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QUELLI PER I QUALI I SOLDI SONO NULLA E SI COMPORTANO COME SE FOSSERO TUTTO

Leggo del crac finanziario, del crollo delle borse e delle centinaia di miliardi di capitalizzazione che ogni giorno vanno in fumo bruciati da una deregulation che ha consentito ad un branco di squali multinazionali di depredare il mercato con la complicità di quelli che ora vorrebbero riscrivere le regole del gioco dopo anni di sbornia liberista e d’iperfinanza globale e, per ironia della sorte, arrivano a tirare anche la barba a tale Karl Marx che in tempi non sospetti aveva previsto i limiti del capitalismo e la crisi del sistema globale legato a doppio filo al capitale.
In un sistema di selvaggia deregolamentazione come l’attuale interamente colonizzato dal mercato e dalla “merce” ogni crescita della capacità di trasformazione della società e di produzione di reddito e di “ricchezza” è destinata a regredire nel suo contrario e a produrre (come ogni giorno accade) disparità sociale, miseria e povertà, tanto che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri: il disagio sociale è diventato “disagio di una civiltà” al collasso e per questo, forse giunta al capolinea.
L’impoverimento crescente di quella che una volta si chiamava classe operaia, ora interessa anche la middle class, il ceto medio, e il progressivo depauperamento deve esser letto come forma estrema di “disumanizzazione” e di “alienazione” generata da un consumismo che in “un mondo ridotto a merce” consuma e distrugge ogni illusione di rinascita sociale.
Non va di moda citarlo, ma sembra che il caro vecchio Marx si stia prendendo la rivincita proprio a scapito di un’economia di mercato fondata sul liberismo più sfrenato e senza regole, i cui effetti, grazie al prevedibile fallimento della “distruzione creatrice” del capitalismo e alle contraddizioni della globalizzazione, stanno investendo l’intero pianeta, vaticano compreso.
Anche ratzinger abbaia contro il dio denaro dimenticando che lui e la sua setta non fanno altro che vendere e trattare il loro dio come se fosse un valore negoziabile alla metafisica borsa del fideismo chiesastico, un articolo di mercato sempre più inflazionato dall’assolutismo papale, un titolo azionario offerto a condizioni molto vantaggiose per i broker d’oltretevere il cui altissimo rendimento è legato all’abuso della credulità popolare: più abusano di questa più incassano, anche se ultimamente la volatilità del prodotto contrabbandato come caritatevole non sembra più garantire il rendimento sperato a fronte di un uso improprio e truffaldino degli introiti.
Si veda, ad esempio, il calo dell’otto per mille, naturale conseguenza dello scoppio della bolla speculativa clericale gonfiata dalla cosiddetta carità ed esplosa rivelando l’incoerenza di una religione che mette il clericalume imperante sullo stesso piano del fariseume trionfante.
“Il denaro è nulla” ha ponzato sua ipocrisia. Se così fosse mi chiedo perché continuano a bussare a denari se è vero, come è vero, che i gerarchi catto-vaticani si apprestano ad indirizzare una lettera ai loro affiliati per lamentare la scarsità di risorse e, al contempo, sollecitare altro foraggio: “Non abbiate pudore a chiedere soldi” dicono i prelati ai loro sottoposti. Una variante decisamente poco evangelica del “chiedete e vi sarà dato”.
Vent’anni fa, in seguito alla revisione del concordato tra Stato e chiesa, vero pattizio leonino, nasceva l’otto per mille, un sistema truffaldino partorito dalla perfida mente di un certo giulio tremonti, che ha assicurato regolari e ingenti risorse economiche alla setta catto-vaticana ma che, negli ultimi tempi, sembra vivere un momento di stanchezza, a causa dell’assuefazione, se non della disaffezione, dei fedeli i quali, evidentemente, non gradiscono ulteriori prese per i fondelli a mezzo pubblicità ingannevole sull’otto per mille.
Eppure, poiché diminuiscono anche le oblazioni deducibili indirizzate espressamente solo ai preti, quelle dedicate al loro “sostentamento” (192mila offerte per un totale di 21,4 milioni di euro nel 1998, 172mila offerte per 16,8 milioni nel 2007), la chiesa dei papi punta molto sulle firme dei contribuenti per il proprio finanziamento.
