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Creato da bartelio il 18/11/2006
il diario infimo di bartelio
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Come un passero mangiato da un gatto cinque libri fanculo mariateresa e la dsl della telecom che funziona a intermittenza
Il gruppo di slavi se ne stava addossato al fondo del metrò e l'uomo più alto, circa un metro e novanta di muscoli e crudeltà, maglietta azzurra senza maniche ciabatte marroni chiaro pantaloni beige al polpaccio capelli tirati indietro, parlava a voce molto alta e ogni tanto guardava verso me con gli occhi cattivi del babau; rideva, non capivo un cazzo ovviamente ma lo osservavo con molta cautela. Aveva nella bocca davanti una fila intera di denti d'oro, dio proprio così denti d'oro che nemmeno la vetrina di Cartier.
Nella monomania che mi accompagna ho pensato al racconto di Lansdale in cui una donna percorre con l'auto una strada di montagna e dopo una curva quasi va a sbattere contro una macchina parcheggiata e nella macchina non c'è nessuno, ma lei si ferma e trova che sui sedili c'è del sangue e il sangue cola sull'asfalto. Quindi la donna si sporge verso valle e vede che da sotto nel prato qualcuno si sta arrampicando e la guarda e mentre la guarda apre la bocca e davanti ha tutti i denti di ferro, un uomo enorme con tutti i denti di ferro che rilucono sotto la luna. Mi ha sempre messo i brividi questa faccenda dei denti di ferro, probabilmente tra i miei antenati deve esserci stato un fabbro antropofago.
Beh, Joe R. Lansdale ha scritto racconti perfetti, ha raccontato il Texas orientale (lo so è bizzarro, ma sostiene che il Texas orientale abbia caratteri suoi peculiari), la violenza l'odio il razzismo la stupidità la ricerca della fica e di lui scelgo "La notte del drive-in" perché credo sia il suo romanzo più immaginoso e bello. Una storia semplice (per effetto di una malefica cometa un gruppo di persone si trova imprigionato in un drive-in che trasmette a nastro una serie di film dell'orrore, mentre tutto il mondo circostante si dissolve; la gente all'interno è costretta a nutrirsi esclusivamente di popcorn e schifezze dolciastre, incamminandosi allegramente verso l'antropofagia, non senza aver fatto sosta alle stazioni dell'omicidio dell'incesto e dello stupro), una storia terribile q.b. scritta con grande gustosa macabra ironia, colma di tutte le sue ossessioni (il drive-in, i b-movies splatter, il profondo sud degli states) con alcune trovate strepitose; su tutte, il re del popcorn personaggio memorabile che incarna l'incubo americano, e un capitoletto in cui si narrano le vicende di uno strano gruppo di credenti, una setta di cannibali timorati di Dio ma molto affamati, che potrebbe essere uscita da un racconto di Flannery O'connor, se questa avesse deciso di fare uso di acidi. Del resto la O'Connor è tra le autrici preferite di Big Joe.
Beh, è anche una delle mie autrici preferite, se a qualcuno può fregare un qualche cazzo di questa cosa. Nella lista ci ficco la raccolta di tutti i suoi racconti edita da Bompiani, memorabile per la incredibile qualità delle storie, la perfezione del meccanismo narrativo, la formidabile attenzione ai particolari, la vena di caustico sarcasmo nel descrivere i personaggi e il profondo sud degli states. Di lei, donna tignosa come poche altre, autrice cattolica di una religiosità austera persino opprimente, di una tendeziosità manifesta, contano solo le storie, la loro qualità, il brio, la vitalità, il genio del meccanismo e le si perdona il vizio di origine, le si perdona tutto quanto. Ha una scrittura evocativa, ricca di immagini, di simboli, per niente consolatoria. Scriveva per mettere le pantofole ai personaggi (scopo principale dello scrittore di narrativa, a parer suo) e illuminare per un breve tratto il mistero della nostra posizione sulla terra: ambiziosetta, ma con un talento smisurato, è la più grande scrittrice di racconti del ventesimo secolo, lo ripeto come un disco rotto e stonato: quando penso a racconti scritti bene, penso sempre a Flannery O'Connor.
Qualche anno fa al festival letteratura di Mantova chiesi un autografo a Tess Gallagher, le strinsi pure la mano e le dissi thank you very much, tutto quel che il mio inglese mi permetteva e cristo quella mano non la lavai per un mese, perché era la mano che aveva toccato Carver, certe parti molto private di Raymond Carver e l'influsso del cazzo di Carver sulla mia scrittura non poteva che farmi del bene; quindi Ray Carver, un altro autore di questa lista. Ci infilo il suo 'Da dove sto chiamando', antologia che raccoglie tutti i suoi racconti più belli, capolavori come "Biciclette muscoli sigarette", "Nessuno ha detto niente", "Una piccola buona cosa", "Pasticcio di merli", "Con tanta di quell'acqua a due passi da casa", e molti altri.
