«La letteratura era in cattive acque: per quanto si impegnasse, per quanto si affannasse, non riusciva a sbarcare il lunario. Si era anche adattata a lavori servili, cercando di accordarsi con i gusti medi del pubblico, frequentando corsi di writing in America, accettando temi di buon appeal, ma non era bastato.
Un matttino, dopo una notte inquieta a causa dello stomaco vuoto, decise che bisognava cambiare. Con gli ultimi spiccioli comprò un quotidiano, e si mise a scorrere attentamente la pagina delle offerte di lavoro. Lesse e rilesse, sempre più desolata: non c’era nulla che lei fosse in grado di fare. Alla fine, sospirando, con mano incerta, fece un cerchio con la matita attorno ad un annuncio, sollevò la cornetta del telefono, e compose un numero.
«Pronto?» rispose una voce piuttosto brutale.
«Buongiorno, chiamo per il vostro annuncio sul giornale…»
«Cosa? Alzi la voce!»
«Il vostro annuncio, per un lavoro da spogliarellista…» balbettò la letteratura.
«Ah, sì…Quanti hanni hai?»
«Venticinque,» mentì la letteratura.
«Venga nel pomeriggio, alle cinque, vicolo dei Porci, vicino al porto…»
La sera stessa, dopo che un orribile vecchia, una ex spogliarellista, le ebbe dato brontolando e bestemmiando una decina di nozioni sulle tecniche dello spogliamento, la letteratura si ritrovò su un piccolo palcoscenico foderato di fetido velluto rosso, su una sedia, di fronte a mezza dozzina di giovani e vecchi marinai, ubriaconi, che la guardavano ansimando nella penombra. Partì gracchiando uno stolido pezzo di disco music: seguendo come meglio poteva le istruzioni della megera, la letteratura cominciò a muoversi, e a spogliarsi.
Dapprima si tolse di dosso, lentamente, la grammatica, mentre dal buio della saletta fumosa le venivano lanciati sguaiati inviti a fare in fretta, a far vedere quello che c’era sotto. Con le lacrime agli occhi, la letteratura prese a sfilarsi la sintassi: ed ecco che cominciò ad accadere qualcosa di strano. I versacci, i berci, i lazzi della piccola platea si affievolirono, si spensero. Un silenzio d’attesa, di emozionata sorpresa, sostituì il brusio dei cachinni infoiati, mentre la musica greve, in qualche modo, sembrava alleggerirsi e arricchirsi di qualità preziose, di un’anima. Caddero, uno a uno, i veli della retorica, della tecnica narrativa, delle astuzie discorsive, mentre una luce, un’espansione luminosa dello spazio accadeva nel locale, e presto la letteratura restò nuda, immobile e silenziosa davanti agli occhi del pubblico. I sei o sette, con le lacrime agli occhi, erano in piedi, in un silenzio di commozione e di devozione. Anni di brutalità, di grossezza, degrado e ignoranza, avevano lasciato il posto in tutti loro a una consapevolezza nuova, totale, volonterosa. L’applauso scoppiò intenso, cordiale, estatico: poi tutti uscirono, a faccia alta, liberi nel corpo e nell’anima, diretti ad altissime, illuminate missioni.
La letteratura, nascosta nella sua luce, si avviò verso l’uscita. Si sentiva nuova e leggera, senza penose penurie e senza angustiosi bisogni, si sentiva giocosa. Sentì di avere forza e gioia sufficiente per ritentare la vita».
Roberto Piumini
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