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Post N° 5

Post n°5 pubblicato il 20 Giugno 2008 da amy80.g

La grande Emily Dickinson...

La grandezza di ciò che sembriamo deriva da quello che abbiamo dentro. Il nostro essere principi o nanerottoli deriva dai nostri sentimenti più intimi, quel perno invisibile che fa girare la ruota della nostra vita, anche se è ciò che si vede che sembra la sola cosa concreta. È ciò che abbiamo dentro che modella, come fosse un marchio, il nostro aspetto esteriore. Fuori può apparire il rossore di una guancia, il battito di un ciglio, ma siamo consapevoli che ciò che vediamo non potrà mai darci l'esatta percezione di ciò che si ha dentro.

Una silenziosa ma vulcanica vitalità, che preferisce rivelarsi di notte, quando il buio impedisce alla luce di abbagliare e cancellare ciò che è nascosto, che è dentro di noi.

Quando si ama il dubbio che ci perseguita è di non essere all'altezza dell'oggetto del nostro amore. Il nostro timore è che in confronto ai meriti che gli attribuiamo le nostre qualità risultino insignificanti. La nostra mente, piena di questo amore, nasconde sempre un'apprensione: quella di essere inadeguata alla sua. Ma poi ci consoliamo pensando che chi è alla massima altezza non può che chinarsi verso il basso, visto che non può poggiare su niente che sia più in alto.

L'oro della nostra vita è la nostra interiorità, profonda, inafferrabile, difficile da esplorare e da sottrarre al nostro io, anche perché è la cosa che più di ogni altra ci permette di vivere.
Le cose immateriali si comprendono guardandone gli effetti. Così, come ci si accorge del gelo guardando qualcuno che rabbrividisce, l'afflizione si misura da ciò che succede dopo l'evento che l'ha determinata. Se nemmeno il sole riesce a guarire lo squarcio che si è prodotto, se il trascorrere dei giorni non riesce ridare serenità ad un volto avvizzito dal dolore, significa che la vita ha subito ormai un taglio netto, difficile, se non impossibile, da ricomporre.

Il silenzio, ovvero l'assenza di comunicazione e, perciò, di vita, è la cosa che ci fa più paura, perché sappiamo di essere ancora immuni dalla morte soltanto quando possiamo udire una voce, sia pure la nostra. Per questo il silenzio è come l'infinito, senza suono e senza dimensione, un concetto che possiamo descrivere soltanto in negativo, come assenza di un qualcosa di concreto e riconoscibile.

Se il giorno del dolore, della perdita, non venisse mai, o fosse possibile cancellarlo dalla nostra mente, ogni altro giorno sembrerebbe banalmente superfluo, perchè quasi mai sappiamo apprezzare il bene che abbiamo senza prima averlo perduto. Per questo, per evitare che soltanto la perdita ci faccia apprezzare veramente ciò che abbiamo e che magari sottovalutiamo, bisogna averne cura e goderne prima, senza aspettare di avere l’amaro privilegio di rimpiangerlo.

La potenza della parola (scritta, ma anche pronunciata, come ED dice alle cugine nella lettera che contiene la prima strofa di questa poesia) supera le barriere del tempo e riesce a produrre i suoi effetti anche al di là delle intenzioni dell'autore, che magari l'ha lasciata cadere con noncuranza sulla pagina.

L'anima è invisibile e inconoscibile, come la morte, che prima ci invita a vivere con la certezza della sua presenza, ma poi non fa niente per dirci come affrontare consapevolmente questa convivenza. Anzi, sembra quasi che tema di vederci adeguatamente preparati, perché vuole avere lei il privilegio di scegliere per noi l'abito incorporeo che indosseremo quando fisserà, senza preavviso, la data della festa in cui ci porterà definitivamente con lei.

Il luogo della vita non è nient'altro che il posto in cui consumiamo il nostro tempo, così come hanno fatto coloro che ci hanno preceduti; un luogo in cui il nostro progressivo disincanto si sviluppa in una sorta di contenitore rivestito dell'apparente bellezza di una speranza di felicità, una felicità che può riferirsi sia alle gioie concrete della vita che a quelle celesti promesse dalla fede. La speranza però si rivela via via sempre più illusoria, e infine ci rendiamo conto che l'incolmabile distanza che ci separa da essa ci rende incapaci di arrestare il cammino verso quel mare misterioso e pieno di nulla che ci troveremo di fronte, dopo che la strada percorsa si chiuderà definitivamente alle nostre spalle.

