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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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« QUALCUNO VUOL FARE LA FE...EPIFANIA DEL PUTTANESIMO »

LE MUCCHE DI ZANOTELLI E LE LUCCIOLE DI PASOLINI

Post n°566 pubblicato il 13 Giugno 2009 da bargalla

    

Mi si passi la provocazione, ma non riesco a comprendere per quale motivo ogni volta che si svolge una qualsiasi sessione legata al G8, le città che ospitano i cosiddetti “grandi” della terra, vengono blindate: le sedi dei summit diventano dei fortini inespugnabili, come se l’infida cricca fatta di ricchi e potenti che decide il destino delle povere genti avesse paura della propria scelleratezza e delle ripercussioni che le decisioni assunte avranno sulla globalizzazione a rischio default, sul libero mercato prigioniero di lobby e oligarchie i cui devastanti effetti nella vita di tutti i giorni non hanno certo bisogno dei periodici global forum o della protesta di piazza per manifestare tutta la perversità di un sistema fonte di iniquità e di sperequazione sociale. Dicono che si riuniscono per deliberare per il bene di tutti, ma se così fosse non dovrebbero temere le eventuali contestazioni, evidentemente hanno a cuore solo il loro orticello, e di quello degli altri se ne fottono altamente, tanto che all’occorrenza riescono pure ad espropriarlo e a sfruttarne le ingenti ricchezze senza che i legittimi proprietari possano rivendicare il minimo diritto.
Chi si accontenta di quel poco che ha e vive con dignità del suo lavoro, non gliene può fregar di meno della congrega affaristico-finanziaria acquartierata in qualche vecchio maniero così come è accaduto in questi giorni a Lecce così lontana dalle rotte bancarie e dai circuiti finanziari, ma così vicina a quel Sud che grida vendetta ad un Nord opulento che per esser tale e mantenere il suo benessere si inventa i global forum proprio ai confini dell’impero per pianificare strategie cercando di regolamentare la deregulation e il liberismo più selvaggio: un assurdità che si nutre delle sue stesse contraddizioni fatte di speculazioni, di assenza di regole, di inflazioni e di deflazioni dettate dalla legge del più forte, con la prospettiva di una recessione e di un salutare fallimento imposto dallo stesso consumismo il quale, come tutti i sistemi che mercificano tutto e tutti, consuma se stesso fino a morire di consunzione.

Ho seguito con un certo interesse il contro vertice organizzato dai no-global. Provo una gioia immensa, oserei dire cristiana, nell’inserire fra questi un personaggio come Alex Zanotelli. L’ho rivisto ancora una volta a Lecce in una caldissima giornata d’estate, la sua mitezza è la prova di una protesta non violenta dinanzi alla quale le cosiddette forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa, sono la prova più evidente di un teorema secondo cui chi istiga la piazza non è mai l’inerme e chi esprime il proprio dissenso armato solo del proprio pensiero, bensì chi si fa scudo della propria arroganza per schiacciare il più debole pretendendo magari che questi porga senza reagire anche l’altra guancia. C’è una frase di Alex Zanotelli che mi ha colpito in modo particolare e da sola ben riassume gli inumani paradossi di un sistema grazie al quale le mucche se la passano meglio degli uomini. In tempo di vacche magre stona sentir parlare di benessere, eppure il falso perbenismo o, se volete, l’egoismo più bestiale, consente ad un bovino dell’Europa di vivere con più di due euro e mezzo al giorno, mentre il reddito pro-capite di un Uomo del Terzo e Quarto Mondo a malapena raggiunge i due dollari permettendogli una sopravvivenza al confronto della quale i bovini europei assomigliano sempre più a quel ricco epulone che lasciava cadere dalla sua mensa solo le briciole per il Lazzaro di sempre.

A proposito di briciole, l’erremosciante ministro delle finanze italiote, quello della robin tax, ha ancora una volta saccheggiato la foresta di Sherwood dicendo che i paesi ricchi hanno deciso di finanziare una campagna di vaccinazione contro la polmonite da pneumococco a beneficio dei Paesi più poveri. Senza naturalmente muovere un dito per debellare i fattori predisponenti di quella come di altre malattie che, fra vaccini e farmaci costosissimi, stanno facendo la fortuna delle varie industrie farmaceutiche, proprio grazie all’endemicità di certe patologie, facilmente debellabili se solo si fornissero i presidi adatti per educare a stili di vita più sani, salvaguardando l’ambiente senza sfruttarlo in modo dissennato e senza adibirlo a discarica per rifiuti speciali provenienti, guarda caso dall’Occidente industrializzato. Inutile dire che sogno una rivolta del Terzo e Quarto Mondo proprio contro i cosiddetti grandi della terra, che in quanto “membri” di un consesso internazionale, fanno sovente la figura di emerite teste di cavolo spuntate chissà come nel sottobosco del potere concimato dalle oligarchie e dal malaffare.

