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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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RECENSIONE CON DIVAGAZIONI SUL TEMA

Post n°465 pubblicato il 16 Agosto 2007 da bargalla

           



Ho appena letto un libricino di pochissime pagine, un inedito “dimenticato” in un cassetto e pubblicato di recente, scritto da una grande italianista scomparsa qualche anno fa, che si innamorò perdutamente di questo estremo lembo di terra proteso fra due mari e traspose nelle pagine dei suoi romanzi volti, luoghi  e atmosfere di un Salento (Otranto, in particolare) che continua magicamente a riflettersi negli occhi della scrittrice ancora adolescente, una ragazza del nord “rapita” per sempre dal mare del “de finibus terrae”.
Ci sono manoscritti che prima di sfociare nel mare dei libri scorrono per chissà quanto tempo come fiumi sotterranei, accompagnando l’evoluzione stilistica e letteraria di chi continuò poi a scrivere seguendone la corrente, l’ispirazione originaria e, una volta pubblicati, emergono dal passato con la trama incerta e fantasiosa dell’opera prima, e per questo ancora più genuini e capaci di dar corpo a ombre e riflessi, di accendere emozioni e di suscitare interrogativi.
E’ il caso de “La leggenda di domani” di Maria Corti, un romanzetto che la scrittrice, agli esordi della sua carriera, tentò di pubblicare, senza successo, dopo la seconda guerra mondiale e che poi “dimenticò” nei suoi cassetti, forse perché non lo ritenne all’altezza della fama che nel frattempo raggiunse come filologa, italianista e docente universitaria.
Ancora oggi “La leggenda di domani” (edito per i tipi di Manni editore, pp. 87, € 12) ha un certo che di fresco, un buon rimedio per l’afosa noia estiva e risulta di gradevolissima lettura: pagine accarezzate dai venti che soffiano impetuosi o dolci come brezze sulle coste salentine, venti aromatizzati dai cespugli di timo, di lentisco e di finocchio selvatico, popolate da vite minime, semplici, anonime, sul cui capo “lentissimo cammina il mondo degli astri e la sua sconcertante eternità”.
In breve, è la storia di una ragazza milanese, fuggita da un monastero leccese, nel quale era “reclusa” perché orfana, fu accolta in seguito da una famiglia di pescatori salentini che la trattò come una figlia, fino a quando Paola, questo il nome della protagonista del libro, andrà in moglie ad un ingegnere del nord, venuto giù in Puglia per costruire la strada verso la modernità e il progresso.
I riferimenti autobiografici non mancano: orfana di madre, trascorse un lungo periodo della sua vita in un collegio dal quale forse sognava di evadere e nella sua vita ci fu davvero un ingegnere stradale, il suo papà che lavorava in Puglia.
“La leggenda di domani” è un’opera “riesumata” e non solo per le ragioni filologiche espresse nella prefazione e nella postfazione da due insigni filologi che ne analizzano in chiave critica e specialistica, il percorso stilistico  e testuale, ma anche per quella freschezza e  spontaneità letteraria, quasi naif che solo le “opere prime” conservano.   
I due studiosi si chiedono il motivo per il quale Maria Corti decise di non pubblicare più La leggenda e ravvisano i motivi di una insoddisfazione stilistica che nel periodo degli esordi, indurrà la studiosa a definirsi “una piccola catecumena della scrittura quale io ero allora” ma che negli anni successivi divenne, per unanime giudizio degli addetti ai lavori “la signora delle lettere italiane”.
In questo piccolo capolavoro ci sono, sia pure in nuce, molti temi che verranno poi ripresi e magnificamente sviluppati nel romanzo capolavoro della semiologa milanese e salentina d’adozione: “L’ora di tutti” pubblicato nel 1962, il racconto dell’assedio di Otranto, assalita dai turchi nell’agosto del 1480 e ricordata per gli 800 martiri le cui reliquie riposano in degli ossari a vista, nella grande cripta della cattedrale otrantina, meta nei giorni scorsi di un “pellegrinaggio” legato alla commemorazione di quell’evento, inserito per questo nella festa patronale.
Un’occasione colta al volo da un habitué di questi lidi, l’uddiccino pierfurby nella fattispecie, il quale ha richiamato “i fedeli” alla difesa dell’identità cristiana e occidentale messa nuovamente a rischio, a suo parere, dal paventato, prossimo ingresso della Turchia nella Comunità Europea.
Bisognava proprio vederlo così contrito, compunto e pio in prima fila, naturalmente, come si addice ad un vero fariseo, mentre partecipava alla messa socchiudendo gli occhi nei momenti di maggiore raccoglimento per la partecipata, bigotta gioia dei celebranti e dei suoi pari, in grisaglia e divisa d’ordinanza; dopo, sul sagrato, si offriva ai cronisti che rilanciavano i suoi proclami identitari di netta chiusura verso una Turchia che oggi come seicento anni fa, costituisce un pericolo per i fondamentalisti come pierfurby.