Quando le parole non contengono il tocco di sincerità e calore che viene dal cuore, il discorso diventa vuota e fredda eloquenza. Ma anche: è giusto pensare che i sentimenti più veri, più eloquenti, siano quelli vissuti in silenzio.

La saggezza si acquista soltanto con l'esperienza, e per sperimentare ci vuole tempo. Molte volte le cose che appaiono tradire le nostre aspettative si rivelano poi positive.

E’ il cielo un dottore? Si dice che possa guarire…che dovrebbe essere la soluzione di tutti i nostri mali ma che sentiamo così distante ed estraneo.

Una morte serena, senza troppi rimpianti per le cose che ci appaiono così importanti, riesce quasi a trasformare l'angoscia in gelosia per quell'atteggiamento di fronte a qualcosa di così difficile da accettare razionalmente.

La nostra memoria va trattata con riguardo; quando cerchiamo di far pulizia nei nostri ricordi dobbiamo farlo con attenzione e rispetto, perché oltre a quello che troveremo sicuramente, ovvero la nostra "identità, ciò che siamo stati o meglio ricordiamo di essere stati, con molta probabilità si affacceranno anche ricordi che avevamo sepolto e con i quali dovremo necessariamente fare i conti, come se fossero scomodi interlocutori. Perciò forse è meglio evitare di alzare troppo quella polvere, così importante ma anche così pericolosa, perché se ci illudessimo di poterla controllare e sovrastare ci accorgeremmo che molto probabilmente saremmo invece noi a essere zittiti da lei.

L’attesa di qualcosa di cui si ha paura è sempre peggiore del momento in cui la cosa accade, perché il tempo dell’attesa ci prepara all’incontro col dolore e talvolta può accadere che quell’incontro sia vissuto quasi come una liberazione dal duro compito di immaginarlo. E’ per questo che indossare all’improvviso l’abito del dolore, senza che l’attesa del suo arrivo ci abbia preparati, può essere più terribile che portarlo indosso per un’intera esistenza.

Un amore che m'illudevo potesse sfamare il desiderio è arrivato a conclusione, perché, crescendo e aspettando, quel cibo tanto desiderato ha ormai perso il gusto di allora e da qual momento l'ho abolito, cenando (o tenendomi in vita) senza più bisogno di nulla che venga dal di fuori…

La speranza ci sostiene finché non ne scopriamo la fragilità; possiamo continuare a nutrirla solo se accettiamo le sue regole illusorie e il suo continuo rinnovarsi anche di fronte all'evidenza più palese del suo fallimento. Paradossalmente, solo il suo successo può ucciderla, perché se la speranza raggiunge i suoi fini allora non serve più.

L'ansia, l'incertezza, è sempre con noi, va e viene nella nostra mente e ci accompagna anche quando cerchiamo distrazioni che ci possano separare almeno per un po' da lei. Sappiamo che è sempre lì in agguato e l'unica difesa che abbiamo è di ritardare il momento in cui ci accorgiamo della sua presenza e, quando accade, di illuderci che non sia là per noi, ma perché ha bisogno di qualcun altro.
Quando l'amato è lontano, o comunque irraggiungibile, l'unica cosa che resta è giocare a far finta di sapere sempre tutto di lui, come per esorcizzare la lontananza con la conoscenza. Talvolta il gioco sembra diventare realtà, ma subito la consapevolezza che non era nient'altro che illusione ci rimette con i piedi per terra, anche se avremmo certo preferito risparmiarci questa realtà e continuare a vivere nel mondo della fantasia.

Il passato si allontana velocemente e si trasforma, quando lo ricordiamo e lo raccontiamo, in poesia, o in filosofia; ma il passato è anche il mistero del trascorrere del tempo, che non lascia spazio a troppe speculazioni, altrimenti rischiamo di perdere il presente, facendolo volare via, proprio come il passato, mentre siamo troppo occupati con i ricordi.

