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BILANCIO ROSSO VATICANO, CON QUALCHE DIGRESSIONE
La “prefettura degli affari economici” della cosiddetta santa sede ha presentato il bilancio consuntivo del 2007, il terzo dell’era ratzinger e, con mia grande soddisfazione, apprendo che si è chiuso per la prima volta in rosso; la multinazionale catto-vaticana non è ancora sull’orlo della bancarotta, ma 9 milioni di euro di disavanzo sono pur sempre una perdita secca ottenuta “grazie” all’andamento della quotazione dell’euro che, pur essendo la divisa ufficiale di un continente nato dalle radici cristiane, è da taluni considerato come “lo sterco del diavolo” ed in quanto letame, la pecunia ha svolto egregiamente il suo ruolo di “concime” rendendo diabolicamente più “verdi” le lussureggianti praterie di ratzinger.
Un brutto colpo, un tiro mancino sferrato agli gnomi catto-vaticani dal dio denaro, i quali per nulla intimoriti da quanto dispone il Vangelo in fatto di “mammona” e beni terreni, si sono affrettati a giustificare la chiusura di bilancio col segno meno, attribuendone la colpa al supereuro.
Un passivo che non intacca più di tanto l’inestimabile patrimonio catto-vaticano, un buco che di certo non avranno difficoltà alcuna a ripianare, specie se, come hanno annunciato, cambieranno tipo di “farina” passando dallo “zero” del dollaro (sulle cui banconote da one dollar campeggia il motto “In God We Trust”) al “doppio zero” dell’euro per continuare tranquillamente ad avere le mani in pasta in settori nei quali di “vero” di trust, di commerciabile c’è solo la simoniaca bramosia e l’evidente ipocrisia che il clericalume imperante trasforma in moneta sonante.
Trovo inconciliabile l’esistenza dello stato del vaticano e dei suoi apparati con il Vangelo al quale i gerarchi catto-vaticani dicono di ispirare ogni loro azione, opera ed omissione; penso sia incompatibile con l’enunciato evangelico un sistema di potere tipicamente temporale che non fa che confermare il carattere politico e commerciale di una religione che ha fatto del cesaropapismo la sua ragion d’essere.
L’ipocrisia e la falsità abitano da sempre nei cosiddetti sacri palazzi apostolici, vanno di pari passo col fariseume trionfante e si sorreggono a vicenda; perciò non dovrebbero più meravigliarmi le commistioni, le ingerenze, la papalatria, gli atei devoti e inginocchiati, né i bagni di folla che accompagnano l’esibizione di certi pagliacci bardati da celebranti i quali celebrano solo se stessi e sfruttano l’intimo bisogno di Dio insito nel cuore degli uomini per fare nuovi proseliti, bussare a denari e puntellare le loro fandonie.
Certo, non pretendo che chi osserva gli ordinamenti preteschi e segue il papa re fino a Sidney, abbia letto Viano, Rusconi o Hitchens, giusto per citare degli autori contemporanei, ma spero che i papa boys abbiano letto, almeno una volta, Voltaire, Montaigne e, più di una volta, il Vangelo con il cuore sgombro da condizionamenti di sorta: difficilmente avranno trovato un solo versetto che possa giustificare, ieri come oggi, il comportamento “mondano” e “temporale” della gerarchia ecclesiastica.
“Siete nel mondo, ma non siete del mondo…” Vi ricorda qualcosa o qualcuno?
Forse è proprio questa incongruenza, non solo comportamentale, a far sorgere qualche dubbio sulla veridicità e sulla storicità del testo evangelico; infatti se i primi a violarlo sono proprio i suoi “custodi” che non a caso parlano di “esegesi” e lo interpretano, lo stravolgono, a seconda delle contingenze e delle loro necessità materiali, allora significa che qualcosa non quadra.
A questo punto sarebbe logico insinuare qualche ragionevole dubbio sull’autenticità di una religione, sull’esistenza di una chiesa che pretende di essere “universale” e unica depositaria della verità rivelata. Ed è proprio sfruttando quel millenario depositum fidei che “i ricchi padri” sono diventati sempre più ricchi fino a presentare ogni anno l’esercizio finanziario di un bilancio che di certo non contempla tutte le voci “in entrata” dell’impero papale.
