
L’industria della favola di Tullio De Mauro
Il libro Grammatica della fantasia di Gianni Rodari non è un libro di favole ma sulle favole. Certo anche qui Cappuccetto giallo, il lupo buono, l’omino di vetro che gli si leggevano in testa i pensieri e non poteva dire bugie, la sedia che correva a prendere il tram, la casa musicale, la Lamponia, appaiono di continuo ma si accompagnano a discrete evocazioni di Vygotskij, Novalis e Sausse, di Vladimir Propp, Piaget, Wittgenstein. Vi appaiono non come protagonisti, ma come oggetti di riflessione. Passando dalla invenzione che tutti conosciamo e amiamo alla riflessione sull’invenzione, Rodari non ha dimenticato le sue buone qualità: la chiarezza, l’intelligenza sorridente, la capacità di far saltare fuori le idee da un sasso: constatate con quanta semplicità e divertimento Rodari vi fa vedere tutte le associazioni e le idee che si possono tirare fuori da “sasso”. Un libro sulle favole, che viene voglia di leggere a tutti, serio, profondo, nuovo, pur nella sua larga accessibilità.
Il segreto per mettere insieme le due cose, che spesso fanno a pugni, larga accessibilità e innovatività profonda, sta in Rodari. Nella serietà e autenticità con cui si è messo allo specchio e si è analizzato; con cui, cosa rara per un artista, ci introduce nella officina della sua fantasia, ci fa esaminare e anzi addirittura ci fa generosamente provare gli arnesi del suo mestiere, lucenti per l’uso. E ci racconta delle sue materie prime e, senza boria, senza trucchi, elenca momenti e procedimenti di fabbricazione. Come si fa a mettere insieme una storia? Punto primo, dice Rodari, occhio alle parole. Sia data una parola, « sasso » appunto, oppure « ciao », sia data una parola: lasciatela cadere nella vostra mente, lasciatela strusciare accanto alle parole che le somigliano, incespicare nelle parole che le stanno vicino, per forma o per significato. Anche questo, per quanto ovvio e pigro, può essere l’inizio di una storia. Rodari ve lo dimostra:
“Dopo che io avevo parlato del modo di inventare una storia partendo da una parola data, l’insegnante ha chiesto se qualche bambino si sentisse di inventare una storia con quel nuovo sistema e ha suggerito la parola ‘ciao’. Un bambino di cinque anni ha raccontato questa storia: ‘Un bimbo aveva perso tutte le parole buone e gli erano rimaste quelle brutte: merda, cacca, stronzo, eccetera. Allora sua mamma lo porta da un dottore, che aveva i baffi lunghi così, e gli dice: - Apri la bocca, fuori la lingua, guarda in su, guarda in dentro, gonfia le guance. Il dottore dice che deve andare a cercare in giro una parola buona. Prima trova una parola così (il bambino indica la lunghezza di circa venti centimetri) che era arrangiati, che è cattiva. Poi trova una parolina rosa, che era ciao, se la mette in tasca, la porta a casa e impara a dire le parole gentili e diventa buono’. Durante il racconto, due volte gli ascoltatori si sono inseriti per raccogliere e sviluppare spunti offerti dalla storia. Una prima volta sul tema delle parole ‘brutte’ hanno improvvisato allegramente una litania di cosiddette ‘parolacce’, recitando poi l’intera serie di quelle che conoscevano e che erano state evocate dalla prima. Lo facevano, ovviamente, per sfida, in un gioco liberatorio, di comicità escrementizia, che ben conosce chiunque abbia a che fare con i bambini. Una seconda volta gli ascoltatori hanno interrotto il narratore per sviluppare il ‘gioco del medico’, cercando variazioni al tradizionale ‘tira fuori la lingua’. Il divertimento aveva qui un doppio significato: psicologico, in quanto serviva a sdrammatizzare, comicizzandola, la figura sempre un po’ temuta del medico; di gara, a chi trovasse la variazione più sorprendente e inattesa (‘guarda in dentro’). Un gioco del genere è gia teatro, è l’unità minima della drammatizzazione».