Nel corso della vita, e specialmente in gioventù, tante sono le cose che ci proponiamo di fare, come tanti sono i luoghi che vorremmo conoscere, ma di solito ne facciamo poi altre e nemmeno cominciamo quelle che più avevano stuzzicato la nostra immaginazione; così lasciamo queste fantasie a chi viene dopo di noi, sapendo che molto probabilmente ripercorrerà la nostra stessa strada. Ce n'è però una che è impossibile da cogliere con la razionalità e nella quale possiamo solo sperare di fermarci una volta terminato il dovuto ciclo della vita: quel Cielo che è solo una impalpabile promessa e che forse si rivelerà l'unica cosa che riusciremo a raggiungere.

La vita è fatta per essere vissuta, per darci modo di attingere da essa l'acqua che possa soddisfare la nostra sete; ma esiste un serbatoio vitale, che va mantenuto intatto. Sul significato di questo "serbatoio" possiamo fare diverse ipotesi: una riserva che può essere la nostra coscienza, la ragione che ci fa dubitare ma che rende la vita degna di essere vissuta; la speranza di una vita futura e immortale, che può sconfiggere lo smarrimento del dubbio; la necessità di lasciare intatti certi valori interiori che non vanno sprecati.


La perfezione è uno di quei concetti che non appartengono all'ambito umano, perché la ragione tende sempre a dubitare di apparenti perfezioni. L'unico modo per immaginarla è quello di associarla all'inconsapevolezza, di credere che vi sia qualcuno che ci offre spettacoli naturali, come l'aurora, proprio per metterci di fronte a una perfezione che non potremo mai capire razionalmente, ma la cui pallida eco può colpirci con la bellezza di un fenomeno estraneo all'intervento umano.

 La sofferenza non è quasi mai esprimibile, e la silenziosa discrezione con cui viene sopportata dai più chiede il rispetto di tutti gli altri, perché se dovessimo esprimerla, tutti insieme, il frastuono non permetterebbe più al mondo e alla natura di continuare ad esistere.

L'amore può elevare a grandi altezze, ma poi, quasi sempre, fa cadere in basso, quasi a far scontare quei brevi momenti di felicità.

Cosa conviene scegliere: quello che la vita ci offre e che abbiamo concretamente di fronte a noi, o una promessa futura, affascinante ma costellata di dubbi? Non si può fare a meno di pensare che le cose che possiamo vedere, che possiamo tenere in mano, siano superiori a quelle che ci vengono promesse da lontano. Ma il dubbio rimane e il tempo per risolverlo è sempre troppo breve.

È troppo facile morire d'amore. Il difficile è vivere un amore che sappiamo non potrà mai realizzarsi, ed è proprio questo, questo vivere che è come morire mille volte senza avere però il sollievo e la pace della morte, che viene offerto da chi ama nell'ombra.

Chi non ha visto la luce del sole non può sapere che aspetto abbia; chi si limita ad immaginare ciò che non ha visto perde la concretezza dell'esperienza per rifugiarsi nel sogno astratto e incorporeo.

Chi non è mai stato felice non può sapere cosa sia la felicità, e chi vive solo immaginandola non sa che bella esperienza si perde. Colui che non cerca la felicità, o magari la cerca senza trovarla, non può che essere afflitto dalla luce che vede sul volto degli altri, si sente come un cieco che riesce a capire quale benedizione sarebbe il poter vedere, ma non ha un occhio che gli permetta di farlo.

La morte cerca di sottrarre alla passione almeno uno dei suoi possedimenti, ma lei non cede e quando, infine e inevitabilmente, la morte riesce nel suo intento, la passione non demorde e, spostandosi verso il tramonto come a seguirne la scia, la sconfigge con il ricordo e con l'amore che va oltre i confini della vita.

 L'unico modo per non cedere alla disperazione è guardare lontano, sperare in qualcosa che magari sarà anche irraggiungibile ma nutre la nostra mente e fa da antidoto al nulla che sentiamo intorno a noi. Allo stesso modo, il pensare alla sofferenza come qualcosa che prima o poi si concluderà, ci aiuta a sopportarla. 

La separazione, che nella seconda strofa appare momentanea mentre nella terza assume un carattere più definitivo, diventa, in particolare nella lettera a Sue, qualcosa di ineluttabile, in quanto parte integrante di quei cicli della natura descritti nella prima strofa. Il rimpianto è però alleviato dalla certezza che l'abbandono, la partenza, sono appunto parte di un ciclo che prevede, altrettanto inevitabilmente, il ritorno o, comunque, il permanere di un ricordo che non spezza quel legame apparentemente ormai reciso.

 
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