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« Fallimento, linguaggio, ...Ashleigh Flynn »

Una cosa divertente che non farò mai più

Post n°148 pubblicato il 19 Settembre 2008 da bartelio
 


Questa è una bella intervista a David Foster Wallace che ho trovato qui, in inglese. Ho pensato che potesse essere utile tradurla, anche solo come minuscolerrimo contributo alla memoria di. Del resto era essa stessa una traduzione. Chiedo venia per eventuali strafalcioni. Sempre meglio che worldlingo o similia, via (servizio traduzioni raffazzonate, by bartelio).

Nel testo si fa riferimento a Oblio, l'ultima raccolta di racconti di DFW, uscita negli Stati Uniti nel 2004. Per chi non lo sapesse, Pomona, citata all'inizio, è la città in cui DFW insegnava (oltre che luogo natale di Tom Waits). L'intervista è del 2007.











Die Zeit: Conosci MapQuest?

DFW: Quella cosa in Internet? Più o meno.

Die Zeit: Avevo con me una mappa di MapQuest mentre guidavo sulle superstrade di Los Angeles verso Pomona e provavo una distinta sensazione alla DFW. Mi pareva di aver dato in outsourcing il cervello.

DFW: MapQuest è solo l'ennesima macchina, come una lavastoviglie, e fa soltanto il lavoro per te. Se non usi MQ, puoi sempre usare una normale cartina stradale. Ma so cosa intendi: MQ è un buon esempio di come Internet ci sommerga di informazioni. MQ ti aiuterà a trovare qualunque posto nel mondo cui tu possa pensare, ma naturalmente ciò che non riuscirai a capire è se vale davvero la pena di andarci.

Die Zeit: Benvenuto nella terra di nessuno! E' proprio l' "oblio" che cerchi di descrivere nella tua nuova raccolta di racconti - lo stato di confusione contemporanea, la sensazione di essere perduti, che fa quasi soffocare i personaggi del tuo libro.

DFW: Puoi metterla così: oggi niente è lasciato al caso, tutto è controllato. E' questo che genera tutta la confusione. E' affascinante, per un verso. Per esempio, se stai guardando una pubblicità in TV, il colore del vestito della ragazza è stato testato più e più volte in gruppi mirati di persone e da psicologi che vogliono conoscere tutto quel che passa nella testa dei consumatori. Descrivo quel mondo nel racconto Mister Squishy (in Oblio).

Die Zeit: Nel quale strizzi il cervello dei lemuri delle ricerche di mercato fino a che non è vuoto. E' il tuo commento sull'America contemporanea?

DFW: La verità è: non sono in grado di comprendere l'America fino a questo punto. Ma un importante aspetto della mitologia americana è naturalmente il pioniere, l'uomo della frontiera, che si muove costantemente in avanti, dall'atlantico al pacifico - e ora che abbiamo conquistato lo spazio fisico stiamo cercando di conquistare anche quello psicologico: come posso essere assolutamente certo che ciò che ti sto dicendo scatenerà esattamente la reazione che desidero? Come posso essere sicuro che tu faccia ciò che voglio?

Die Zeit: MapQuest per la mente.

DFW: E' in particolare la logica delle grandi corporation - vogliono far crescere i profitti indirizzando un'audience demografica bene identificata. La cosa strana è che ciò porta con sé anche un nuovo tipo di intimità. Vogliono conoscere tutto di te, ma non gli interessa sapere chi sei. Può sembrare un cliché, ma la grande differenza è tra informazione e significato.

Die Zeit: Stai osservando il mondo: in quale momento scegli un soggetto (per i tuoi racconti)?

DFW: Semplicemente, succede. Parti da un punto qualsiasi, ma non sai dove andrai a finire. Con Mister Squishy per esempio avevo in mente una giuria, dodici uomini che devono raggiungere un accordo. Ma la storia parla esattamente di come ci senta a stare dentro questo immenso meccanismo di ricerca di mercato, che serve a manipolare le persone - e cosa si prova nel realizzare che persino tu come lettore vieni manipolato. Quelle persone cercano di creare significato partendo dalle informazioni; ma poi realizzano che essi stessi non hanno alcun significato per la propria azienda.

Die Zeit: Può spiegare la paura dei nostri giorni - il timore che stiamo perdendo il controllo su ciò che ha significato?