Una chiamata alle armi, una nuova crociata per difendere un occidente che qualcuno vorrebbe fosse sinonimo di cristianesimo, al più potrebbe esserlo di cattolicesimo, giacché il cristianesimo è ben altra cosa e trae origine da quell’oriente che ha dato i natali a tutte le religioni monoteiste, omettendo di aggiungere che se davvero così fosse, non si capisce perché continuano ad esserci nell’occidente “cristianamente “ civilizzato tutte quelle disuguaglianze e ingiustizie che il cristianesimo, prima di ogni altra religione (e ideologia) combatte alla radice, mentre il cattolicesimo le asseconda e le tollera, quando non le favorisce, trovando spesso nelle diversità e nei soprusi la sua ragion d’essere.   
Mi viene in mente l’amara conclusione di un documento scritto da un teologo della liberazione, diffuso in un contesto diverso, ma che ben si presta a sottolineare la sortita di pierfurby: “Senza dialogo l’essere umano si asfissia, le religioni perdono la loro vitalità e i credenti possono rivivere il vecchio spirito delle guerre di religione”.
Dopo questa divagazione ritorno al tema del post.
La leggenda
fu dunque il prodromo dell’opera maggiore, vi si ritrovano, immancabilmente, degli accenti autobiografici che forse preferiva non ricordare e forse questo, più di ogni altra considerazione stilistica e filologica, deve avere scoraggiato l’autrice dall’insistere nel pubblicare un’opera che lei considerava “minore”.
In effetti, l’incipit è un po’ pretestuoso, forse illogico nella realtà “romanzata” di quell’età, l’adolescenza, e non poteva certo soddisfare il rigore di un’addetta ai lavori, specie considerando i canoni e il periodo in cui si svolgono i fatti. Come avrebbe mai potuto una ragazzina, soprattutto negli anni 40, fuggire da un monastero e vivere da trovatella in una famiglia di pescatori, senza che le monache ne denunciassero la sparizione, senza che la sua condizione di “affidata” non suscitasse qualche preoccupazione nella famiglia che l’aveva accolta. 
Il romanzo soprassiede su questi accidenti.
L’autrice all’epoca, non era interessata a dirimere questione di verosimile pertinenza giuridica o dare un filo logico al suo racconto, evidentemente intendeva soltanto far immergere il lettore nello stupefacente scenario di una Puglia magica, protesa nel “de finibus terrae” al confine di un mare che si confonde col cielo “una linea dell’ignoto, che ciascuno attraversa secondo le possibilità della sua fantasia”.
Su questo mare, in cui già negli anni ‘40 “i pesci ballano la pizzica pizzica” allorché il pescatore mastro Oronzo ci parla “con una sorgiva calma fra le spalle” sciorinando il suo catalogo di detti marinari, enciclopedia popolare di un mondo che, grazie a Dio, sopravvive ancora: “Quando è tramontana, si pesca bene verso Tricase e Castro, quando è scirocco stanno bene quelli di Otranto…Ogni legno ha il suo fumo…Viene mezzogiorno e pure il mare adesso si vuole riposare”.
Su questo mare, al tramonto, si possono raccontare le storie, i racconti di fate, megere e marinai,  così come si rammenda una rete di pescatore, ascoltando “le risa silenziose dei pesci, fuggiti tra una maglia e l’altra, con un guizzo sottile” forse felici di averla scampata.
Su questo mare si può ancora sognare e sentire la risacca mentre la Storia approda sulla terra ferma con lo sciabordio delle onde, attraverso i miti e le leggende di un Epos che canta le gesta di Enea, sbarcato col padre Anchise e la moglie Creusa, in fuga da Troia, nell’incantevole rada di Porto Badisco o di Simone detto Pietro giunto ai piedi della bianca Leuca sulla cui sommità svettava il tempio di Athena-Minerva, successivamente dedicato alla Vergine Maria e nel cui ingresso è inglobato l’antico portale e, ancora il mito, fortemente evocativo, della vergine Cesarea sfuggita allo scontro titanico fra i giganti e l’altrettanto mitico Ercole, figura che per la tradizione cristiana assume le sembianze di un padre incestuoso e di una vergine santa, la figlia Cesarea per l’appunto, che si sottrae miracolosamente alle attenzioni “paterne”  rifugiandosi in una grotta in cui sgorga una sorgente di acque termali che da lei prenderà il nome, e di mille e mille altri anonimi naviganti senza terra e senza storia che al mare affidarono tutto quello che avevano: la vita.   
E sono i morti annegati che nei racconti ritornano di notte con “in cima alle dita bianche il senso di una gioia perduta” a chiedere preghiere e una degna sepoltura.
E c’è anche la leggenda della Torre delle serpi (che come tante altre, resiste con i suoi ruderi lungo la costiera spazzata dai venti) rettili colpevoli di aver succhiato tutto l’olio che alimentava i fanali (il vecchio, caro faro) impedendo alle vedette di avvistare l’arrivo dei turchi, o la leggenda, struggente e bellissima, della ragazza salpata da queste coste nel ‘500 per la Spagna , innamorata di un soldato, che ritorna, morta, trasportata dalle onde, sulla scogliera di uno dei tanti paesini salentini e la cui ombra non può donare al Signore Dio nient’altro che un altro giorno “il suo domani”.
Il “domani della leggenda” è proprio la speranza in un domani migliore, l’unica cosa che questo Sud può ancora offrire come regalo di nozze a Paola, la ragazza fuggitiva del romanzo. A lei e a tutte le ragazze come lei, che dopo un’infanzia travagliata troveranno nuove condizioni di vita e un mondo di “piedi calzati e rumorosi” l’augurio di ritrovare l’armonia e la gioia di vivere per sempre in questo Salento: “terra de sule, de mare e de ientu”. 

 
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