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Segnalazione: Il narcotraffico e il prezzo dell’ipocrisia

Post n°39 pubblicato il 12 Marzo 2011 da dinaforever

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La sicurezza è una delle tematiche onnipresenti della politica, sia essa interna o internazionale, in nome della quale si sono combattute innumerevoli battaglie parlamentari e militari. Negli anni ciò che la ha minacciata si è modellato sui mutamenti che contemporaneamente il sistema internazionale assumeva. Inoltre, è cambiato anche il soggetto della sicurezza: si è passati dalla sicurezza degli Stati a quella dei cittadini degli Stati.

Questa, che parrebbe una sottigliezza formale ai più, è il presupposto per due questioni. In primo luogo, il fatto che l'entità statale da sola non è più in grado di garantire la sicurezza entro i suoi confini; ovvero, lo status pacifico di una nazione non garantisce il mantenimento di standard definibili sicuri. I casi degli attentati terroristici avvenuti negli Stati Uniti ed in Europa ne sono il più fulgido esempio. In secondo luogo, lo Stato non è più l'unico attore in grado di esercitare violenza a livelli rilevanti. Nel corso del ‘900, abbiamo assistito al sorgere di attori non statali in grado di tenere in scacco e ribaltare con le armi Stati consolidati da tempo. Si pensi ai movimenti indipendentisti degli anni della decolonizzazione, oppure alle guerriglie comuniste e reazionarie sorte durante la guerra fredda.

Negli ultimi tempi si è assistito alla nascita di nuove minacce alla pubblica sicurezza tra le quali il narcotraffico e, più precisamente, la violenza ad esso correlata, attualmente sotto i riflettori per via della scia di morti che dal 2007 ad oggi sta insanguinando il Messico e l'America Centrale. Quest'esempio, però, non è l'unico: anche la Colombia degli anni'80 e'90 ha raggiunto picchi di violenza e insicurezza che, almeno in parte, erano riconducibili all'attività dei narcos.

Una delle questioni dirimenti per comprendere "la minaccia narcotraffico" è capire perché la violenza accompagni di pari passo il mercato delle droghe, domandandosi in che modo una questione di pubblica sanità, come l'uso di droghe, sia stata trasformata in una questione di pubblica sicurezza di proporzioni ciclopiche. Per questo motivo è necessario ricordare alcuni elementi fondamentali caratterizzanti l'industria del narcotraffico, puntualmente messi in luce dal prof. Manuel Castells in "Volgere di millennio", prendendo come esempio il mercato della cocaina.

Il traino della domanda


In primo luogo, il narcotraffico esiste perché c'è una forte domanda di droghe. Essa è, quindi, "un'azienda" basata sull'esportazione che risulta essere molto remunerativa. Secondo i dati del World drug report 2010 delle Nazioni Unite, il mercato globale consta di 15 milioni di consumatori, la maggior parte dei quali, circa 10 milioni, vive in nord America ed in Europa occidentale. Questi due mercati da soli assorbono i due terzi della produzione mondiale di cocaina e rappresentano l'80% del valore globale del mercato.

Gli Stati Uniti sono senza dubbio il mercato nazionale più grande e fruttuoso, con un terzo dei consumatori totali ed un valore stimato di 35 miliardi di dollari su 88 complessivi. Per rendere l'idea della rimuneratività del traffico di cocaina tra Paesi andini, produttori, e USA basta confrontare le stime dei prezzi. Un kilo di coca raffinata, all'ingrosso, in Perù ha un prezzo che oscilla tra i 950 e i 1250 dollari; la stessa quantità rivenduta a prezzo al dettaglio, in piccole dosi sulle strade delle città statunitensi, può arrivare a fruttare 120.000 dollari. È l'enorme guadagno consentito dal traffico di cocaina a rendere questo commercio appetibile agli occhi dei trafficanti. Andando però ad analizzare il mercato della droga e, quindi, i fattori che ne determinano i prezzi si riesce a rendere più chiaro il quadro.

Secondo uno studio del 1998 riguardante i prezzi della coca nelle principali città statunitensi, più della metà del prezzo al dettaglio è determinato dalla compensazione dei rischi che si assumono i trafficanti: la possibilità di finire in prigione incide per il 24%, mentre quella di rimanere feriti o uccisi pesa per il 33%. Inoltre "l'assicurazione sulla merce", ovvero il costo di compensazione del rischio di sequestro da parte delle autorità, grava sul prezzo al dettaglio in una percentuale stimata tra l'8 e l'11%, portando il generico fattore rischio al 65% del prezzo. Andando ad analizzare le altre componenti del costo al dettaglio si scopre che le spese di importazione incidono per il 12% e quelle del lavoro per un ulteriore 16%. La condizione di illegalità in cui si svolgono le fasi di lavorazione del prodotto, ovvero la coltivazione, trasformazione in pasta, raffinazione e taglio della sostanza rende impossibile l'abbattimento dei costi tramite l'utilizzo di capitale fisso, che risulterebbe eccessivamente costoso se si calcola il rischio di essere scoperti e la difficile trasportabilità dei macchinari. Inoltre, la fase di vendita necessita di protezione sia da furti di concorrenti che dalla polizia, oltre che necessitare di staffette tra il luogo di spaccio e il "deposito", dato che è eccessivamente rischioso restare al punto di vendita con grandi quantità di droga.