“Paghiamo in euro e investiamo in dollari, quindi la congiuntura internazionale ci ha provocato una crisi che non è immobiliare ma finanziaria. Bisogna cambiare strategia e fare investimenti in euro” spiegano i banchieri di dio con l’hobby del mercato dello spirito che al foro boario delle anime hanno quotato anche il vangelo diventato “volatile” come certo flottante azionario in mano a speculatori senza scrupoli, dimentichi di quel che il Nazareno disse al giovane ricco: “se vuoi essere perfetto và, vendi i tuoi beni, dalli ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi”.
Il Cristo non aveva un posto dove posare il capo, impose ai suoi di non prendere “né oro, né argento, né rame”, poiché “dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore.”
I suoi rappresentanti “commerciali” hanno invece stravolto e mercificato il prodotto “Cristo”, hanno costruito un impero su quel “dove” del Cristo nullatenente, hanno accumulato oro e argento, continuando a lucrare su di una morte che li ha resi sciacalli ricchissimi, detentori di un primato e di una presunta esclusiva che con Cristo ha poco a che fare, dato che in Italia, come altrove, a proposito di un posto dove posare il capo, occupano la prima posizione nel mercato immobiliare.
Si dicono seguaci di Cristo, si considerano perfino degli alter Christus, ma si guardano bene dall’applicare alla lettera il messaggio evangelico e alienare i loro beni, così come impone il Vangelo, vendendo quello che hanno per donarlo ai poveri. Fanno voto di povertà, ma sono ricchissimi; fanno voto di castità, ma lo infrangono senza ritegno alcuno, tanto poi si confessano e si assolvono l’un l’altro. Essenzialmente sono “umani” (forse troppo umani, direbbe Nietzsche) ed aspirano a possedere una natura metafisica che, invece, li condanna tenendoli avvinghiati alle umane cose e al denaro, in particolare, che per alcuni è fuori dalla materia essendo, come scrive Martin Lutero “parola del diavolo per mezzo della quale egli crea ogni cosa nel mondo, proprio come Dio crea attraverso la parola di verità”. Non a caso egli lo definiva “lo sterco del demonio” anticipando di molto quella che sarebbe stata l’immagine fatta propria dalla psicanalisi che lo assimila allo sterco “per il piacere che se ne trae, sia nell’espellerlo, sia nel ritenerlo”.
I teologi cristiani del medio evo avversavano l’uso del denaro, anche loro lo associavano alla possessione diabolica, predicavano il pauperismo ritenendo che la chiesa non dovesse possedere alcuna proprietà. Erano lontanissimi dal concetto di proprietà enunciato da Marx per il quale il denaro è “lo strumento per appropriarsi del lavoro altrui” ma in fondo dicono la stessa cosa: il denaro è una forma di potere col quale si condiziona il mercato subordinandolo alla ricchezza e producendo al contempo altra povertà.
Intanto gli avari gabellieri dell’anima diversificano gli investimenti, contano gli introiti, accumulano ricchezze, spartiscono dividendi, bussano a denari e piangono miseria come se fossero poveri in canna. Non si direbbe proprio leggendo le varie voci di un bilancio paragonabile a quello di una multinazionale che ha l’esclusiva mondiale di un prodotto non a caso paragonato all’oppio: vendere dio, spacciare dogmi e precetti, ottundere le menti e le coscienze, idolatrare un amministratore delegato e chiamarlo “santo padre”, in spregio all’imperativo evangelico di non chiamare nessuno “padre”, questa è la loro mission!
Se uno legge il Vangelo o Lutero, cito un autore a caso, e poi spulcia il bilancio del vaticano, si rende conto che qualcosa non quadra, voci poste a bilancio di una religione “costruita” per riscuotere oboli, questue e infinocchiare il prossimo. Che volentieri acquista “dosi” e indulgenze per lucrare sulle quali (il termine impiegato dal canone è proprio lucrare) il clericalume imperante emette periodicamente dei “titoli di stato”: anno santo, anno paolino, giubilei, centenari, ostensioni, esposizioni di feticci e ricorrenze varie, il cui rendimento non và mai a favore di chi compra quei “titoli”, ma finisce sempre per rimpinguare i forzieri del clericalume imperante che così tenta di far fronte agli inconvenienti di un mercato le cui leggi sfuggono al controllo della precettistica catto-vaticana, messa a dura prova dalla situazione finanziaria internazionale, dal deficit accumulato dall’osservatore romano e dalla radio vaticana alle cui passività bisogna aggiungere un calo, vivaddio, delle donazioni dei fedeli scese a meno 12 milioni di euro.