Quando Carver scrive dei suoi personaggi, parla del suo mondo, la sua voce si confonde con la loro, quasi si nasconde dietro di loro. Questa cosa credo sia l'empatia, una voce singolare unica, perdonatemi: autentica. Questo mi sembra che venga fuori bene se leggi Carver, l'onestà di fondo della sua scrittura. Il tono per niente affaticante. Non voler spiegare nulla, solo raccontare, poco spazio alla psicologia manifesta dei personaggi. Di lui mi piace l'attitudine più che altro, il fatto di cercare la semplicità, la pulizia, dire le cose senza eroismi di sorta, puntare all'esoscheletro della realtà e renderla sulla carta senza premere troppo con le dita. I suoi personaggi hanno questo di singolare: sono spesso disperati, ma quasi sembrano non rendersi conto della merda in cui sono immersi, gente che ce la mette tutta, ma spesso non capisce e più che reagire subisce. Non ha mai scritto romanzi perché scrivere romanzi, diceva, significa credere che le cose, il mondo, riesca a stare fermo al proprio posto per un bel po' di tempo, il che a guardar bene è impossibile. Amava Cechov e Tom Waits, il primo Springsteen e il vecchio Buk. C'è altro da dire?
Il vecchio Buk. Grazie Donna Camèl che mi dai modo di parlare del mio amore più grande, in un crescendo parossistico di autoreferenzialità. Charles Hank Bukowski, dicevamo. Lo so questo pezzo si sta allungando oltremisura e forse dovrei darci un taglio, sto stufando e non sono granché come recensore, me ne accorgo. Ma chi se ne fotte, lasciate che mi dilunghi un po' sul vecchio Buk. Non ridete, ma ho scoperto Bukowski a quarant'anni dico quaranta anni mica cazzi. E tutto per colpa di quella troia di Mariateresa. Mariateresa (il nome è di fantasia) è stata una mia ex dalle cui labbra all'epoca pendevo come un imbecille. La stessa Mariateresa un giorno disse, Bukowski, sì, è solo un vecchio ubriacone, e questo giudizio così come dire tranchant mi si innestò in qualche punto e non mi riuscì più di levarmelo di torno.
Il guaio è che nemmeno me ne accorgevo. Entravo in libreria, passavo tra gli scaffali sfogliavo le ultime uscite di minimum fax e ogni volta che il mio sguardo cadeva su Hank mi dicevo "è solo un vecchio ubriacone". Beh, fanculo Mariateresa, davvero. Chissà che stavamo facendo mentre se ne uscì con quel giudizio tranchant. Forse scopavamo. Si è sempre portati a dare ragione a chi te la dà, è una cosa molto umana credo, un po' come la riconoscenza che hanno i cani verso i loro padroni. Leccano la mano e sperano di averne in cambio un osso. Anche a me piace leccare, ma questo è tutto un altro discorso.
Tornando al vecchio Hank, devo dire che ho comprato questa raccolta di poesie che si intitola "Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena" e mi ha colpito. Così sono andato a togliere dallo scaffale un libro di Bukowski che stava lì seminascosto da almeno quindici anni. E' "Compagni di sbronze". E' una vecchia copia edita da feltrinelli nel 1979 collana di grandi autori moderni da tutto il mondo e in copertina c'è lui il vecchio Hank con una donna e entrambi fumano e hanno in mano una bottiglia di birra. Bukowski non ha le scarpe e ha una maglietta che gli scopre la panza ha una panza davvero notevole ed è completamente sbronzo. Anche la donna che ha al fianco, che ha l'aspetto di una troia, naso paonazzo, molto trucco, scarpe dal tacco altissimo, calze di nylon smagliate, anche la donna è ubriaca.
E' una foto molto famosa, credo la conosciate. Beh questo libro mi fu regalato da un tale che all'epoca era amico di Mariateresa. Me lo regalò perché credo ne avesse due copie in casa e stava facendo trasloco o una cosa del genere. E' una copia tutta sciupata, con macchie strane tra le pagine come se il tale ci si fosse masturbato sopra. Beh, non sarebbe nemmeno male come cosa, a pensarci. Un libro molto usato, insomma e per dare un'idea di questo vecchiume basti dire che a un certo punto dalle pagine è caduto un francobollo un vecchio francobollo della repubblica italiana del valore di 120 lire, il che è tutto dire.
Chissà perché il tale teneva francobolli in un libro di Bukowski, dannato frocio. Beh, insomma, questo libro stava lì davanti a me o non proprio davanti ma comunque a portata di mano e mai che mi sia venuta voglia di leggerlo e sempre per quel fottuto giudizio tranchant. Ogni volta che lo sguardo mi cadeva sul dorso di copertina mi dicevo Bukowski è solo un vecchio ubriacone e passavo a altro.