Sintetizzando: è l'illegalità del mercato della droga a renderla così costosa e, allo stesso tempo, remunerativa.

Balloon effect: l'inafferrabilità del business

Una seconda caratteristica è l'alto grado di internazionalizzazione del lavoro, con un'elevata flessibilità della produzione tra le differenti località.

Si pensi al ciclo di produzione e distribuzione della cocaina: le piante di coca sono coltivate per la maggior parte nei Paesi andini, Colombia, Perù e Bolivia, lavorate e trasformate in pasta di coca solitamente nel Paese di produzione, ma non nello stesso luogo di coltivazione per preservarne la segretezza. In seguito la pasta viene raffinata in laboratori clandestini, la maggior parte dei quali si trova in Colombia dal momento che l'industria del narcotraffico è presente in questo Paese fin dagli anni ‘70. Per il processo di raffinazione sono indispensabili i cosiddetti precursori chimici, sostanze in grado, tramite processo di reazione, di diventare parte integrante della nuova molecola. I precursori sono reperibili sul mercato internazionale per vie legali ed è grazie ad essi che si ottiene il prodotto finito. I maggiori produttori sono Svizzera, Germania, Canada e Stati Uniti, ma negli ultimi anni anche l'industria chimica dei Paesi latinoamericani sta avendo notevole sviluppo con Brasile e Argentina in testa. Infine, il traffico vero e proprio è gestito da cartelli e organizzazioni criminali internazionalizzate che si occupano del trasporto dai Paesi produttori a quelli consumatori.

Le tecniche di trasporto sono le più varie e fantasiose, da quelle classiche del trasporto tramite aerei noleggiati, tipico dei primi anni '80 in cui i colombiani erano maestri, al trasporto via terra prediletto dai messicani, fino al caso eclatante della signora Laurie Anne Hiett, moglie di un colonnello dell'esercito statunitense di stanza a Bogotà, impegnato nella "war on drugs" e nel Plan Colombia, la quale nel tempo libero si dedicava a spedire, tramite il servizio postale dell'ambasciata, pacchetti contenenti cocaina.

Per quanto riguarda la flessibilità, è una caratteristica sia della produzione che del traffico. La superficie totale coltivata a piante di coca è diminuita dal 1995 ad oggi, ma non si può dire lo stesso per la tendenza degli ultimi dieci anni. Dal 2001 ad oggi, infatti, la superficie coltivata è rimasta tendenzialmente la stessa: a fronte di una diminuzione che si è verificata per tre anni consecutivi in Colombia, si sono registrati tre anni di incremento della superficie coltivata in Perù e Bolivia. La capacità della produzione di spostarsi nella regione andina attraversando i confini nazionali a fronte dell'inasprimento della legislazione in uno dei Paesi della regione è conosciuta come "balloon effect".

Da questi elementi derivano le difficoltà degli approcci volti a contrastare la produzione, così come delle politiche di sradicamento e sostituzione delle coltivazioni. La recente storia della guerra al narcotraffico in Colombia insegna che il "balloon effect" è applicabile anche alle organizzazioni che si occupano del traffico di droga. A fronte di una relativa ritirata dalla scena dei cartelli di Medellín e Cali, egemoni sul mercato del narcotraffico fino alla metà degli '90, si è assistito alla progressiva avanzata delle organizzazioni messicane, in particolare il cartello di Juárez prima e di Sinaloa poi, che hanno "riempito il vuoto" creatosi sul mercato.

Finché esisterà la domanda di droghe ci sarà qualcuno in grado di fornirle.

Corruzione e riciclaggio

Terza caratteristica, e componente cruciale dell'industria del narcotraffico, è il sistema di riciclaggio del denaro sporco, ovvero quel procedimento che permette, tramite passaggi finanziari del denaro generato criminosamente, di depistare le origini illecite del capitale, consentendo ai criminali di godere delle rendite senza pregiudicare la fonte illegale di guadagno.

All'interno delle organizzazioni criminali trovano spazio gli esperti di finanza preposti al riciclaggio del denaro sporco, che molto spesso sono infiltrati nelle istituzioni bancarie e finanziarie che se ne occupano. Secondo il Bureau for International Narcotics and Law Enforcement Affairs del dipartimento di Stato Americano, tra i Paesi con istituzioni finanziarie coinvolte nel riciclaggio ne figurano molti dell'area centroamericana: Messico, Guatemala, Colombia, Venezuela, Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana oltre che i cosiddetti paradisi fiscali dell'area caraibica come Antigua e Barbuda, Bahamas, isole Cayman, senza dimenticare Paesi europei come l'Italia.

