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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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LADRI DI PIETRE, DI ULIVI E DI STORIA

Post n°249 pubblicato il 05 Maggio 2006 da bargalla
Foto di bargalla

Qualche giorno fa scrivevo delle mie pietre e immaginavo le tante cose che potevano dirmi nel caso loro potessero parlare, un discorso fatto più di memorie che di suoni, nell'ideale linguaggio nato dal vibrare di emozioni e sensazioni che, al pari di corde vocali, pronunciano parole che solo il cuore sa ascoltare.
Il paesaggio rurale nel quale ho scelto di vivere mi permette di accostarmi a Madre Natura con un atteggiamento quasi reverenziale e di osservare un ambiente che ogni giorno si rinnova e aggiunge altro tempo al tempo, ricordandomi che il mio passaggio non è che un accidente del quale non resterà che polvere.

E così insieme alle millenarie pietre che hanno dato corpo alle monumentali opere prodotte dall'ingegno umano, ce ne sono altre ben più umili ma non per questo meno preziose che messe una sull'altra sono diventate un muretto a secco, una casetta diroccata o un'antica masseria fortificata fra gli ulivi secolari.
Questo patrimonio unico nel suo genere, che ha sfidato il tempo e le scorrerie degli antichi barbari, ora deve difendersi dal massiccio attacco dei nuovi predoni, scesi come orde fameliche, per distruggere smantellare e vendere quelle antiche pietre.
Ferdinand Gregorovius secoli fa, scrisse di questa terra e la definì "sconosciuta" e pur restando geograficamente "de finibus terrae" si presta ad essere la meta ambita di quanti la scelgono per ritemprare il corpo e la mente e di chi si è inventato un altro modo per commerciare quel poco di antico che ancora resta da sfruttare.
Terra da salvaguardare, usi e costumi retaggio di antiche civiltà, modi di vivere che risentono ancora dell'ancestrale influenza dei Messapi, dei Greci e dei Romani, un coacervo di umile, inestimabile, grandezza che rischia di svanire dinanzi al vandalismo di quanti nottetempo fanno letteralmente a pezzi un paesaggio che non ha eguali.
I ladri di storia col favore delle tenebre, svelgono gli ulivi secolari, demoliscono i muretti a secco, imballano le antiche pietre dei "furneddhri" le vecchie casette coloniche col tetto a cupola; fanno razzia delle tegole che l'usura ha reso rarissime, smantellano le "chianche" antiche pietre lavorate e usate come pavimento, le numerano come se fossero i mattoni di un gigantesco lego  per facilitarne poi il montaggio e le spediscono chissà dove andando ad alimentare il redditizio quanto immorale commercio del fascino antico che depreda insieme alle cose, anche l'anima della civiltà contadina.
Questo commercio dell'antico si è dato anche un listino prezzi: una vecchia pietra per chi la ruba vale cinque centesimi, ma il ricettatore la vende ad un prezzo molto più remunerativo; un "imbrice" una particolare tegola di antica manifattura vale cinque euro, un ulivo secolare, appena spiantato costa cinquecento euro, immesso sul mercato si moltiplica fino a dieci volte tanto.
Una "pila" la vasca di pietra scavata all'interno, un tempo usata dalle lavandaie, quota quasi trecento euro, se è provvista di "stricaturo" un particolare (rarissimo) gradino dentato su cui venivano strofinati i panni, può sfiorare i cinquecento euro.
Chi la compra la adibisce ad acquario.
Tutto è esposto alle scorribande dei nuovi briganti: torri colombaie, chiesette rurali, pozzi, aie, colonne spezzate, capitelli sbrecciati, pesanti paracarri, cippi stradali e pietre miliari, edicole sacre, perfino le mangiatoie vengono staccate dalle stalle per essere usate come fioriere in chissà quale "museo" privato.
Arredi per esterni e piante per giardini che non riusciranno mai e poi mai a ricreare altrove la bellezza da cui sono stati rapiti.
In principio erano le ricche ville del Nord Italia ad alimentare la richiesta di manufatti e di ulivi secolari, adesso si scopre che l'eredità della civiltà contadina varca l'oceano e approda in qualche villa della California.
Emigrano gli uomini, le pietre e gli alberi, uno sradicamento che sa di saccheggio spirituale e materiale.
Nella mia regione sono stati censiti cinque milioni di alberi di ulivo, più o meno uno per abitante, si è trovato anche il modo di tutelarli; ma le pietre, quelle non si riesce proprio a considerarle parte di un patrimonio da non dilapidare, nel senso più vero della parola.
E' un business molto redditizio, dai contorni torbidi e inquietanti che alimenta, insieme a quello dei tombaroli,  un mercato che depaupera quanto di più sacro può avere un popolo: la memoria del proprio passato.   

 
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