Proprio per questi motivi legati al vile denaro e per rilanciare il sostegno economico alla chiesa dei papi papponi, i vescovi italioti hanno deciso di scrivere una lettera a tutti i cattolici, laici, preti e religiosi, proprio in forza di quel “denaro” che smentisce la nullificante pretesa di ratzinger di presentarsi come un questuante alle porte di un tempio nel quale troppi mercanti vestiti da papi, preti, vescovi e cardinali vendono il loro dio e lo contrabbandano spacciandolo per l’unico degno di essere adorato. E intanto si prostrano devoti davanti al vitello d’oro che hanno costruito sulla falsa donazione di Costantino, si rotolano come maiali nello sterco del diavolo esibendo griffati paramenti liturgici, pettorali dorati, patrimoni mobiliari e immobiliari da multinazionale dello spirito punto santo, partecipazioni azionarie in banche “armate” e poco etiche, mitrie tempestate di pietre preziose, gemelli d’oro ai polsi inamidati e si appoggiano annoiati e affranti a pesanti pastorali d’argento benedicendo i furbi e gli orbanti.
Il testo - intitolato Sostenere la Chiesa per servire tutti. A vent’anni da Sovvenire alle necessità della Chiesa. Lettera dell’Episcopato a vent’anni dall’avvio del nuovo sistema di sostegno economico alla Chiesa cattolica in Italia – è stato elaborato ed emendato durante la 58ma assemblea generale della conferenza episcopale italiota svoltasi dal 26 al 30 maggio scorso e dovrebbe essere presentata ufficialmente il prossimo 14 novembre, ventesimo anniversario del primo documento della Cei: Sovvenire alle necessità della Chiesa.
Scrivono i vescovi: “Nonostante i timori iniziali legati all’introduzione del nuovo sistema, che comportava la rinuncia alla ‘congrua’ e ai fondi per l’edilizia di culto, cioè a forme di finanziamento automatico da parte dello Stato anche a titolo di risarcimento rispetto alle leggi eversive del patrimonio ecclesiastico, i frutti sono stati confortanti” e “la Chiesa ha potuto disporre di risorse costanti”. “A uno sguardo attento, emergono però nuovi timori, figli in gran parte della tentazione dell’assuefazione. Nulla, in realtà, è definitivamente acquisito e sarebbe un grave errore affievolire la tensione propositiva, rinunciando a educare al dovere del sovvenire e alla promozione di una mentalità ecclesiale di partecipazione e corresponsabilità” che “investe ogni dimensione della vita cristiana, compreso il reperimento dei beni materiali necessari per vivere”. “Partecipare alla vita della Chiesa vuol dire perciò condividere anche i beni materiali e il denaro”, scrivono i vescovi.
Quindi, si legge nella lettera, sacerdoti, religiosi e catechisti non devono vergognarsi o avere paura di chiedere soldi: le motivazioni del sostegno economico alla Chiesa “devono essere costantemente richiamate nella catechesi, negli itinerari formativi, nell’insegnamento teologico. Dovremmo forse superare quell’eccessivo pudore che ci induce a tralasciarle nella predicazione abituale: ben diverso era, su questi temi, lo stile degli Apostoli”.
Un pudore che, aggiungono i vescovi, alimenta l’assuefazione e la disaffezione da parte dei fedeli: “troppo basso” è infatti “il livello di coinvolgimento dei fedeli nel sostentamento del clero attraverso le apposite offerte deducibili (che, com’è noto, sono del tutto volontarie, a differenza dell’otto per mille che va obbligatoriamente versato), troppo alto il rischio dell’assuefazione, che non favorisce la partecipazione consapevole dei fedeli e tende a spostare l’asse portante del sistema verso l’otto per mille”.