Il bilancio consolidato per il 2007, suddiviso in attività istituzionali, finanziarie, immobiliari e mediatiche, registra, come dicevo, un disavanzo netto di 9 milioni di euro, dopo che negli ultimi tre esercizi si erano registrati risultati positivi per 15 milioni di euro.
A portare i conti in rosso è stato soprattutto l’andamento del settore finanziario, chiuso con un avanzo netto di solo 1,4 milioni i euro contro i 13,7 del 2006: una flessione di circa 12 milioni di euro, dovuta alla brusca ed accentuata inversione di tendenza nella fluttuazione dei tassi di cambio.
Insomma colpa del supereuro!
Per quanto riguarda invece l’attività per così dire “istituzionale” esercitata nel 2007, oltre ad altri introiti di minore entità, la gran massa contributiva, è rimasta sostanzialmente invariata: 86.022.372 di euro nel 2006 e 86.143.257 di euro nel 2007.
Positivo per 36,3 milioni di euro, risulta essere il risultato del settore immobiliare (non poteva essere altrimenti) superiore di 4 milioni rispetto a quello registrato nel 2006. L’incremento è legato al maggior gettito degli affitti e alle plusvalenze realizzate con la vendita di immobili.
Contrariamente a quanto accade ad un famigerato tycoon italiota con il pallino della politica, è il comparto mediatico il settore che oltretevere registra le perdite maggiori: radio vaticana, centro televisivo vaticano, osservatore romano, tipografia vaticana e libreria editrice vaticana, a dispetto del copyright imposto sugli atti papali, hanno chiuso il 2007 con un saldo negativo di 14,6 milioni di euro.
Tra le voci più positive, c’è il flusso crescente dei visitatori ai musei vaticani: più 4,3 milioni.
Per risolvere il problema della fame nel mondo, così come spesso invita (gli altri) a fare il parolaio ratzinger, lormonsignori potrebbero iniziare a vendere qualche opera d’arte.
Incasserebbero qualche milione di euro in meno, in compenso guadagnerebbero in credibilità!
Ma, obiettivamente, non si è mai visto qualcuno spennare la gallina dalle uova d’oro, anche se nel pollaio papale di galline dalle uova d’oro ve ne sono di molte fra le quali una, che risponde al nome di “obolo di san Pietro”, un servizio pronta cassa costituito dalle offerte che i fedeli sudditi destinano al papa re, una covata ricchissima che nel solo 2007 ha generato un incasso pari a 79,8 milioni di euro.
I maggiori donatori sono i sudditi statunitensi (28%) quindi gli italiani (13%) sempre prodighi con il sovrano che gli mettono a disposizione anche la compagnia di bandiera e lo scarrozzano gratis et amore dei per il modo intero, seguono i tedeschi (con il 6%).
In questa speciale classifica compaiono anche i tributi delle diocesi, i feudi dei vescovi principi e guerrieri, che versano “la decima” e i diritti di vassallaggio al papa re, secondo una graduatoria che vede al comando la Germania (con il 31%) seguita dagli Stati Uniti (28%) e dall’Italia (con il 18%).
“Essendo le fonti in dollari, con il deprezzamento della moneta Usa e il supereuro ci siamo trovati scoperti”, precisano al ministero vaticano dell’economia. “Siamo in Europa e dovremmo usare l’euro anche noi. Gli investimenti in dollari non hanno prodotto. E’ diminuito il valore di azioni e investimenti nell’area Usa (forse per colpa dei preti pedofili, aggiungo io) e perciò adesso i ricavi fanno acqua da tutte le parti, mentre (udite, udite) crescono le spese per l’edilizia sacra, le opere di carità e le missioni”.
Nel dettaglio, sono in lieve calo gli introiti derivanti da investimenti in titoli; in aumento risultano, invece, i collocamenti effettuati nel comparto finanziario a breve termine.
Inoltre, aumentano anche i dipendenti al servizio di papa ratzinger, 146 i nuovi assunti in vaticano nel 2007. Nella curia romana lavorano 2748 dipendenti (erano 2704 nel 2006) 778 dei quali sono ecclesiastici, 333 religiosi e 1637 laici (tra cui 425 donne).
