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UN...BRINDISI A GIORDANO BRUNO

A Roma, capitale del regno pontificio, ci vado sempre più di rado, ormai lo faccio solo perchè spinto dalla voglia di sostare in silenzio ai piedi di una Statua, un motivo che forse può sembrare banale e insignificante, ma che per me ha la valenza di un richiamo irresistibile, proprio perchè indissolubilmente legato ad un periodo della mia vita che rivive magicamente all'ombra di quella statua; per questo ogni volta che metto piede nella città del papa re, la prima cosa che faccio è quella di rendere omaggio ad un vecchio e caro amico, un Maestro, il cui pensiero mi ha formato negli anni più belli e tormentati della mia adolescenza. Il suo insegnamento e il suo ricordo restano indelebili nel tempo, insieme ai suoi libri che ne hanno perpetuato lo Spirito elevandolo a simbolo del libero pensiero, nonostante il tentativo fatto dalla santa inquisizione di distruggerne l’essenza che, se possibile, è stata ancor più sublimata dalla furia distruttrice e incendiaria dei piromani di santa romana chiesa.
Quel vecchio e caro amico si chiama Giordano Bruno, arso vivo sul rogo acceso dagli anatemi e dalle scomuniche della chiesa dei papi, condannato a morte perché considerato eretico con sentenza eseguita all’alba del 17 febbraio del 1600 in Piazza Campo de’ Fiori nel luogo in cui una possente statua ne ricorda a imperitura memoria la tragica fine, un monumento volutamente eretto in modo che le spalle della statua fossero rivolte verso quel vaticano che non trovava niente di meglio che torturare prima, costringendoli all’abiura e ad uccidere poi i dissidenti, gli anticonformisti, i liberi pensatori, gli apostati, che l’insindacabile giudizio dell’implacabile chiesa dei papi condannava a morte, poiché considerati in odore di eresia.
La colpa del Filosofo Nolano fu quella di sognare un cielo nuovo e un uomo nuovo, insieme agli Infiniti Mondi che la presenza di ogni Cielo e ogni Uomo lasciano presagire, uno schiaffo per gli “incantatori e gli incantamenti degli assoluti”, un nuovo alfabeto dello Spirito, in cui, evidentemente, non c’erano più posto per le menzogne della tradizione cattolica e del papato.
L’ex domenicano Giordano, nato Filippo della famiglia dei Bruni, riconosce nell’Anima Mundi e nella materia prima i due principi eterni delle cose, secondo il suo pensiero, l’uomo pur essendo solo nello spazio, è immerso nell’accecante, divina, luminosità di Madre Natura e non ha bisogno alcuno di nessun mediatore per rivolgersi a Dio.
Il monismo e l’immanentismo Bruniani, non erano (e non sono) ben visti dal clericalume imperante, il timore che qualcuno potesse (e possa) permettersi di porre fine, solo per idea, ad un presunto primato contrabbandato dalla chiesa cattolica e al parallelo, simoniaco, mercimonio del Sacro (cosa che si continua tranquillamente a fare “là dove Cristo tutto il dì si merca”) li indusse ad incenerire chi, oltre al “De l’infinito universo et mondi” e a tante altre opere letterarie e filosofiche, testi pieni di incanto e di poesia senza tempo, aveva osato scrivere “Lo spaccio de la bestia trionfante” laddove “bestia” era l’epiteto impiegato dai protestanti dell’epoca per rendere il dovuto, sprezzante, omaggio al capo della chiesa catto-vaticana.
L’opera letteraria del Bruno non è solo speculazione filosofica, alcune sue opere, penso a quelle scritte in latino, sono di una bellezza impareggiabile, cito solo l’Oratio Consolatoria, testo singolarissimo dalla chiara impronta autobiografica che in “quattro mosse” traccia quella che fino a quel periodo era stata la sua vita di perseguitato e di esule: “…ho amato le Muse…tanto da disprezzare, abbandonare, perdere a causa loro, la patria, la casa, le ricchezze, gli onori e quanto può essere amato, desiderato, bramato al di fuori di quelle…Muse che “in Italia e Spagna sono schiacciate sotto i piedi di vili sacerdoti…”
La chiesa di papa ratzinger inaugurò il secolo XVII bruciando vivo Giordano Bruno, la sua eresia è diventata Scienza “ ma la vecchia chiesa e le nuove istituzioni continuano a gettare legna sul suo rogo” alimentando una caccia alle streghe che ancor oggi sacrifica il ben dell’Intelletto sull’altare blasfemo delle fideistiche certezze. La chiesa catto-vaticana non può più innalzare roghi e patiboli in Piazza Campo de’ Fiori (se potesse lo farebbe!), ma continua tranquillamente ad utilizzare tutti gli strumenti coercitivi che ha a disposizione per combattere quello che giudica l’Errore.
