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IL PROFUMO DEL SAMBAC E DEL MIRTO SELVATICO
Pomeriggio afoso e assolato, il canto delle cicale fa da sottofondo ai miei pensieri sospesi su di un mare che all'orizzonte si confonde col cielo.
La pennichella è in agguato, ma se chiudo gli occhi mi sembra di non godere appieno di quello che solo questo momento e non altri mi offre.
La pensano decisamente in modo diverso i miei cani e i miei gatti che sonnecchiano beati all'ombra degli ulivi.
Non c'è un alito di vento, ma tanta pace in un silenzio rotto appena dall'eco di qualche auto che scollina e romba veloce verso la costa.
Ieri da queste parti c'è stato un rally, l'ho appreso dai giornali locali e forse qualche emulo spericolato al volante di un'improbabile fuoriserie si attarda ancora a percorrere strade dal traffico pressoché assente, in un giorno in cui sembra veramente piena estate.
Con il caldo il profumo dei gelsomini sembra sciogliersi nell'aria e diventa più intenso, fra tutti il "sambac" meglio noto come "gelsomino d'Arabia" anche se in effetti è originario dell'India, è quello più profumato; giusto per rendere un po' l'idea ricorda la fragranza delle più comuni gardenie. Peccato che fiorisca solo d'estate.
Bisognerebbe trovare il modo per conservarne l'essenza.
E' una pianta molto delicata, sempreverde, teme il gelo; lo scorso inverno è stato più rigido del solito e pensavo di averlo perso, invece mi sta regalando una fioritura che è una gioia per gli occhi e per l'olfatto.
Fiori bianchi, che si aprono uno dopo l'altro, una delizia che volentieri divido con qualche farfalla che si posa fra i petali con una grazia tale da rapire lo sguardo.
Furono i Medici ad importarlo dall'Oriente, per i loro giardini fiorentini, ha un aroma che inebria, sa di spezie e di terre lontane.
E' proprio il caso di ringraziare il famoso Lorenzo per il "Magnifico" regalo.
Altri "regali" personaggi, dall'alba di ieri sono ospiti delle patrie galere, reclusi perché impelagati in storie d'infimo grado, ancor più disdicevoli perché proliferate in ambienti in cui il disprezzo per i comuni mortali, per i plebei e i servi della gleba, va di pari passo con la supponente boria di chi pensa che i natali di alto lignaggio, il censo e un patriziato da spocchia, siano quarti di una scadente nobiltà da esibire come mallevadore lasciapassare per una improponibile impunità ad nutum.
La più turpe delle nefandezze nata e prosperata sotto l'egida di siffatta gentaglia, per le cointeressenze che suscita diventa una colpa lieve, un peccatuccio veniale che non necessita di pentimento alcuno, tutt'altro!
Taluno con la consueta ipocrisia destrorsa si chiede dove sia il reato, talaltro si affanna correndo a sostegno di un cialtrone e invocando quello stesso onore che l'indegno sabaudo ha mostrato di non avere offendendo con la villania che gli è propria un popolo intero.
I giornali hanno pubblicato parte del brogliaccio delle intercettazioni telefoniche dell'augusto filibustiere, omissis a parte, viene fuori il solito marciume che accompagna la dorata vita di lorsignori, le corruttele e il malaffare in cui sono principi e sovrani.
Al socio in affari confidava: "Sono potente, chi mi ostacola è finito".
In una telefonata a margine di una manifestazione filantropica a cui doveva partecipare a sostegno di minorenni vittime di abusi sessuali e di maltrattamenti, al suo tirapiedi confida: "Speriamo che ci siano delle belle bambine, così le sodomizziamo".
Risposta di quell'altro poco di buono: " Subito, si, urlando!"
Sempre in tema di beneficenza (si fa per dire), eccone un'altra che la dice lunga sulle qualità morali di questi squallidi personaggi che dovendo inviare dei farmaci in Eritrea si preoccupano di "inviare roba di bassissimo costo perché è per il Terzo Mondo...Bassissimo costo! Quella è acqua!
E' acqua e zucchero".
Il principe dà il meglio di sé quando parlando al telefono con il solito lacchè, a proposito della tragica vicenda legata al rilascio della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, così la definisce: "Quel pezzo di merda di quella vecchia troia malmestruata".
Il suo cortigiano risponde definendo la giornalista: "Comunista di merda".
I toni del colloquio sono poi un crescendo di straripante volgarità.
E ancora, un giudizio da trivio pronunciato dal signor savoia vittorio emanuele sul Popolo Sardo, parole irriferibili, altre implacabili.
Dei Sardi dice: "Sono pezzi di merda...Quei sardi lì, l'unica cosa che sanno fare, inculano le capre...E poi puzzano la stessa cosa".
Proprio un linguaggio da principe, forbito quanto basta per impedirgli di mettere piede sul sacro suolo della cara Sardegna.
Io, della Sardegna, anche se sono di un'altra regione, sento il profumo del mirto, il respiro del mare e la storia di una Civiltà al cui confronto il signor savoia è un signor nessuno, degno solo di biasimo e di quell'umano rispetto che per esclusiva "pietas" si concede a tutti i comuni mortali.
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
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