La lettera si chiude con tre “raccomandazioni specifiche ai fedeli, nelle loro diverse condizioni di vita”: ai laici, dopo i ringraziamenti per quanto elargito in questi venti anni, viene chiesto di continuare a sostenere economicamente il clero con le offerte e la Chiesa cattolica con la destinazione dell’otto per mille; ai seminaristi di studiare e approfondire “le motivazioni teologiche e pastorali che sono alla base del sistema di sostegno economico alla Chiesa in Italia e i concreti meccanismi del suo funzionamento” per poter poi essere in grado “di accompagnare con convinzione e lealtà le comunità che vi saranno affidate” (anche perché, presentando il testo della lettera ai suoi colleghi prelati, il signor pietro farina, di professione vescovo della chiesa dei papi e presidente del comitato per il sostegno economico alla chiesa cattolica, spiega che “solo il 22% del seminaristi arriva al sacerdozio con una buona conoscenza dell’attuale sostegno economico alla Chiesa e al clero”); e ai presbiteri di non “avere ritegno ad affrontare questi temi con i fedeli, garantendo al contempo la massima trasparenza nel far conoscere la situazione economica e i conti delle nostre parrocchie e di tutte le realtà ecclesiali”.
Per il papa re “il denaro è nulla” per i vescovi, principi-guerrieri, in Italia ci sono delle “leggi eversive” che non consentono loro di disporre al meglio del loro patrimonio a suo tempo alienato, da qui la presuntuosa richiesta di risarcimento danni che sembra sfidare la Storia e il Vangelo. Dire che ci vorrebbe una nuova Porta Pia è dire poco!
A pensarci bene Marx è molto più vicino agli ideali evangelici di quanto possano esserlo ratzinger e compagnia cantando. Dopotutto è più facile dirsi cristiani (e cattolici) senza naturalmente esserlo e comportarsi da farisei fingendo di applicare quei principi che in realtà si calpestano alla faccia di ogni etica comportamentale e dello stesso dettato evangelico.
I vescovi della questuante setta catto-vaticana scrivono che ben diverso era su questi temi lo stile degli Apostoli. Diverso lo era per davvero proprio perché la chiesa delle origini era lontana anni luce dalla condotta di vita dei vescovi della setta catto-vaticana.
Per capirlo è sufficiente leggere Gli Atti degli Apostoli.
I mercati azionari stanno vivendo una crisi tanto epocale quanto salutare, chi non ha niente non perde niente anche se una situazione sociale molto calda potrebbe togliere anche quel poco che consente a tanti di vivere con il minimo indispensabile.
A questi ultimi non pensa nessuno, i governi sono impegnati a salvare le banche più esposte e con esse gli interessi della casta e dell’azionista di riferimento. Tutti gli analisti sono concordi nel dire che l’attuale crisi sarà peggiore di quella del 1929.
Solo nell’ex belpaese il presidente del consilvio e i suoi tirapiedi dicono che tutto va bene e il cavalier menzogna si perita anche di suggerire quali azioni comprare e così facendo viola un mucchio di reati che vanno dalla turbativa di mercato azionario all’aggiotaggio.
Un capitalismo straccione, volgare, affarista e arrogante viene ridimensionato dall’incapacità di controllare un golem che si rivolta contro il suo creatore-capitale stante le condizioni di iniquità in cui l’80% della popolazione mondiale è costretto a vivere dalla restante parte.
Un’economia avida, un’economia di guerra ha portato a questo stato di cose ed è salutare che ogni tanto qualche shock giunga a chiarire i termini della questione, d’altro canto i pesci grandi mangiando i pesci piccoli possono crepare di troppo benessere, i predatori nutrendosi di prede inermi e indifese possono ingrassare così tanto da ingozzarsi e la vigente legge della giungla ha solo certificato il default su scala planetaria di una politica selvaggia ispirata dall’egoismo delle classi dominanti e da un gruppo ristrettissimo di lobby e di capitalisti senza scrupoli.
Un sistema fondato sull’ingiustizia sociale e sullo sfruttamento della forza lavoro non potrà mai garantire uno sviluppo sostenibile e un’equanime redistribuzione del reddito.
La lotta di classe, per quanto qualcuno si ostini a ritenerla superata (non a caso preferisce parlare di odio di classe) continua a mietere vittime e per una sorta di Nemesi storico-economica ritorna a presentare il conto quasi a chiedere il redde rationem che per il momento investe il capitale accumulato e detenuto dal falso perbenismo borghese, che su quello ha costruito il suo piedistallo di argilla, senza per questo preoccuparsi della conseguenze pratiche sull’economia reale giacché, come sempre, la crisi dopo aver investito borse, mercati e banche d’affari, franerà travolgendo l’anello più debole e fragile costituito dal proletariato ancora una volta chiamato a sostenere il costo maggiore di una recessione che sarebbe riduttivo considerare di esclusivo ordine economico e finanziario.