DFW: E' più complicato di così. E' un poco come nel racconto del bambino bruciato (Incarnazioni di bambini bruciati, in Oblio). Qualcuno un giorno mi ha raccontato questa storia, che aveva a sua volta appreso da qualcun altro, il quale altro l'aveva ascoltata da un amico - la storia di un padre che non capisce perché suo figlio (un infante) pianga, e la causa è l'acqua bollente scivolata all'interno dei pannolini. E' ciò che mi preoccupa: fai del male a ciò che ami di più.

Die Zeit: Il racconto è breve. Cinque solo pagine.

DFW: Non so perché è così corto, è andata così. Il racconto nel libro è circa un decimo di ciò che avevo iniziato a scrivere all'epoca. Ma il novanta per cento dei racconti non vede la luce. Sei a metà strada e tutto improvvisamente ti sembra forzato, troppo elaborato. A quel punto mi fermo. E i racconti che mi piacciono di più non vedono mai la luce. Ha più a che fare col caso e meno con il modo in cui un racconto ha inizio; se vuoi, molto di più con il modo in cui finisce.

Die Zeit: Non ti sai spiegare come e perché?

DFW: Se lo sapessi, scriverei molto più velocemente e riuscerei finalmente a guadagnar soldi in modo decente.

Die Zeit: Ma scriveresti in maniera diversa?

DFW: Io lavoro molto lentamente, frase dopo frase - e alla fine voglio che tutto assomigli più al modo in cui si pensa e meno al modo in cui si parla. Può essere difficile da leggere, qualche volta. E ancora più difficile da tradurre.

Die Zeit: E' una delle differenze tra te e l'abituale realismo americano - il tuo realismo è molto più psicotico.

DFW: Ciò che non capisco di tutto questo parlare di realismo è: come puoi descrivere il mondo che sta attorno a un personaggio senza descrivere il modo in cui la persona lo percepisce? Per me è una delle grandi sfide della prosa contemporanea: dovrebbe suonare come se uscisse dall'anima, it should sound like the soul.

Die Zeit: Ecco perché trascini il lettore nelle tue storie.

DFW: Beh, al tempo di Thomas Mann, per esempio, non c'era tv e nessuno degli altri media, che definiscono esattamente la tua posizione di osservatore e generalmente mostrano la realtà che sta attorno alle persone. La letteratura può sopravvivere esteticamente se riesce a ottenere più del cinema e della tv. Può suonare come un'apologia del Modernismo, con i suoi monologhi interiori, ma non è ciò che intendo. Lavoro molto più semplicemente. Mi dico: "Sì, questo suona bene, questo non suona bene." Non so come potrei spiegare altrimenti il mio lavoro.

Die Zeit: Ma allo stesso tempo sei un autore quasi spaventosamente intellettuale.

DFW: Potresti anche dire che vado d'accordo con i personaggi che si affannano su questioni intellettuali.

Die Zeit: Dai l'impressione, con la tua scrittura, di sapere sempre esattamente ciò che stai facendo.

DFW: Questo è naturalmente il mito popolare dello scrittore. Ma per ciò che riguarda il nostro caso: la prima parte del libro, le ottanta pagine di Mister Squishy, mi hanno impegnato per circa quattro mesi. Scrivo molto a mano, bozza dopo bozza, e solo più tardi incomincio a batter tutto al computer. E dopo la decima bozza sto ancora e solo pensando alle singole frasi e a come suonano.

Die Zeit: Ma non ti perdi?

DFW: Forse entrambe le strade sono buone. Non so esattamente di cosa parli la storia, ma per ore mi fermo a pensare se ci dovrebbe essere una virgola in quel punto oppure no, se quella persona userà un certo tipo di parola o no. Ho passato un mucchio di tempo con dettagli di questo tipo.

Die Zeit: Per estrarre significato dalle informazioni?

DFW: La cosa è: siamo sommersi da informazioni, opinioni, previsioni. So che la mia opinione è solo mia. Ma ci sono altre tre scuole di pensiero che vedono la cosa in maniera diversa, e conosco ragionevoli obiezioni contro tutte e tre le scuole, ma so anche che la mia percezione/cognizione è necessariamente soggettiva e che io ho la tendenza a ingannare me stesso. Posso sbagliarmi. Oppure no. Ma se tutto ciò accade nella testa di una persona, come posso mostrare una persona che sta pensando a qualcosa? Se vuoi descrivere la struttura del nostro presente, se vuoi descrivere come ci si sente a vivere in questi giorni, allora non puoi seguire la via diretta.