L'industria del narcotraffico comporta, inoltre, la corruzione e l'infiltrazione nelle istituzioni statali, in modo da poter agire a tutti i livelli del sistema, cercando di controllarne gli "ingranaggi". Per garantire alla merce di arrivare a destinazione, non di rado viene utilizzata la corruzione, esercitata a tutti i livelli: dalla polizia di frontiera fino ai politici di più alto rango. Tra i casi più eclatanti basti ricordare l'ascesa a senatore della Repubblica colombiana di Pablo Escobar, eletto tra le fila del movimento Alternativa Liberal; oppure Jesús Gutiérrez Rebollo: nominato nel 1996 Generale e capo dell' Instituto Nacional para el Combate a las Drogas, l'istituzione cardine della lotta al narcotraffico in Messico, sospeso e condannato a 40 anni di carcere per essere stato al soldo del cartello di Juárez.


Mercati illegali e violenza

Infine, l'insieme delle transazioni sopra elencate si fonda sul ricorso alla violenza, sia come deterrente che come sanzione. Riprendendo ad esempio Pablo Escobar, durante gli anni dell'egemonia del cartello di Medellin la formula utilizzata nei confronti dei politici e degli alti gradi di polizia era "plata o plomo" ovvero "denaro o piombo", motto che rappresentava efficacemente l'alternativa posta dinanzi a colui che si voleva corrompere. Per quanto riguarda l'intensità e la diffusione della violenza la situazione non è di facile interpretazione.

Per alcuni autori la causa principale è da ricercare nella natura psicoattiva delle sostanze e nel "down" seguente all'uso di droghe che, modificando le attitudini comportamentali degli utilizzatori, li spinge ad un uso sistematico del mezzo coercitivo. Altri sostengono che la violenza esercitata dagli utilizzatori di droghe sia razionale e finalizzata a guadagnare denaro per procurarsi nuova droga. Entrambi gli aspetti, però, spiegano solo la violenza a livello "micro", ovvero quella esercitata da parte di chi fa uso di stupefacenti che, sebbene importante, non è in grado di spiegare la violenza su larga scala oggi in atto in Centro America.

Per altri la violenza funge sia da barriera all'entrata nel mercato, scoraggiando l'ingresso di nuovi competitori, sia come sistema per la regolamentazione delle controversie, non esistendo mezzi legali per un mercato illecito come quello delle droghe. Un'azienda legale per conquistare un nuovo mercato ha a disposizione una serie di misure legittime come la pubblicità, la competitività sui prezzi, così come un'altra azienda che volesse difendere un mercato in cui è già presente ha a disposizione altre tecniche. La competizione è garantita da una serie di regole condivise dalle aziende e garantite da una parte terza, la legge. Tutto ciò non si può dire per un mercato illegale, di qualunque tipo esso sia. L'unica legge è quella di natura, il più forte vince sul più debole, per cui la componente violenta sarebbe dovuta alla natura illegale del mercato.

Il prezzo dell'ipocrisia

La strategia della war on drugs e, in generale, dell'approccio volto a combattere le organizzazioni criminali dedite al narcotraffico dovrebbe avere effetto sul lato dell'offerta nel mercato degli stupefacenti: alzare i prezzi, ridurre la competizione e l'offerta. Fino ad ora quest'approccio non ha funzionato, i prezzi non sono diventati inaccessibili per i consumatori, anzi, in alcuni casi si sono ridotti; la competizione è più alta che mai, l'offerta amplia, con nuove droghe sintetiche sul mercato.

Quando, 80 anni fa, gli Stati Uniti decisero di vietare l'alcool, durante i 13 anni di proibizionismo emerse chiaramente quanto dannoso per la società potesse essere un atto ispirato al bene comune, come bandire le sostanze alcooliche. La corruzione, l'emergere di gang criminali, la violenza diffusa, l'erosione delle libertà individuali e l'impossibilità di controllare la qualità dell'alcool che continuava ad essere venduto illegalmente, con tutti i rischi per la salute connessi, fecero cambiare idea al governo statunitense: i danni furono enormi, i benefici nulli.

Il prezzo di quel provvedimento ipocrita lo pagarono tutti i cittadini statunitensi; oggi il prezzo dell'ipocrisia riguardante la proibizione del consumo di droghe lo pagano i cittadini messicani e dei Paesi centroamericani.

Finché non ci si renderà conto di questo si continuerà a combattere una guerra, invece di curare le tossicodipendenze. 

 

FONTE:  MERIDIANI RELAZIONI INTERNAZIONALI

Autore: Dottor Alfonso Fasano

 

 
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