 19/09/2008 alle 23:15