La regressione culturale in atto porta, ad esempio, un chiacchierato presidente del consilvio non casualmente assimilato al caimano del quale mutua il carattere predatorio, ad esibirsi nei bassifondi melmosi della politica da avanspettacolo per annunciare ad una platea di bavosi spettatori gli ultimi provvedimenti adottati dal governo che egli indegnamente presiede con i quali ha garantito che “gli italiani non perderanno neppure un euro”.
E giacché c’era, senza curarsi più di tanto di un eventuale conflitto d’interessi, ha consigliato gli investitori a non sbarazzarsi dei titoli azionari portando come al solito acqua al suo mulino.
“Posso darvi un consiglio? Bisogna tenere i titoli nel cassetto e aspettare. Lo faccio anch’io, per capirci, con mediaset. Il valore del titolo ce l’ho avuto prima su, intorno ai 20 euro, poi giù sugli 11…oggi eravamo sui 3,90…ma io sono tranquillo…Ripeto, bisogna stare calmi. Non dovete farvi prendere dal panico”. E se lo dice lui c’è veramente di che preoccuparsi.
Giusto per allentare la tensione ha poi deliziato l’inclito pubblico con una delle sue solite barzellette che oltre a far ridere i polli sono indicative della cognizione che l’esimio presidente del consilvio ha delle donne e del denaro col quale l’onnipotente silvio compra tutto e tutti: “C’è un tizio che entra in un ristorante e vede una bella signora. Si volta e fa all’amico, oh io quella me la farei. E l’amico di rimando, scusa sai, ma quella sarebbe mia moglie…E l’altro, beh, pagando, s’intende…”
A questo punto, è bene citare Karl Marx che del denaro aveva una cognizione molto più etica e cristiana del cattolico silvio berlusconi.
Scrive Marx nel terzo dei Manoscritti economico-filosofici del 1844: “Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. L’universalità di questa sua caratteristica costituisce l’onnipotenza del suo essere; è tenuto per questo come l’essere onnipotente…il denaro fa da mezzano tra il bisogno e l’oggetto, tra la vita e i mezzi di sussistenza dell’uomo. Ma ciò che media a me la mia vita, mi media pure l’esistenza degli altri uomini. Questo è per me l’altro uomo…”
Marx cita poi un passo tratto dal Timone di Atene di Shakespeare:
“Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dei, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n’è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso…Esso allontana i sacerdoti dagli altari…Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi, benedice i maledetti, rende gradita l’orrida lebbra, onora i ladri e dà loro titoli, riverenze lode nel consesso dei senatori…Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell’umanità, che rechi la discordia fra i popoli…”
“Shakespeare – scrive Marx – rivela nel denaro soprattutto due caratteristiche: 1) E’ la divinità visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro esatto contrario, la confusione universale e l’universale rovesciamento delle cose. Esso fonde insieme le cose impossibili. 2) E’ la meretrice universale, la mezzana universale degli uomini e dei popoli.”
E di seguito:”Sotto forma della potenza sovvertitrice, il denaro si presenta poi anche in opposizione all’individuo e ai vincoli sociali che affermano di essere entità per se stesse. Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l’intelligenza in stupidità …Il denaro, in quanto concetto esistente e atto del valore, confonde e inverte ogni cosa, è l’universale confusione e inversione di tutte le cose, e rappresenta quindi il mondo rovesciato, la confusione e l’inversione di tutte le qualità naturali e umane”.
E conclude scrivendo: “Se presupponi l’uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc…Se vuoi godere dell’arte, devi essere un uomo artisticamente educato; se vuoi esercitare un influsso sugli altri uomini, devi essere un uomo che agisce sugli altri uomini stimolandoli e sollecitandoli realmente. Ognuno dei tuoi rapporti con l’uomo e con la natura deve essere una manifestazione determinata e corrispondente all’oggetto della tua volontà, della tua vita individuale nella sua realtà. Se tu ami senza suscitare un’amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore non produce una corrispondenza d’amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un’infelicità.”
E a nulla vale tutto l’oro di questa terra senza l’elaborazione di una nuova visione del mondo imperniata su una forma di “umanesimo sociale” capace di coniugare individuo e società sfuggendo agli opposti rischi di un individualismo egoistico e di un comunitarismo illiberale.
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Inviato da: ossimora
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