Quatto secoli dopo, ci sono ancora cattolici come rino cammilleri che osano affermare: “Il Santissimo Tribunale che non amava versare il sangue e preferiva salvare le anime, trattò con caritatevole pazienza e severa clemenza Giordano Bruno”. Furono così clementi da bruciarlo vivo, mi domando cosa avrebbero fatto se non lo fossero stati.
Non solo, nel documento della commissione teologica internazionale del 2000, Memoria e riconciliazione, la chiesa e le colpe del passato, testo approvato dal cardinale ratzinger, in arte benedetto sedici, allora prefetto dell’ex santa inquisizione, ci si ostina di fronte ai crimini perpetrati per secoli dalla gerarchia ecclesiastica, a “distinguere tra la perenne santità (sic) della chiesa e il “peccato dei suoi figli”, lormonsignori evitano, però, di dare un giudizio sul cardinale bellarmino, il carnefice di Giordano Bruno, insieme santo e peccatore.
Parteggio per l’ucciso, il Martire, e dileggio il boia e gli assassini, i preti, specie perché uccisero nel nome di quel Dio del quale ancora oggi si arrogano il diritto di sputare le loro insulse sentenze, condannando idealmente al rogo quanti usano coscientemente il libero pensiero per liberarsi dagli oscurantismi ecclesiali e dai lacci di una morale dogmatica che oggi come ieri, alimenta col suo tragico integralismo, le mille, ideali “orrende pire”, minacciosamente erette per oscurare con il loro sulfureo fumo lo stesso Cielo.
Giordano Bruno vive con il suo pensiero, il suo Spirito è sopravvissuto alla furia distruttrice dell’Index librorum prohibitorum, non altrettanto si può dire per quello di certi papi, come tal clemente ottavo che firmò la sentenza di condanna, sui quali se non fosse per il ricordo dei crimini che perpetrarono, una spessa coltre di polvere li avrebbe già condannati all’oblio più totale. Il nome del carnefice è legato al destino della Vittima, un po’ come accadde per Yehoshua ben Yosef e un certo Ponzio Pilato.
La lingua “in giova” e la bocca serrata in una mordacchia di legno per impedirgli di parlare, spogliato nudo e legato ad un palo fu bruciato vivo: così Giordano Bruno morì alle prime luci dell’alba del 17 febbraio 1600 in Campo dei Fiori, a Roma; analoga sorte fu riservata ai suoi libri per i quali la santa inquisizione ordinò “che siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale, et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri proibiti”.
Nonostante ciò e benché la sua ipotesi sugli “infiniti mondi” fosse ancora troppo metafisica per essere presa in considerazione da scienziati come Tycho Brahe, Keplero e Galilei, l’opera di Bruno fu subito letta in tutta Europa e godette di una vasta fortuna. Le rocambolesche vicissitudini della sua vita, le sue peregrinazioni, lo scontro con l’inquisizione papalina e il processo tragicamente conclusosi con il rogo, attirarono su di Lui l’interesse del mondo colto europeo. Bruno si impose come figura chiave nella genesi del pensiero moderno, quale precursore di Spinoza, Leibniz e Schelling, e come uno dei fondatori della tradizione filosofica italiana. Era quindi più che doveroso che ad un Personaggio di così grande statura si erigesse una statua nel luogo in cui morì “brusciato vivo”, un monumento eretto anche grazie al contributo del mio Salento, di Brindisi in particolare, che partecipò all’iniziativa promossa nel 1889 dagli ambienti massonici ed europei dell’epoca, offrendo 100 lire, un esborso considerevole per il cambio di allora, ma assai significativo per le implicazioni ideologiche e politiche che quella scelta comportava, in primis il richiamo al centenario del “secolo dei lumi”.
A dimostrazione di ciò, basta leggere qualche passo del volantino pubblicitario di richiesta contributi conservato con tutti gli altri documenti nel prezioso fondo dell’Archivio Storico del Comune di Brindisi presso il nostro Archivio di Stato: “Il segno che dinota il centenario del 1789 compiersi razionalmente è l’inaugurazione del Monumento a Bruno in Roma. Qui non è il dissidio tra la DEA RAGIONE e l’ENTE SUPREMO, e, tra l’una e l’altro, arbitro il patibolo; è invece l’adempimento del più alto ideale civile: dall’una parte la Chiesa Cattolica , dall’altra lo Stato Moderno, e, tra l’una e l’altro, il Monumento a Bruno simboli di mutua tolleranza nella libertà del pensiero, delle religioni, dè culti”. E di seguito: “da qualunque terra l’uomo arrivi innanzi a questo Monumento, ei sente di aver lasciato indietro molte differenze di nazioni e di lingue, e di essere giunto come in una Patria senza confini e senza privilegi; perché dove il pensiero rinasce sulle sue ceneri, ivi è tutta la storia dell’Uomo, ed ivi le lingue tendono a convergere verso una comune parola umana…il pensiero fatto vittorioso dal sacrificio”.
