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IL VENERDI' SANTO DI TANTI ANNI FA
Nei giorni dedicati ai riti della settimana santa, il mio pensiero riavvolge il film della mia vita e lo riporta indietro di qualche lustro.
Ogni anno nei periodi per così dire canonici del calendario catto-cristiano, come possono essere il Natale, o la Pasqua, si accende il flash back della memoria e rivivo il periodo forse più intenso e insieme più triste e buio della mia esistenza.
Una regressio ad infinitum, dal sapore vagamente proustiano, in cui mi perdo, per ritrovare me stesso alle prese con un ambiente bigotto e farisaico dal quale ho preso le distanze fino a diventare l'opposto di quello che avrei voluto essere.
Mi rivedo prima alunno delle medie e poi studente del liceo parificato in quel vecchio seminario in cui entrai con la voce da soprano e scappai con quella da tenore; mi rivedo con la faccia piena di acne, con i primi turbamenti impietosamente repressi da una formazione misogina e sessuofobica.
Il conseguente, conflittuale, rapporto intellettuale che mi oppose ai reverendi padri dell'epoca fu così feroce da determinare il mio allontanamento da quel luogo di "perdizione" mentale.
"Chi dice donna, dice danno" mi dicevano.
Più mi si imponeva di stare lontano dalle donne e più io vedevo e vedo in loro l'ideale "iter at Deum".
Volevo farmi prete e invece sono diventato anticlericale, dovevo curare le anime e invece mi ritrovo ad occuparmi dei corpi.
Non credo più nella religione degli uomini, in cui il rappresentante si compiace di "interpretare" di addomesticare e di usare il Rappresentato; non frequento più il tempio infestato dai mille mercanti che vendono ciò che non si può comprare.
Ho un concetto talmente intimo e inesprimibile del Sacro che il mio essere agnostico non mi impedisce di credere nel Dio unico e solo, anzi rafforza in me il concetto dell'immanentismo Bruniano che vede in ogni manifestazione di Madre Natura l'apoteosi del Divino.
Più o meno in queste ore mi vedo ancora indossare la veste talare e la cotta bianca e, dopo aver osservato uno stretto e rituale digiuno, con un'espressione contrita, da venerdì santo, si andava in mesta processione in cattedrale.
Prendevo posto insieme agli altri nel coro ligneo dietro l'altare, il vescovo iniziava la meditazione delle "Ultime sette parole di Cristo" inframmezzate dalla musica dell'oratorio di Haydn.
Quindi si apriva il liber usualis e si cantavano in gregoriano i salmi per finire con il canto polifonico delle "Le lamentazioni del profeta Geremia" bibliche espressioni di dolore e di lamento sulla rovina e sulla morte nelle quali il profeta esprime il proprio sconforto per la distruzione di Gerusalemme ed esorta il popolo alla penitenza.
Ricordo ancora l'incipit di quel canto a quattro voci, quasi una prova sonora che dava il senso della crescita fisica e del relativo cambio del timbro vocale. Quelle lamentazioni segnavano il percorso di ognuno, si iniziava con lo spartito riservato al soprano o al contralto e si finiva con quello del tenore o del basso.
Sento riecheggiare ancora quel cadenzato e possente
"Popolo mio che male ti ho fatto, che dolore ti ho dato, rispondimi..."
Forse lo cantano ancora.
Chissà se hanno un numero sufficiente di seminaristi per allestire una schola cantorum che permetta l'esecuzione di quel brano.
Spero proprio di no, spero che chi decide di farsi prete, chi sente la vocazione sacerdotale, entri in seminario il più tardi possibile e trascorra l'adolescenza e la giovinezza come Madre Natura impone.
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
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