Il consuntivo 2007 presentato nei giorni scorsi ai cardinali che compongono “il consiglio per lo studio dei problemi organizzativi ed economici” della cosiddetta santa sede, una sorta di revisori dei conti, ha fornito anche l’entità dell’impegno finanziario sostenuto per garantire la sicurezza all’interno della città del vaticano e per la tutela, valorizzazione e restauro del patrimonio artistico, che spesso si avvale di sostanziosi finanziamenti a fondo perduto elargiti dallo Stato Italiano: per la serie “chiese uguale musei”.
“Avete fatto della mia casa una spelonca di ladri e di briganti” per non dire dei “mercanti” che usano il tempio come se fosse la sede della borsa valori. A tal proposito, mi viene in mente una vecchia canzone di Luigi Tenco, si intitola Cara Maestra che, ad un certo punto, dice così “…mio buon curato, dicevi che la chiesa è la casa dei poveri, della povera gente, però hai rivestito la tua chiesa di tende d’oro e marmi colorati. Come può, adesso, un povero che entra, sentirsi come fosse a casa sua…”
A proposito di casa: al trend negativo degli investimenti finanziari catto-vaticani corrisponde, purtroppo aggiungo io, l’incremento degli introiti derivanti dal mattone, il “dove” inesistente del Cristo nullatenente, settore nel quale il vaticano e gli enti ecclesiastici quotati alla borsa valori del dio denaro rappresentano, a Roma e dintorni, la più grande e potente corporation immobiliare.
Recentemente hanno adottato delle politiche speculative, adeguando senza esitazione i prezzi degli affitti (no equo canone) alla crescita spropositata del mercato immobiliare e sfrattando, senza remore e scrupoli di coscienza, dal centro storico della capitale, intere famiglie, disabili e anziani che nulla hanno potuto contro lo strapotere dei palazzinari clericali, che poi hanno cambiato la destinazione d’uso di quegli immobili trasformandoli in lussuosi bed and breakfast, “ostelli” a cinque stelle per il turismo religioso.
A Roma, almeno un quinto delle case appartiene direttamente alla cosiddetta santa sede (cioè all’apsa, amministrazione patrimonio apostolico sede apostolica, guidata dal signor attilio nicora di professione cardinale-squalo della chiesa dei papi) e al famigerato “ior” meglio noto come istituto opere religiose, alias banca vaticana: un vero covo di vipere e di affaristi senza scrupoli, implicati anche nelle più oscure vicende del capitalismo italiano.
Per farsi un’idea del vorticoso giro di denari che orbita intorno al cupolone, è utile la lettura del libro “la questua” di Curzio Maltese.
Torno al consuntivo della cosiddetta santa sede: “L’aumento globale dei ricavi immobiliari ha sostenuto la manutenzione e l’ammodernamento degli immobili a reddito”, sottolinea il signor velasio de paolis, di professione vescovo della chiesa dei papi e presidente della prefettura degli affari economici, che aggiunge: “Le spese per i mass media sono evidenti ma va considerata la rilevanza informativa e pastorale dei mezzi di comunicazione della santa sede che per stare al passo con i tempi richiedono rilevanti risorse economiche e continue innovazioni tecnologiche. Per lo meno (ci tiene a precisare) questi dati sfatano la falsa leggenda della ricchezza del vaticano. Gli oneri ordinari e straordinari a cui far fronte sono così gravosi da rendere indispensabile il massimo rigore economico”.Come dire: anche i ricchi ogni tanto piangono. Solo che il loro pianto è una lagna, sembra quello di un discolaccio viziato che reclama una dose di schiaffoni e calci in culo; non muove a compassione ma, anzi, provoca rabbia e indignazione specie dinanzi alle ordinanze di sfratto, non per morosità ma per fine locazione, presentate a Roma da lormonsignori sul finire del 2007 a duecento famiglie, che abitavano in appartamenti di proprietà del vaticano o di enti ecclesiastici.
E’ inutile parlare di lotta alla povertà, di sostegno alle famiglie, di difesa della vita se poi, proprio chi è in grado di sostenerle, pensa alla sua famiglia (da intendersi nell’accezione che il gergo mafioso attribuisce al termine famiglia) fa mancare l’essenziale, la casa, la dignità, con grave pregiudizio di quelle condizioni di vita che si vorrebbero difendere, sempre e solo a parole, fin dall’atto del concepimento, fino alla morte.
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