Die Zeit: E' il motivo per cui i tuoi libri appaiono così musicali, così compositi.

DFW: E' la musica del pensiero, questa cacofonia. Oblio, per esempio, è un libro molto triste. I personaggi pensano in continuazione, non possono smettere. Ricevo lettere da lettori che odiano il mio lavoro a causa di questo aspetto.

Die Zeit: Stai giocando con la noia.

DFW: Funziona diversamente. Voglio che le mie storie siano intime. Thomas Mann, per esempio, non è intimo. Ma tutta la letteratura che ho amato da ragazzino e da studente era intima. Mi potevo identificare con il personaggio di un libro, come pure con la mente che mi stava raccontando una storia. E' quanto cerco di fare: desidero che il lettore si accorga che questa è la maniera in cui funziona la sua propria testa. E se ciò diventa noioso, che lo sia: lo sono il pensiero e il parlare con la gente.

Die Zeit: Qualche volta può essere orribile - nella tua raccolta Brevi interviste con uomini schifosi, c'è un racconto che parla di come funziona la mente di una persona depressa. Fa pensare al suicidio.

DFW: E' la storia più dolorosa che abbia mai scritto. Parla di narcisismo, che è una parte della depressione. Il personaggio ha tratti che mi appartengono. Persi veramente degli amici mentre scrivevo quella storia, diventai triste e infelice, urlavo con le persone. La cosa crudele della depressione è che è una malattia centrata su di sé - Dostoevskij lo mostra molto bene nei suoi Racconti dal sottosuolo.
La depressione è dolorosa, sei fiaccato/consumato da te stesso; quanto peggiore è la depressione, tanto più ti concentri solo su te stesso e appari strano e repellente agli altri.

Die Zeit: Ma in contrasto coi personaggi dei tuoi libri, i personaggi di Dostoevskij non vivono in un mondo pieno di manuali e seminari sul trovare-se-stessi.

DFW: Viviamo nell'epoca della terapia. Il racconto al quale ti riferisci vuole mostrare quanto sia repellente questa persona e quanto repellente una specifica forma di dolore spirituale, molto moderna, con tutte le conoscenze psicologiche che se ne hanno e che fanno una persona ancora più repellente.

Die Zeit: Non credi alla terapia?

DFW: Fammela mettere così: non puoi vivere in questo mondo senza provare dolore, dolore fisico e spirituale. Abbiamo sviluppato meccanismi per affrontare questi dolori, per vincerli in qualche modo. Terapia, religione e spiritualità, relazioni umane, successo materiale. Tutto ciò può funzionare, ma può diventare esso stesso un problema.

Die Zeit: La ricerca della felicità è una causa della infelicità del mondo?

DFW: La ricerca della felicità è stata inserita nella costituzione americana un paio di secoli fa. Oggi siamo tanto ricchi, abbiamo molto più di quanto avremmo bisogno, abbiamo libertà mai conosciute prima d'ora, benché siano messe in pericolo dall'attuale clima politico negli Stati Uniti - e dimentichiamo quanto tutto ciò sia meraviglioso, messo in relazione con la maggior parte dei sistemi economici e politici. Abbiamo un proverbio che fa: dai a un uomo abbastanza corda e ci si impiccherà.

Die Zeit: Il problema è il capitalismo?

DFW: Non credo che sia il capitalismo. Alla persone piace dire: le grandi corporation ci ingannano. Non funziona così. Sono solo macchine per far soldi. La verità è che abbiamo concesso loro un'influenza tale sulle nostre vite, che arrivano a controllare il comportamento della gente e il consumo è diventato ideologia.

Die Zeit: Vuoi dire che quel tuo racconto parla della crisi dell'uomo bianco?

DFW: Non è facile stimolare compassione per l'uomo bianco, poiché egli stesso ha responsabilità della propria condizione. Forse i miei libri parlano di uomini che cercano di affrontare il loro essere piccoli e insignificanti. Il mito americano del pioniere parla di un uomo indipendente, autosufficiente - ma oggi gli uomini vivono in città, lavorano per grandi aziende, in campi tanto ristretti che non fa realmente alcuna differenza se il lavoro è svolto da loro stessi o da chiunque altro. Forse è questa una delle ragioni dell'infelicità di quegli uomini.

 
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