Fanculo Mariateresa, la stessa Mariateresa che ha detto qualche tempo fa che Capossela fa venire tristezza e mi ha fatto girare così i coglioni, questa cosa. Ora uno è libero di pensare quel che cazzo gli pare di Capossela, però dovrebbe avere il buon gusto di tenerselo per sé e di non lasciare cadere queste perle di saggezza proprio davanti a me. Che Capossela scriva canzoni tristi posso pure ammetterlo ma non è un difetto. La tristezza fa parte di quel gran mare magno di emozioni tempestose che è proprio di ogni essere umano -fatto salvo il mio capufficio, s'intende- esattamente come la paura la rabbia la gelosia o l'amore, posto che esista. E coltivare la tristezza non penso che sia una cosa di cui vergognarsi. E' sempre bello la mattina svegliarsi col mal di testa e la nausea dopo una notte passata a bere tanto alcool e guardare fuori e magari c'è la nebbia e viene voglia di essere tristi; del resto lo scriveva pure Twain da qualche parte che tutto ciò che è umano è patetico, che pure il comico nasce dalla tristezza non dalla gioia e che non esiste il comico in paradiso. Vabbè come recensore valgo una cippa di minchia, mi sono scordato di che stavo parlando, ah, il vecchio Buk, certo.
Ho letto letto i suoi racconti e zio bono mi hanno steso. Anche le sue poesie. Per esempio ce n'è una dedicata a Linda Lee, la moglie, splendida. Questa la metto nel prossimo messaggio. Un'altra dove parla di poeti ubriachi e di come ora la scrittura si insegni in giacca e cravatta nelle università, morta di sete. E poi nei racconti parla della macchina strizzafegato, un affare che strizza fuori il fegato dalle persone e le aggiusta con quel tanto di perbenismo che serve loro a sopravvivere. Poi un altro splendido è tutti grandi scrittori e parla di un editor assediato da pazzi che si credono geni e che gli rendono la vita impossibile. E poi c'è Sanchez un genio che vive con una donna che si chiama caaaacaaa e di come lui Chinaski lo vada a trovare e scendendo dal piano di sopra trovi il modo dopo una notte alcolica di scrivere l'elegia della felicità con poche scarne battute. E se poi volete leggere qualcosa di veramente buono, leggetevi Nirvana in questo blog. Ecco come l'ho ri-scoperto il vecchio Buk: ascoltavo il terzo cd dell'ultimo lavoro di Tom Waits e a un certo punto Tom si mette a recitare proprio nirvana la poesia di Buk e io non sono un drago con l'inglese, per niente, eppure beh mi ha colpito ragazzi, ho capito che era una cosa stra-bella e infatti l'ho messa nel blog per voi, ragazzi.
C'è un'altra poesia splendida su lui che vende alberi di natale sotto la neve. Un'altra che dice va bene essere scrittori morti di fame ma non scrittori morti di fame che bevono, agli ubriaconi non si perdona mai niente. Vorrei fare copia incolla. Il vecchio Buk che vorrebbe scrivere come un passero mangiato da un gatto. E' una bella definizione: anch'io vorrei imparare a scrivere come un passero mangiato da un gatto, ma questa è una cosa che vi prego di non dire a nessuno.
Chiudo con Pavese. Di Pavese ho amato quasi tutto quel che ho letto, ma se devo scegliere un libro scelgo per ragioni sentimentali la storia di "La luna e i falò". Un classico in cui ai temi civili della lotta per la liberazione dal nazifascismo si mescolano temi privati come l'amicizia la sensualità la morte (sto citando dalla quarta di copertina perché sono stanco e mi è venuta pure fame, zio bonaccione) e tutto ciò reso con un italiano splendido che risente di influssi dialettali, ma sempre estremamente controllati (questa è mia, invece). Ho quasi mandato a memoria il capitolo trentesimo in cui Anguilla porta col biroccio Silvia e Irene le figlie del padrone alla festa di paese e le sta a sentir parlare di vestiti e dispetti e poi vede la statua della madonna che esce dondolando dal portone sulle spalle dei sacrestani e poi torna a casa con le ragazze e Pavese scrive una cosa che mi commuove ancora rileggendola, dice: "Poi poco alla volta Silvia si calmò e un bel momento mi posò la testa sulla spalla, mi fece un sorriso e mi disse se la lasciavo stare così mentre guidavo. Io tenni le briglie, guardando le orecchie del cavallo." Un libro splendido in cui si mescolano in maniera perfetta realismo e prosa d'arte, poesia (perdonate il turpiloquio).
Passo a:
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Petarda
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