Continuando a leggere il documento si apprende che del comitato d’onore per l’erigendo monumento a Giordano Bruno (che aveva sede a Roma in via Due Macelli) facevano parte personalità straniere come V. Hugo, F. Gregorovius, E. Renan, M. Bakunin, H. Ibsen e M. Monnier. Tra gli italiani spiccavano R. Ardigò, G. Bacchelli, G. Bovio, B. Cairoli, G. Carducci, F. Crispi, M. Minghetti, A. Saffi, S. Spaventa, P. Villari, e G. Zanardelli.
Furono necessari, si afferma nel documento, dieci anni di lotta del comitato studentesco promotore contro “l’intolleranza clericale” per ottenere, un risarcimento postumo all’eretico nolano. E qui la memoria va alla recente contestazione antipapalina della “Sapienza” sapientemente strumentalizzata da razinger e compagnia cantando, come dire: nulla di nuovo!
Il Comune di Roma dell’epoca (ma anche quello attuale), condizionato evidentemente dalla ingombrante presenza della chiesa dei papi, osteggiò fortemente la realizzazione del progetto frapponendo mille ostacoli burocratici: il dibattito sull’opportunità di erigere un monumento all’eretico Giordano Bruno, si svolse in un clima arroventato da proteste e disordini che sfociarono anche in scontri aperti fra “bruniani” e “antibruniani” con feriti e arresti vari.
Papa leone tredicesimo, ruggì, pardon, arrivò a minacciare l’abbandono di Roma e il trasferimento della cosiddetta santa sede nella cattolicissima Austria. L’avesse fatto!
Avrebbe risparmiato tanti guai a questo povero paese in balia del clericalume imperante e del fariseume trionfante.
Ogni resistenza fu infine superata grazie alle pressioni internazionali ed anche con l’elezione nel consiglio comunale di Roma dello scultore massone Ettore Ferrari, autore del monumento a Giordano Bruno.
Il sindaco di Brindisi, cav. Filomeno Consiglio, comunicò nel maggio del 1889 l’entusiastica adesione della città salentina all’iniziativa, plaudendo anche alla scelta della location, lo stesso luogo dove “eseguitasi la condanna in nome dell’ignoranza e dell’assurdo”.
La statua fu scoperta la mattina del 9 giugno, festa di Pentecoste, con quarantamila intervenuti da ogni parte d’Italia e, fortunatamente, non si verificarono i temuti disordini tra opposte fazioni. La prolusione fu tenuta da un pugliese, l’ideologo repubblicano e deputato di Trani, pof. Giovanni Bovio. Un telegramma inviato lo stesso pomeriggio da Roma ne dava conferma, precisando che erano intervenute al corteo “87 musiche e 1972 bandiere”.
Applauditissimo, fra tutti, era stato però il “labaro dell’associazione condannati politici pontifici”.
E si festeggiò pure a Brindisi quella sera: i locali della “Società di mutuo soccorso tra gli operai” di pazza Sedile furono illuminati a giorno e la banda municipale suonò fino a tarda notte. Insomma, se oggi Giodano Bruno può volgere severo le spalle evitando di guardare in modo duro e accigliato quel mondo che lo “ha abbrugiato vivo” lo deve un po’ pure a Brindisi e ai suoi amministratori dell’epoca che si dimostrarono tenaci assertori del libero pensiero.
Voglio salutare il Maestro Giordano Bruno con le sue stesse parole, un brano tratto dalla lettera-curriculum con la quale il “Bruno Nolano, Academico di Nulla Academia” si presentava da esule alle autorità accademiche d’Oltre Manica, chiedendo di essere ammesso come professore di filosofia all’Università di Oxford.
Al “Philoteus Jordanus Burnus Nolanus…professore di una sapienza più pura e innocua…risvegliatore delle anime dormienti, domatore dell’ignoranza presuntuosa e recalcitrante, proclamatore di una filantropia universale, che non preferisce gli Italiani ai Britanni, i maschi alle femmine, le teste mitrate a quelle incoronate, gli uomini di toga a quelli d’arme, coloro che portano il saio a coloro che non lo portano; ma colui che è più temperante, più civile, più leale, più capace; che non prende in considerazione la testa unta, la fronte segnata, le mani lavate, il pene circonciso, ma (e ciò permette di conoscer l’uomo dal viso) la cultura della mente e l’anima. Che è odiato dai propalatori di idiozie e dagli ipocriti, ma ricercato dagli onesti e dagli studiosi e il cui genio è applaudito dai più nobili” il mio grazie e la mia riconoscenza.
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