Per trovare associazioni efficaci, cioè coppie di parole fra cui scocchi la scintilla di una buona storia, conviene affidarsi al caso, suggerisce Rodari. Un bambino scrive una parola su un lato della lavagna, un compagno che non lo vede ne scrive un’altra. Si rivolta la lavagna e la classe vede anche l’altra. Nove su dieci, scoppia una gran risata: e dall’accoppiamento imprevisto, « cane »-« armadio », per esempio, nascono le storie più impensabili. Ma per fabbricare una storia alle parole conviene guardare anche in altro modo: non solo per associarle, ma anche per dissociarle. Dissociarle dagli oggetti a cui sono pigramente accoppiate, e associare all’oggetto nuove parole, questo procedimento si chiama estraneazione. Altri accendi-storie: l’ipotesi pazza. Quello che gli antichi trattatisti chiamavano “adynaton”, ossia “l’impossibile”. Che succederebbe se...? Che succederebbe se Reggio Emilia cominciasse a volare? Anche per fare buone ipotesi conviene servirsi di parole. Occhio alle parole: servitevi dei prefissi in modo inconsueto. C’è “micro”: inventate il “microippopotamo” che si alleva in casa, nella vaschetta dei pesci. C’è la « esse privativa »? Inventate lo “scannone”, che serve per “sfare la guerra”, per non farla più, per stare in pace. Eh già, qui come altrove in queste storie curiose di parole, cacciano sempre fuori la testa le cose: le cose che vogliamo combattere, e quelle che vogliamo realizzare. Tutto serve, per fare storie. Perfino l’errore: Lamponia per Lapponia, sfuggito alla macchina da scrivere, può essere l’inizio d’un giro turistico inconsueto, o d’una nuova geografia (confina a est con Fragolia, a nord con Gelsolandia, è bagnata dal Rhum e dal fiume Panna). E, naturalmente, si possono rimpastare i vecchi temi: integrare e impastare vecchie storie (Cappuccetto Rosso incontra non il Lupo, ma il Gatto con gli stivali), modernizzarle (il Lupo attacca Cappuccetto da un elicottero), ribaltarle (Cappuccetto Rosso, come del resto molti ritengono, è un’autentica canaglia, e il Lupo un bravissimo personaggio), seguitarle (degli Stivali delle Sette leghe, Pollicino poi che ne fece?). Ancora Rodari:
“L’idea che il bambino di oggi si fa del mondo è per forza tutt’altra da quella che se ne può essere fatta, da bambino, il padre stesso da cui lo separano pochi decenni. La sua esperienza lo mette in grado di compiere operazioni diverse. Forse anche operazioni mentali più complesse: per quanto manchino, in proposito, le misurazioni che occorrerebbero per affermarlo con sicurezza.Gli oggetti di casa dànno informazioni con gli stessi materiali di cui sono fabbricati, i colori con cui sono dipinti, le forme in cui sono disegnati (da un designer non più da un artigiano). ‘Leggendo’ questi oggetti il bambino apprende cose diverse da quelle che il nonno apprendeva ‘leggendo’ la lampada a petrolio. Si inserisce in un modello culturale diverso.La pappa, al nonno, gliela preparava la mamma: al nipotino, gliela prepara la grande industria, che lo coinvolge nel suo giro molto prima che egli possa uscire di casa con le sue gambe. Abbiamo così a disposizione una più ampia materia per fabbricare storie e possiamo usare un linguaggio più ricco. L’immaginazione è una funzione dell’esperienza, e l’esperienza del bambino d’oggi è più estesa (non so se si possa dire più intensa, questo è un altro problema) di quella del bambino di ieri. Ogni oggetto, secondo la sua natura, offre appigli alla favola. Anch’io ho già appeso qualche storia a questi attaccapanni della fantasia. Per esempio, ho inventato un Principe Gelato, abitante in un frigorifero; ho fatto precipitare nel suo televisore un personaggio troppo attaccato al teleschermo; ho combinato un matrimonio tra un giovanotto – precedentemente innamorato della sua motocicletta rossa giapponese – con una lavatrice; ho ipotizzato un disco stregato, ascoltando il quale la gente è costretta a ballare, mentre due malandrini la derubano, eccetera”.
Partendo dal problema di come stimolare i bambini a inventare storie, perché si liberino da oscure angosce e paure e remore, Rodari li raggiunge, con mano assai sicura, ma con l’aria di niente, segna i limiti delle possibilità di interpretazione freudiana delle storie anche infantili. Come Cimarosa col suo Maestro di Cappella, come Rilke nelle Lettere a un giovane poeta, come Goethe e Leopardi in certe loro pagine, un artista ha messo in tavola le carte del suo gioco. E ne è nato, elegante e geniale, un classico.
Inviato da: lienka
il 27/04/2010 alle 14:00
Inviato da: lasolitadani
il 05/11/2008 alle 15:01
Inviato da: L.u.c.e
il 19/08/2008 alle 10:18
Inviato da: principessa_fatina
il 23/06/2008 alle 17:50
Inviato da: ciao.manuciao
il 17/06/2008 alle 17:32