Abitando in campagna mi capita spesso di assistere a spettacoli che Madre Natura replica con una frequenza dinanzi alla quale è impossibile fare l’abitudine, impossibile non sorprendersi dinanzi al sole che sorge e tramonta sempre in modo uguale eppure così diverso, impossibile non sentire il profumo dei fiori,  la voce del vento, impossibile resistere al richiamo del mare che all’orizzonte si muove lento, impossibile non restare indifferenti al canto degli uccelli e seguire quello insistente delle cicale che Platone un tempo diceva fossero uomini. Qui, lontano da tutti e da tutto, fra un turno di lavoro e l’altro, ritrovo me stesso, assisto alle epifanie di Madre Matura, sento scorrere il tempo, vedo lo spazio che si dilata, accarezzo i tronchi rugosi di ulivi secolari, affondo le mani fra le aride zolle, sfioro la terra appena annaffiata, apprezzo la bellezza di un filo d’erba, la perfezione di una rosa; qui avverto la presenza di una grande assenza e la relazione che c’è tra il lontano e il vicino, l’addio insperato, l’esilio agognato e la struggente nostalgia nell’oscillazione tra finito e Infinito, con la percezione e l’intuizione che precedono l’analisi e la ragione sollecitate dalla lettura di un libro o dall’incontro casuale delle lucciole ai piedi di un muretto a secco. Sì, da qualche sera all’imbrunire non faccio altro che guardare trasognato le lucciole, mi sorprendo ad osservarle in un rituale dalle chiare valenze sessuali, un richiamo d’amore che mi vede spettatore intruso da cui mi ritraggo quasi furtivo per non disturbare oltremodo quello che ha tutta l’aria di essere un corteggiamento. Non violo la privacy delle lucciole e loro certo non si sognerebbero mai di modificare il loro comportamento ben sapendo che nei paraggi c’è un ficcanaso. Non hanno nulla da nascondere, la loro etica, la loro etologia le porta ad essere ciò che sono: lucciole, insetti che di sera s’accendono quasi per magia e aspettano che quella piccola luce fosforescente scateni un incendio che permetta loro di perpetuare la specie così come avviene da chissà quante migliaia di anni.

Non così nel pantano italiano dove c’è un tale che tratta le donne come se fossero “lucciole” (e questa è un’offesa sia per le donne che per le lucciole) e con la scusa di fare i suoi porci comodi, pretende di difendere una presunta privacy aggiungendo un’altra legge-vergogna alla sommatoria di quel corpus che in quanto a pudore istituzionale non conosce limite alcuno e questo in violazione di Principi Fondamentali lungi dall’essere riconosciuti come tali e quindi posti come argine ad una deriva autoritaria ed eversiva che un acuto osservatore come Pasolini non avrebbe remora alcuna a definire “fascista” specie dopo aver sentito le farneticanti esternazioni di oggi del presidente del consilvio vittima dei suoi stessi intrallazzi.
La vista delle lucciole l’altra sera mi ha fatto pensare proprio a Pier Paolo Pasolini e ad un suo celebre articolo che prendendo spunto dalla “scomparsa delle lucciole” delineava a tinte fosche un clima fortemente condizionato, e inquinato, da una nuova forma di “fascismo” che Pasolini definiva “democristiano” un continuum storico che oggi  si potrebbe a ragione definire “fascismo berlusconiano”. Come dire: cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. E il prodotto è costituito dal  degenerante vuoto di un potere demagogico svuotato dalla sovranità popolare così come accadeva al tempo della famigerata “democrazia cristiana” che a dispetto della denominazione non era democratica e nemmeno cristiana così come accade oggi a proposito di un certo partito-azienda che si ispira al “popolo” e alla “libertà” e prende in giro sia il Popolo che la Libertà. 

Rileggo l’articolo “Il vuoto del potere” pubblicato sul Corriere della Sera il 1° febbraio 1975 e trovo dei riferimenti drammaticamente attuali sui quali sarebbe bene che certe anime belle meditassero lungamente, ne riporto qualche passo sottolineando i più salienti:

 “…La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità. Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche reali": appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle "élites" che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa…

“…I "valori" nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato...A sostituirli sono i "valori" di un nuovo tipo di civiltà, totalmente "altra" rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale...
 Il trauma italiano del contatto tra l'"arcaicità" pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell'industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste. 
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l'industrializzazione degli anni Settanta costituisce una "mutazione" decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant'anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere "totalitario" iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I "modelli" fascisti non erano che maschere, da mettere e levare…”

“Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i "flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé…”

“I potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto.  Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il "vuoto" di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione.
Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato
. Quasi che si trattasse soltanto di "sostituire" il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l'Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico. In realtà la falsa sostituzione di queste "teste di legno" (non meno, anzi più funereamente carnevalesche), attuata attraverso l'artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la "truppa" sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il "vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia: perché non si tratta di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche.
Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola.”

                       

 
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